Dall’acciaio al marmo di Pietrasanta

LA MOSTRA DELL’ESTATE RACCONTA LA SVOLTA DI HELIDON XHIXHA di/by Paolo Magri   Superfici fluide s

L’imprenditore che divenne artista
The Entrepreneur who became an Artist

Personaggio carismatico, dall’azienda all’atelier di scultura il passo è stato breve  di/by Gi

Gli abbagli del marketing globale
The Dazzles of global Marketing

NEW YORK: IL PUPAZZETTO DEL FÜHRER FIRMATO CATTELAN PAGATO 17,2 MILIONI DI DOLLARI di/by Lorella P

 

Dall’acciaio al marmo di Pietrasanta

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

LA MOSTRA DELL’ESTATE RACCONTA LA SVOLTA DI HELIDON XHIXHA

di/by Paolo Magri

 

Superfici fluide si incrociano, si fondono in un’unica massa lavica d’acciaio, come se fossero in movimento, scivolano nello spazio, attraversano la luce, riflettono e rifrangono ogni fotone, percorrono ogni piega, ogni increspatura, per poi irrigidirsi in steli dritti e lisci come obelischi. La scultura di Helidon Xhixha è multiforme, figlia della linea tangente più che della perpendicolare, è un oggetto plastico che sprizza energia, instabile e alchemico come l’argento vivo. L’acciaio è un materiale selvaggio domato dall’artista ed è il principale protagonista di questa poetica. Almeno fino ad ora.Helidon Xhixha oggi riscopre le tecniche tradizionali della scultura: il marmo e il bronzo. Una sorpresa inaspettata, paradossalmente innovativa, una svolta nella carriera dell’artista. Un’esigenza nata dal confronto con una città: Pietrasanta, capitale internazionale della lavorazione di questi materiali, che accoglie da giugno a settembre la mostra “The Shining Rock” dedicata all’artista di Durazzo, organizzata dal comune di Pietrasanta, con il patrocinio della Fondazione Versiliana e della Provincia di Lucca e in collaborazione con la Galleria Contini Art UK. Le opere sono esposte nel centro storico, tra la Piazza del Duomo, il Chiostro di Sant’Agostino e il Pontile di Marina di Pietrasanta, nonché nei comuni limitrofi, tra Forte dei Marmi, Seravezza, Stazzema, Camaiore, Massarosa e Viareggio…

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THE SHOW OF THE SUMMER: HELIDON XHIXHA’S TURNING POINT

Fluid surfaces criss-cross, melding into a single magmatic mass of steel. Sliding through space, they cut the light, reflecting and refracting every photon, revealing every fold and crevice, and then harden into smooth, straight obelisks. Helidon Xhixha’s sculpture is metamorphic, following the tangent line rather than the perpendicular, plastic objects bursting with energy as instable and alchemical as molten silver. Steel is a wild medium, the barely-contained protagonist of this artist’s poetics. At least up to now. In his current phase, Helidon Xhixha has rediscovered the traditional techniques of sculpture in bronze and marble. It’s an unexpected surprise, a paradoxically innovative turning point in this artist’s career. The change was sparked by the artist’s encounter with a city, Pietrasanta, international capital of these ancient sculptural materials. From June to September, the Albanian artist is featured in the exhibition “The Shining Rock”, curated by Luca Beatrice, organized by the the Municipality of Pietrasanta  with the patronage of Fondazione Versiliana and Province of Lucca in collaboration with Galleria Contini Art UK. Helidon’s new works are on view in the town’s historic center—in the Piazza del Duomo, the Sant’Agostino Cloister, and on the Pietrasanta Wharf—but also in the nearby towns of Forte dei Marmi, Seravezza, Stazzema, Camaiore, Massarosa and Viareggio…


 

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L’imprenditore che divenne artista
The Entrepreneur who became an Artist

