Inseguendo un sogno / Pursuing a Dream

Via Crucis: la toccante mostra di Kcho al Palazzo della Cancelleria a Roma di/by Claudia Sugliano

Propheta in patria

INCONTRO CON TOMMASO BET IN OCCASIONE DELLA PERSONALE ALLO STUDIO D’ARTE G.R. DI SACILE di/by Alb

Bulli e pupe / Guys and Dolls

di/by Lorella Pagnucco Salvemini Arrogante, presuntuoso, arrivista, tendenzialmente bugiardello: non

 

Inseguendo un sogno / Pursuing a Dream

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

Via Crucis: la toccante mostra di Kcho al Palazzo della Cancelleria a Roma

di/by Claudia Sugliano

Copertina Artein 150

In copertina Kcho

“Approda” (e questo verbo non è casuale) nelle sale del rinascimentale Palazzo romano della Cancelleria, appartenente  alla Santa Sede, Kcho, l’artista cubano che del viaggio in mare, visto sotto l’aspetto più drammatico, quello dei migranti contemporanei, ha fatto la cifra immediatamente riconoscibile della sua opera. Il mare, parte del Dna di chi è nato in un’isoletta a sud di Cuba, è sempre stato un tema  dominante nei lavori di Alexis Leiva Machado, il cui pseudonimo, Kcho, deriva dal soprannome affettuoso, cacho/piccolo, datogli dal padre. Intorno alla distesa marina si è sviluppato l’immaginario di un artista, venuto alla ribalta giovanissimo, nel 1992, appena conclusi gli studi accademici, con un’esposizione al Museo di belle arti dell’Avana. Il mare di Kcho, però, si rivela ben lontano dagli stereotipi, dall’idea romantica o esotica spesso associatagli: è piuttosto un luogo terribilmente concreto e insieme metafisico, legato all’idea della sofferenza e della precarietà umane…

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Via Crucis: the touching exhibition by Kcho at the Palazzo della Cancelleria in Rome

“Landing” (and this verb is by no means accidental) in the halls of the Renaissance Roman Palazzo della Cancelleria, part of the Holy See, is Kcho. This Cuban artist has made sea travel from the most dramatic viewpoint, that of contemporary migrants, the most immediately recognizable element in his work. The sea, in the DNA of those born on a small island south of Cuba, has always been a dominant theme in the works of Alexis Leiva Machado, whose pseudonym, Kcho, comes from the affectionate nickname, cacho/little one, given to him by his father. His artist’s imagination developed around the expanse of the sea. It came to the fore when he was very young, in 1992, just after he had completed his academic studies, with an exhibition at the Museum of Fine Arts in Havana. Kcho’s sea, however, is a far cry from the stereotypical one, from the often exotic or romantic idea associated with it: Kcho’s sea is instead a terribly concrete and metaphysical place, linked to the idea of ​​human suffering and insecurity. 



 

Propheta in patria

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

INCONTRO CON TOMMASO BET IN OCCASIONE DELLA PERSONALE ALLO STUDIO D’ARTE G.R. DI SACILE

di/by Alberto Pasini

Si è da poco inaugurata la tua personale presso lo Studio d’Arte G.R a Sacile, primo importante appuntamento di un anno che si presenta ricco di iniziative e progetti, anche oltreoceano. Cosa ti aspetti da questa mostra, la prima nella tua città d’origine, e dal rapporto con lo studio G.R.? Questa rassegna delinea una svolta nella mia carriera professionale: la quadratura del cerchio di un periodo di formazione, epilogo di un decennio di ricerca artistica. Intimamente, rappresenta una sorta di ritorno a Itaca, dopo un periodo di viaggi ed esperienze, sia crudeli che gioiose. È un evento che smentisce tra l’altro il detto nemo propheta in patria. La coincidenza di avere nella propria città d’origine uno dei più importanti studi d’arte italiani, di potervi collaborare dopo anni passati all’estero, svela quella circolarità degli eventi che porta a credere nell’attuazione di un destino. La fiducia ricevuta è fonte di grande motivazione, anche per l’opportunità di rappresentare culturalmente la mia terra d’origine.  La mostra è un’occasione per fare il punto e riflettere su quanto fatto, per voltarsi indietro e considerare la strada percorsa.  Un ottimo inizio, questo 2014, cui si aggiunge la prospettiva di poter approdare anche oltreoceano. Un grande stimolo al rinnovamento della propria passione produttiva, che completa la gratitudine e l’orgoglio per la fiducia concessami dallo Studio G.R. e da Giovanni Granzotto…

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AN INTERVIEW WITH TOMMASO BET ON THE OCCASION OF THE SOLO SHOW AT STUDIO D’ARTE G.R. IN SACILE

Your solo show at the Studio d’Arte G.R in Salice has just recently opened, and is the first important event in what looks to be a year full of initiatives and projects, also on the other side of the Atlantic. What do you expect from this show, the first in your own home town, and from the Studio G.R.? This exhibition marks a turning point in my professional career: the squaring of the circle of a period of formation, the epilogue of a decade of artistic inquiry. Intimately, it represents a kind of return to Ithaca, after a period of journeys and experiences, both cruel and joyful. Apart from anything else, it is an event that denies the saying nemo propheta in patria. The coincidence of having one of the most important Italian art studios in your own home town, of being able to collaborate with it after years spent abroad, reveals a circularity of events that encourages belief in the fulfilment of a destiny. The trust placed in me is a great source of motivation, also for the opportunity it provides to culturally represent my land of origin. The exhibition is an occasion to take stock and reflect on what has been done so far, to look back over the ground covered to date. 2014 has got off to a great start, added to which there is also the prospect of going across the Atlantic as well. A great stimulus to renew one’s passion for producing works, and which completes the gratitude and pride regarding the faith placed in me by Studio G.R. and by Giovanni Granzotto.