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

Personaggio carismatico, dall’azienda all’atelier di scultura il passo è stato breve 

di/by Giammarco Puntelli

Arriva con la sua Harley Davidson. Cappello, occhiali. Si toglie il giubbotto. È  pronto per andare in fonderia. Poche notti prima era, insonne, a disegnare nuovi temi, fra l’immancabile sigaretta mai fumata fino in fondo e un buon bicchiere di vino, “di quello che sgrassa bene la bocca”. Questo è Italo Duranti, bresciano e francese. Imprenditore, viaggiatore, spirito libero. Da qualche anno artista e maestro. Tutto nasce da lontano, da un carattere da leader, da un raro spirito di osservazione, dalla velocità di sintesi e da un coraggio a dir poco spiccato. Tutto nasce quando, bambino, trascorreva le sue giornate nei campi, fra la voglia di creare qualcosa di importante e l’indomito carattere di chi cavalcava il bue. E poi un servizio militare da paracadutista e lo sport, tanto, vissuto da agonista. Soprattutto la pallavolo con squadre importanti e il suo nome urlato nei palazzetti dello sport. Insomma, una vita nella quale non ci si annoia mai, come cantava Vasco Rossi…

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For his charismatic character, the step from business office to the sculpture studio was a short one

He arrives on his Harley Davidson, in helmet and goggles. He pulls off his leather jacket, ready to enter the foundry. A few nights before, unable to sleep, he sketched a series of new themes, smoking one cigarette after another–which he tosses before finishing–and a glass of good wine, “the kind that cleans the mouth”. That’s Italo Duranti for you, part Brescian, part French. Entrepreneur, traveler, free spirit. And for some years now, artist and Maestro. It started way back, with his natural character as a leader, a rare spirit of observation, a capacity for immediate synthesis, and pronounced courage. As a boy he spent his days in the fields, yearning to create something important, with the audacity of a bull rider. He was a parachutist during his military service, and active in sports, especially volleyball, with leading teams and screaming fans. All in all a life never boring, as Vasco Rossi sings…

 

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Gli abbagli del marketing globale
The Dazzles of global Marketing

giugno 13, 2016 in Editoriale, iNEdicola, iNRete

NEW YORK: IL PUPAZZETTO DEL FÜHRER FIRMATO CATTELAN PAGATO 17,2 MILIONI DI DOLLARI

di/by Lorella Pagnucco Salvemini

C’erano una volta i collezionisti: regnanti, principi della chiesa, nobili di illustri casati, spesso in guerra fra loro, a contendersi non solo terre e potere, ma anche i più geniali artisti del loro tempo. Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo non sarebbero passati alla storia senza la loro illuminata munificenza. Poi, fu la volta della committenza borghese, quella delle grandi famiglie di mercanti fiamminghi, olandesi. Volevano una pittura che li rappresentasse così come erano, operosi e floridi, ricchi in virtù delle proprie fatiche e grazie alla benevolenza divina. Anche loro ci hanno consegnato capolavori, secondo una linea che va da van Eyck a Vermeer, Rembrandt, Frans  Hals, fino alla nascita della natura morta e della pittura di genere. Il resto è storia contemporanea, spesso storia di degenerazione contemporanea. Il collezionista colto e raffinato, dal gusto sicuro e indipendente è sempre più raro. Quello in grado di imporre una propria tendenza, e non di seguire pedissequamente i dettami della moda del momento, una mosca bianca. Vive in disparte dai riflettori, evita i vernissage griffati Moma o Tate. Sa che l’arte, oggi, va cercata altrove, in Australia o nella galleria sotto casa, dappertutto purché lontano dalle luci della ribalta. è uno che non si lascia stordire dalle fanfare mediatiche. Si informa, ma dopo pensa con la sua testa, che scuote esterrefatto alla notizia giunta fresca dall’ultima asta di Christie’s a New York, dove Him di Maurizio Cattelan è stato aggiudicato alla cifra record di 17,2 milioni di dollari. Così tanti soldi per un pupazzetto di cera e resina, materialmente realizzato da bravi artigiani? Che trivialità e che bluff. Eppure, è proprio così che sta andando il mondo, a suon di trovate volgari, scambiate per genialità,  e astute operazioni di marketing applicate  a livello planetario. Prendiamo Him, (Lui), l’innominato. In realtà, raffigura un Hitler in taglia da bambino, inginocchiato, nell’atto della preghiera. A quale Dio si starà mai rivolgendo quell’inverosimile Führer in atteggiamento penitenziale: a Odin-Wotan? Un’opera che, comunque, ha già fatto il giro dei musei di mezzo mondo, irriverentemente collocata nel 2012 nell’ex ghetto di Varsavia. “Macché provocazione, la mia è un’opera spirituale”, la risposta dell’autore all’inevitabile, e ovviamente voluto, vespaio di polemiche che ne è seguito. E, ora, dulcis in fundo, a comprare il suo Hitler milionario è stato Marx. Erich, non Karl, certo, ma all’ironia della sorte non c’è limite. E, viene da chiedersi, che  farà con quella sculturina il collezionista tedesco dal cognome impegnativo: la porrà a fianco di una edizione pergamenata del “Capitale”, scatterà sull’attenti, braccio destro teso in avanti, gridando Heil ogni volta che ci passerà davanti, o, sbollito l’entusiasmo per l’incauto acquisto, inizierà a pensare come liberarsi al più presto  di quella sorta di subprime  che si è portato a casa?

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NEW YORK: THE LITTLE PUPPET OF THE FÜHRER SIGNED BY CATTELAN PAYED 17,2 DOLLARS

Once upon a time there were art collectors: kings, cardinals, noble families, often at war among themselves over not only land and power, but also for sponsorship of the artistic geniuses of their era: Michelangelo, Raphael, Titian, Caravaggio, and Tiepolo would not have made history without the enlightened munificence of their patrons. Then came the turn of the bourgeois benefactors, the great Flemish and Dutch merchant families. They demanded paintings that represented them as they were, industrious and rich, self-made through their own hard work and divine benevolence. They too handed down masterpieces, in a line from Van Eyck to Vermeer, Rembrandt, and Frans Hals, including the invention of still life and genre painting. The rest is modern history, which we’re tempted to call modern decadence. The refined, cultivated collector, armed with sure taste and independent perspective, is ever harder to find. A collector able to establish a trend rather than blindly following the momentary dictates of fashion is as rare as a white fly. This collector avoids the glare of the floodlights, shuns the designer-label vernissage at Moma or at the Tate, and knows that art today is to be sought elsewhere, in Australia or the gallery on the corner; anywhere, in fact, but far from the footlights. The mind of the true collector who refuses to be stunned by media fanfare can only be horrified at the news coming from the recent auction at Christie’s New York, where Maurizio Cattelan’s Him sold for a record 17.2 million dollars. So much money for a wax and resin puppet created not by the artist himself but by a staff of skilled artisans? How squalid, and what a con game! But this is the way of the world today, where the crowd chases vulgar stunts, mistaking them for genius, and slick marketing schemes imposed on planetary scale. Consider Him, the Unspeakable One, for what it really is: it portrays Hitler dressed as a boarding school boy, kneeling in the act of prayer. To what God could the Führer be praying in such a penitential pose: to Odin-Wotan? No matter, the work has already tourned museums across the world, and in 2012 was irreverently displayed even in the Warsaw Ghetto. “It’s no gesture of provocation, but a spiritual work”, explains Him’s creator, in answer to the inevitable, and obviously fully-intended, wasp’s nest of polemic that has accompanied the work. And now, saving the best for last, there appears a millionaire named Marx to purchase Hitler. Not Karl, of course, but Erich, showing that the irony of chance is limitless. We cannot resist wondering: what will the German collector with the imposing name do with that little sculpture? Will he display it next to a vellum edition of “Kapital”, standing at attention right arm thrust out, shouting Heil every time he walks past it? Or, once over his enthusiasm for his injudicious purchase, will he begin thinking about how he can free himself as soon as possible from that subprime loan that he foolishly dragged home?

Vi spiego il mio “non-museo” per Milano
Here’s my “Non-Museum” for Milan

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

ARTE21, UN PROGETTO PER L’ARTE CONTEMPORANEA

 di/by Stefano Zecchi
Stefano Zecchi

Sembra che il peso dell’anima sia di 21 grammi. Quel numero associato al termine “arte” forma questa parola Arte21. Una parola con cui vorrei dare nome a un non-museo di arte contemporanea a Milano. Da tempo quel non-museo è un mio desiderio, ma adesso, essendo stato candidato nella lista civica di Parisi per le prossime elezioni di giugno nel Comune di Milano, quel desiderio è diventato un impegno politico per la sua realizzazione. Nelle nostre metropoli, l’arte che si produce testimonia il livello di creatività della società culturale che abita le città. Esposizioni, incontri, premi sono l’anima di una comunità che  si libera dai vincoli della prosaicità del lavoro quotidiano e desidera ritrovare il significato della propria convivenza discutendo sul modo di osservare il mondo attraverso lo sguardo degli artisti. A Milano manca una struttura che possa accogliere la complessità della creatività contemporanea. Ci sono importanti musei storici, in cui viene esposta la cultura della tradizione estetica; recentemente (2010) è stato aperto il museo del Novecento all’interno del Palazzo dell’Arengario, con un’ottima ristrutturazione progettata dagli architetti Italo Rota e Fabio Fornasari. Ma, appunto, un museo che raccoglie opere degli artisti di fine ‘800 e delle avanguardie storiche novecentesche. Dopo gli anni 50, c’è silenzio. In una città come Milano che vive di contemporaneità, l’assenza di una struttura per l’esposizione dell’arte del nostro tempo è gravissima, non è una semplice dimenticanza, è il sintomo di una crisi che non si riesce a superare. La crisi di uno sviluppo che non ha forza per esprimersi, accompagnata dal timore di non reggere il confronto con la contemporaneità internazionale. Tuttavia credo che, né Milano possa vivere nelle sue incertezze paralizzanti, né possa aspettare ancora troppo tempo per avere un proprio museo dell’arte contemporanea. Un non-museo perché musealizzare la contemporaneità è una contraddizione. Non avrebbe alcun senso culturale una struttura che incameri opere d’arte contemporanea, per quanto importanti, conservandole in permanenza come un qualsiasi museo. Non si storicizza la contemporaneità: essa deve avere uno spazio per la documentazione di ciò che accade nel mondo dell’arte. In questo senso, il non-museo è un luogo in cui si rende possibile una rotazione delle opere per non fermarsi all’immagine, per aprire la visione a nuove, diverse suggestioni. Il non-museo deve essere in grado di proporre questa dinamicità di rappresentazioni che richiede, fondamentalmente, due esigenze da soddisfare: da un lato la partecipazione delle gallerie o delle strutture che operano nel mondo dell’estetica contemporanea; dall’altro ci deve essere una rigorosa selezione delle opere da esporre. Com’è facile immaginare, si tratta di due esigenze molto complesse da affrontare. Gli interessi in gioco sono alti, e la qualità della selezione deve poter resistere agli interessi economici.  Si può allora supporre che, come non è musealizzabile la contemporaneità, così anche il curatore del non-museo e i suoi collaboratori devono essere sottoposti a una ragionevole rotazione. In questa prospettiva, è chiaro che la responsabilità della scelta del curatore e del procedimento che presiede  alla sua rotazione ricada su una figura esterna al non-museo, cioè, per esempio,  al presidente della Fondazione a cui esso fa capo, oppure, in assenza, al responsabile istituzionale della cultura della città che lo ospita. Non è immaginabile che una città come Milano non abbia un simile museo, e affidi la rappresentazione della contemporaneità estetica a eventi – sia pure di alto livello – come il salone del mobile e del design. Nessun altra città italiana è legittimata, come Milano, a realizzare questo non–museo accanto ad altre opere di carattere più tradizionale che da troppo tempo attendono di essere realizzate, come la Grande Brera e la Biblioteca Multimediale Europea. Arte21 costituisce, però, il vero banco di prova per il rilancio culturale di Milano.

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ARTE21, A PRPJECT FOR CONTEMPORARY ART

 It’s said that the soul weighs 21 grams. Put together with the word “art”, you get Arte21. This is the name I propose for a museum of non-art in Milan. I’ve wanted to make this happen for a long time, and now that I’m running for a seat on the city council of Parisi, I’m inaugurating a campaign to realize the project. Artistic production gives witness to the creativity of a city’s culture. Exhibitions, conferences and prizes express the spirit of a community that frees itself from routine to seek meaning by observing the world through the eyes of artists. Milan has no established structure for reaping the benefits of the whole complex spectrum of contemporary creativity. We have major historical museums that present artistic tradition, such as the Museum of the Twentieth Century, recently opened (2010) in the Palazzo dell’Arengario, in a brilliant design by Italo Rota and Fabio Fornasari. But that museum is devoted to the late 19th century and the avant-gardes that emerged at the beginning of the 20th, leaving us with no museum for art that has emerged since the 1950s. In a city such as Milan that thrives on the contemporary moment, the absence of a structure dedicated to the art of our time is not merely an oversight, but a sign of a crisis, of a fear that our own art cannot measure up to contemporary developments worldwide. But Milan can no longer tolerate its paralyzing insecurity, nor can it wait any longer for its own contemporary art museum. I call for a “non-museum” because it would be a contradiction to attempt to enclose the energies of the contemporary world within the walls of a traditional museum. We cannot historicize what is happening new every day. It would be senseless to lock contemporary art, no matter how important, into a big box. Instead, art needs a place that can track and document its changing phenomena. In this sense, a non-museum will be a place in continuous mutation, open to new and diverse stimuli. A non-museum must be able to embrace a dynamic reality by drawing on galleries and other agencies that work in the world of contemporary aesthetics, while practicing a rigorous selection process. These two requirements interact in complex ways. There are many interests at play, but the quality of the selections must resist economic interests. Because we recognize the impossibility of fitting all contemporary art into a museum, we accept the reasonable principle that the non-museum must be curated on a rotating basis. From this perspective, it’s clear that the responsibility for the process of selecting curators must reside in a figure who can stand apart, for example, in the president of a Foundation, or the institutional head of cultural programming of the host city. It’s unthinkable that a city as important as Milan does not have a museum of contemporary art, that it entrusts the representation of its own contemporaneity to occasional events—although they are of  the highest level—such as the furnishings and design trade fairs. No other Italian city can lay claim more than Milan to primacy in the contemporary world. We need a non-museum that can stand side-by-side with other, more traditional proposals, such as the Grande Brera and the European Multimedia Library, which still await realization. ARTE21 will be the central launching pad for the cultural rebirth of Milan.

 

Multiculturale e minimalista
Multicultural and Minimalist

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

Certe sue sculture trasformano oggetti familiari in minacce

 di/by Silvio Saura

 

Questa è la storia di una ragazza che voleva fare l’artista. Nata sulle sponde orientali del Mediterraneo da genitori palestinesi, dimostra fin dalla tenera età una certa attrazione per carta e matita. E fin qui, nulla di strano: a tutti i bambini piace colorare. Ma lei continua anche se i genitori non sono molto d’accordo,  illustrando poesie e saggi scientifici. Hanno inizio le imposizioni religiose, il velo e lei si sente sempre meno a suo agio. Riesce, comunque, a finire gli studi  di disegno grafico al College e, poco più che ventenne, entra  in una agenzia di pubblicità. Tuttavia, non è soddisfatta del lavoro che svolge né delle opere che produce. Suo padre scappa dalla guerra in Palestina e, dopo molta fatica, trova impiego  presso l’ambasciata inglese  e, quindi , riesce ad assicurare passaporti britannici alla moglie e ai figli. Cosi la giovane è in vacanza a Londra quando nel suo paese scoppia la guerra civile e rimane costretta all’esilio. No, non parliamo di oggi. Siamo nel 1975 e la ragazza si chiama Mona Hatoum. Da quella permaneza forzata nel mondo occidentale è scaturita una ricerca profonda all’interno di se stessa e della sua spiritualità. Il suo lavoro si ispira al minimalismo, al surrealismo e al concettuale. In alcune occasioni, rievoca le radici palestinesi, portando qualcuno a vedere connessioni con il Medio-Oriente in tutte le sue opere, cosa che le dispiace. In realtà, ciò in cui riesce Hatoum è nel combinare differenti culture: è nata in Libano ma è palestinese, Londra,  la ha adottata, e lei è riuscita a mixare il tutto, creando un linguaggio universale. Nelle sue singolari sculture Mona Hatoum trasforma oggetti quotidiani e familiari come sedie, culle e utensili da cucina in qualcosa di diverso, di minaccioso e pericoloso. Anche il corpo umano è reso ‘altro’  come in Corps étranger del 1994, o Gola Profonda del 1996, dove il viaggio endoscopico attraverso il paesaggio interiore del corpo dell’artista diviene performance. In Homebound ( 2000) e Sous Tension ( 1999) Hatoum assembla mobili e pezzi d’arredamento cablati assieme elettricamente, dove il rumore della corrente è facilmente udibile – combinando un senso di minaccia con un umorismo surreale per creare lavori che attirano lo spettatore sia dal punto di vista  emotivo che intellettuale. In sculture più piccole, come Traffic ( 2004) e Twins (2006) utilizza materiali riciclati, carichi della patina del tempo e di risonanze personali che conferiscono alle sue creazioni una nota intima.

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Some of her sculptures transform familiar objects into threats

This is the story of a girl who wanted to be an artist. Born to Palestinian parents on the eastern shores of the Mediterranean, from a tender age she revealed an attraction of pencil and paper. Nothing unusual in that: all children like to color. But this one continued even when her parents didn’t approve, illustrating poems and scientific papers. Religion imposed the veil on her, leaving her less and less at ease. But she managed to complete her school studies in graphic design and at the age of 20 went to work in an advertising agency. She was satisfied neither with the job nor with the work she produced. Her father escaped from the war in Palestine, and after much effort found a position at the English embassy, where he obtained British passports for his wife and children. Thus the young woman was on vacation in London when civil war broke out, and she was left an exile. No, we aren’t talking about the present. We are in 1975, and the young woman’s name is Mona Hatoum.  From her forced residency in the west sprung forth a deep, spiritual self-exploration.  Her work takes inspiration from Minimalism, Surrealism an Conceptual Art. Sometimes she evokes her Palestinian roots, revealing connections with the Middle East, but she doesn’t like to be defined in those terms. What Hatoum really does is to mix diverse cultures. A Palestinian born in Lebanon, adopted by London, she mixes them together to create a universal language. In her singular sculptures, Hatoum transforms everyday objects such as chairs, cribs and kitchen utensils into something threatening and dangerous. The human body also becomes “other”, as in Corps étranger (1994) or Deep Throat (1996) where an endoscopic journey into the interior of the artist’s body becomes a performance. In Homebound (2000) and Under Tension (1999), Hatoum assembles mobiles and pieces of household furnishings together, connecting them by an audibly buzzing electrical current, combining threat with surreal humor to create work that attracts the viewer both emotionally and intellectually. In smaller sculptures such as Traffic (2004) and Twins (2006), she uses recycled materials crusted with the patina of time and personal reminiscences that bestow a sense of intimacy on her work.

 

 MONA HATOUM
TATE MODERN, LONDON
A CURA DI / CURATED BY CLARRIE WALLIS, CHRISTINE VAN ASSCHE
FINO / UNTIL  21/08

 

 

 

 


 

L’uomo che impacchetta il mondo
The Man who wraps the World

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

UNA MOSTRA E UNA INSTALLAZIONE PER RIPENSARE ALLA PRODUZIONE DI CHRISTO 

 di/by Carlo Vanoni

Ti faccio un regalo. Lo impacchetto e poi te lo consegno. Un regalo. Aprilo. Scarta il pacchetto e guarda quello che c’è dentro. Ti piace? È il ponte più vecchio di Parigi. Ti piace? È una scogliera australiana. Ti piace? È la sede del Parlamento tedesco. Ti piace? Sono mille ombrelli che ho disseminato tra il Giappone e la California. Ne ho tanti altri di regali impacchettati e altri ancora ho in mente di preparare. Ho visto un’isola lacustre in Italia, mi piacerebbe collegarla alla terraferma con un molo galleggiante, lo vorrei arancione, lo stesso colore che ho usato qualche anno fa per l’installazione in Central Park a New York. Mi chiamo Christo e vengo dalla Bulgaria. Da cinquant’anni giro il mondo impacchettandolo, prima con Jeanne Claude mia moglie e ora da solo, perché lei se n’è andata prima del previsto. Impacchetto, e quindi nascondo, vi privo per un momento delle meraviglie che ogni giorno avete davanti agli occhi, monumenti e natura, lo faccio non per dispetto ma per rispetto nei confronti di un mondo che l’abitudine tende a appiattire. Fino a farlo scomparire. Lo faccio per insegnarvi a guardare. Per questo impacchetto e nascondo. Per indicarvi che sotto c’è qualcosa che merita di essere non solo visto ma anche contemplato, osservato, nei dettagli analizzato. Il mio quadro è l’ambiente che mi circonda. I miei pennelli sono pannelli di tessuto cuciti da fabbriche sparse per il mondo. Assumo operai, ingegneri, alpinisti e sommozzatori, tecnici, architetti, avvocati che mi aiutano a dialogare con le istituzioni, gente che io pago vendendo i miei progetti, non chiedo soldi a nessuno, non mi servono sponsor, io disegno e vendo i miei sforzi, e con quello finanzio le mie imprese in giro per il mondo. Quindici giorni e poi smantello. Quindici giorni che a volte hanno richiesto vent’anni d’attesa, perché la burocrazia è macchina lenta che a volte s’inceppa. Ma io non ho fretta. Io mi guardo intorno e mentre aspetto mi porto avanti. Ho visto un fiume nel Colorado. Vorrei coprilo per qualche chilometro con una tettoia di tessuto sospesa a nove metri d’altezza. Mi piace quest’idea di navigare o di camminare lungo il bordo sapendo che sopra c’è una specie di grande ombrello a tratti interrotto che lascia filtrare la luce del sole. Sono vent’anni che aspetto il permesso. Ancora niente…Io vado avanti e penso al prossimo progetto. Perché in realtà io faccio questo: impacchetto e attendo. Non dipingo il mondo, lo svelo nascondendolo.

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AN EXHIBITION AND INSTALLATION REASSESS THE WORK OF CHRISTO 

I’m going to give you a present.  First I wrap it, then I hand it to you. A gift. Open it. Remove the wrapping and look what’s inside. Do you like it? It’s the oldest bridge in Paris. You like it? It’s an Australian reef. Like it? It’s the German Parliament. Do you like it? It’s a thousand umbrellas spread between Japan and California. I have lots of other presents wrapped and still more in mind. I saw an island in a lake in Italy that I’d like to connect to the mainland with a floating pier. I’d like to make it orange, the same color I used some years ago for an installation in New York’s Central Park. My name is Christo, from Bulgaria.  For fifty years I’ve traveled the world, wrapping it up, first with my wife Jeanne Claude and now by myself, because she passed away, too soon. I wrap, and thus conceal; for a moment I deprive you of the marvels you have before your eyes every day, marvels of nature and human construction. I do this not out of disrespect, but the opposite, for a world that habit tends to flatten, flattening into invisibility. I do this to teach you to see. I wrap and hide things. To point out to you that there is something that deserves not only to be seen but to be contemplated, observed, analyzed in detail. My painting surface is the environment that surrounds me. My panels are fabric panels sewn by factories around the world. I hire workers, engineers, mountain climbers, undersea divers, technicians, architects, lawyers, who help me dialogue with institutions. I pay my people by selling my projects. I don’t ask for money from anyone, I don’t need sponsors.  I design and sell my labors, and with them I finance my projects all over the world. Fifteen days, then I take them down.  Fifteen days that may have taken twenty years to realize, because bureaucracy is a slow machine that often clogs. But I’m in no hurry. I look around while I wait, I push forward.  I saw a river in Colorado.  I’d like to cover a few miles of it with a suspended roof nine meters high. I like the idea of navigating the river or walking its banks knowing that above your head there’s a kind of giant umbrella with gaps that let the sunlight filter through. I’ve been awaiting permission for twenty years. Still no answer… I move forward, thinking of the next project. Because this is what I really do: I wrap and wait. I don’t paint the world. I reveal it by concealing it.


CHRISTO AND JEANNE-CLAUDE - WATER PROJECTS
MUSEO DI SANTA GIULIA BRESCIA
A CURA DI / CURATED BY GERMANO CELANT
FINO / UNTIL 18/09

THE FLOATING PIERS
LAGO D’ISEO SULZANO
MONTE ISOLA
18/06 – 03/07

 

 


 

Polke, l’incanto dell’alchimista /
Polke, the Enchantment of the Alchemist

giugno 13, 2016 in iNEdicola, iNRete

Supporti e  pigmenti originali accompagnano l’osservatore oltre la pop art

 di/by Maria Angela Tiozzi

 

Fa gli onori di casa nell’atrio di Palazzo Grassi  il ciclo Axial Age, sette gigantesche tele realizzate da Sigmar Polke dal 2005 al 2007. È subito incanto: si è introdotti in un mondo sconosciuto fatto di trasparenze, traslucenze, bruni dorati, violetti, giochi di luce riflessa. Le domande sono inevitabili: cosa ci vuole dire l’artista, come sono realizzate, con che materiali? Inizia così un percorso di riflessioni che non abbandona più, fino all’ultima stanza della mostra. Dal patio il percorso cronologico va poi a ritroso, una formula azzeccata piena di sorprese che conduce alle prime opere degli anni ’60 e alle parodie della pop  art, dalla quale l’artista ha mutuato la possibilità di dipingere simulando i retini grafici. Nessuna esperienza è accantonata, tutto si interseca e trasmuta rincorrendo un movimento di circolarità. Studia all’Accademia di Düsseldorf, tra i maestri Joseph Beuys, stringe per parecchi anni sodalizio con Gerhard Richter con il quale condivide lo spirito libero, avverso a qualsiasi classificazione. Un lungo viaggio in Asia e Oceania gli offre la possibilità di approfondire la filosofia dei colori, la loro composizione; scopre l’attrazione per i pigmenti violetti prodotti sinteticamente, ma anche di lapislazzulo, malachite o per altri velenosi come il verde Schweinfurt. È attratto dalla mescolanza di sostanze chimicamente differenti e come un antico alchimista non smette di sperimentare le loro interferenze, di usare anche metalli. Ci fa godere di ogni processo trasformativo custodito nelle sue tele ora trasparenti e leggere (in poliestere) ora ricavate da pezzi di stoffa con motivi vari assemblati magistralmente. Avvicinarsi non basta a soddisfare la curiosità perché ogni lavoro è voce distinta dell’universo eppure entità indivisa, come insegnano le discipline orientali. Reinventa la pittura dipingendo davanti e dietro i supporti, realizza narrazioni che sconvolgono l’ordine fenomenologico, riscopre nell’esoterica conoscenza alchemica un approfondimento del reale intuitivo e allusivo. Di stanza in stanza si viaggia tra riferimenti ironici, tematiche socio politiche, colti riferimenti artistici e letterari, giocose malinconie. A trent’anni dall’assegnazione del Leone d’oro alla Biennale di Venezia, Palazzo Grassi ospita una novantina di lavori di altissimo livello, la prima retrospettiva italiana di un grande maestro che ha saputo fare della sperimentazione e dell’innovazione non una prassi, ma una rigorosa poetica di necessità.

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Original Pigments and Structures Lead Viewers Beyond Pop

Seven gigantic canvases created by Sigmar Polke between 2005 and 2007, entitled Axial Age, dominate the atrium of Palazzo Grassi. The spell is immediately cast: the viewer is drawn into an unknown world made of transparancy, translucence, a play of reflected light, gold and violet. Questions arise inevitably: what does this artist mean to say; how did he make these things; what materials does he use? Thus we enter on a path of thought that carries us all the way to the end of the exhibition. From the patio, the chronology reverses, a brilliant strategy that leads back to the first works of the early 1960s, the parodies of Pop Art simulating the technology of advertising graphics. No part of experience is excluded, everything weaves together and transmutes in a circular motion. Polke studied at the Fine Arts Academy in Düsseldorf with masters including Joseph Beuys, then collaborated for many years with Gerhard Richter, whose free spirit he shares, rejecting any classification. Long voyages in Asia and Oceania provided the opportunity to deepen his philosophy of color and composition. He discovered his attraction for synthetic pigments of violet, lapis lazuli, malachite, and poisonous Schweinfurt green. He learned to mix chemicals like an ancient alchemist, continuously experimenting with their combinations, especially on metal. Viewers to the exhibition enjoy witnessing transformative processes in action in his canvases, sometimes light and transparent (in polyester), sometimes composed of masterfully assembled fabrics. We curiously go closer to his works without ever feeling we are quite close enough to grasp their mystery, and each painting is a distinct voice in a universe where all is one, as we learn from the eastern masters. Polke reinvented the artwork by painting on both sides of the canvas, setting up narrations that upset phenomenological order. His esoteric alchemy deepens our intuitive consciousness of an allusive reality. Traveling from room to room, the spectator journeys among ironic references, sociopolitical themes, sophisticated artistic and literary citations, and joyful melancholy. Thirty years after awarding him the Golden Lion at the Venice Biennale, Palazzo Grassi is exhibiting ninety of Polke’s finest works, in the first Italian retrospective of a master who made experimention and innovation not merely a technique, but a rigorous, necessary poetic. 

SIGMAR POLKE
PALAZZO GRASSI VENEZIA / VENICE
A CURA DI / CURATED BY ELENA GEUNA, GUY TOSATTO
FINO/ UNTIL 06/11