 

Bulli e pupe / Guys and Dolls

aprile 2, 2014 in Editoriale, iNEdicola, iNRete

di/by Lorella Pagnucco Salvemini

Arrogante, presuntuoso, arrivista, tendenzialmente bugiardello: non sappiamo se il Matteo nazionale sia davvero così. Certo è che tale appare, con i suoi modi da bullo (ah, quelle mani irriverentemente in tasca mentre parla alla Camera dei deputati) e con quella lingua svelta, facile alla battuta, spesso più offensiva che divertente. Tant’è. Soffriamo talmente la carenza di politici carismatici che abbiamo finito per accettare perfino lui, convincendoci che tali comportamenti, anziché irrispettosi e indisponenti, siano invece necessari, propri a una nuova figura di leader contemporaneo. Renzi si presenta come un ibrido fra Fonzie e Machiavelli, che pure dubitiamo possa aver letto e compreso adeguatamente, ma del quale sembra aver presa e fatta sua la frase più celebre: il fine giustifica i mezzi. Motto di per sé incompatibile con la democrazia e che, per essere applicato in tale regime, richiede mente sopraffina, lucidità diabolica, sobrietà, segretezza, lungimiranza visionaria. Doti di cui il giovane capo del governo italiano non ha ancora dato prova. Per ora, si limita a indire riunioni e a inviare twitter all’arsenico all’alba (così la gente pensa che lavora tanto), ad annunciare baldanzosamente programmi, dei quali non specifica le modalità di svolgimento, a fornire con tracotanza date, che ha già iniziato a procrastinare e cifre, che disdice o sulle quali si ingarbuglia. Come un giocatore di prestigio un po’ maldestro dal cui cappello non esce nemmeno un coniglio. Ha più volte sottolineato che lui, a differenza dei predecessori, ci mette la faccia. Al momento, sta solo rischiando di perderla, non esclusivamente per le promesse che tardano ad essere mantenute. I detrattori hanno cominciato a rovistare nei suoi armadi e un paio di scheletrini li hanno trovati. Nulla di penale, per carità: che male ci sarebbe a farsi pagare l’affitto per tre anni da Marco Carrai? Un caro amico, ancorché influente, che tra i vari incarichi – presidente dell’aeroporto di Firenze, membro del cda della Fondazione della locale cassa di risparmio, e di quello del Gabinetto Viesseux, oltre ad essere stato presidente di Firenze parcheggi – ricopre il ruolo di direttore generale della Fondazione Big bang, la cassaforte della macchina politica di Renzi. Faccenda imbarazzante. A ciò si aggiunge quell’altra questione della fidanzata dell’imprenditore, Francesca Campana Comparini, co-curatrice della prossima grande mostra di Firenze “Pollock e Michelangelo”. 26 anni, laurea in filosofia, nessuno studio specificatamente storico-artistico, nessuna esperienza di curatela, a parte una mini rassegna di sculture di Antonio Crivelli allestita nel negozio della madre e un testo nel catalogo della esposizione di Zhang Huan a Forte Belvedere. Quanto ai titoli, uno solo e su tutt’altro argomento rispetto ai 62 di Sergio Risaliti, firmatario assieme a lei dell’atteso evento fiorentino. Con un curriculum così, una domanda sorge spontanea: dal renziano Comune di Firenze è arrivata la delibera perché la brillante futura moglie di Carrai conosce qualcosa o qualcuno? La risposta, come è giusto, dopo il vernissage. A oggi, ci limitiamo a constatare che chi giurava di voler cambiare verso all’Italia è come se fosse scivolato su una raccomandata. Con ricevuta di ritorno, speriamo.

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Arrogant, presumptuous, a political climber with a natural tendency for telling lies: we don’t know whether “leader of the nation” Matteo is really like that or not. But he certainly seems so, with his “tough guy” mannerisms (ah, those hands so irreverently poked into his pockets while speaking before the Chamber of Deputies) and his nimble tongue, always ready with a witty reply, often more offensive than funny. So be it. We have such a dearth of charismatic politicians that we have come to accept even him, convincing ourselves that these kinds of behavior, rather than being disrespectful and irritating, are necessary qualities of a new kind of contemporary leader. Renzi presents himself as a hybrid between Fonzie and Machiavelli, whom we doubt he has ever properly read and understood, but from whom he seems to have taken and made ​​his own the most famous phrase: “the end justifies the means”. A motto in itself incompatible with democracy and that, to be applied in such a context, requires a discerning mind, diabolical lucidity, sobriety, secrecy, visionary foresight. Qualities which Italy’s young head of government has not yet demonstrated. For now, he limits himself to holding meetings and sending arsenic-laden twitters at dawn (so that people will think that he is working a lot); to boldly proclaiming programmes, but without specifying the methods of implementation; and to arrogantly providing dates, which he has already begun to procrastinate, and figures, which he cancels or confuses. Like a slightly clumsy magician not able to pull even one rabbit out of his hat. He has repeatedly stressed that he, unlike his predecessors, is putting his reputation on the line. At the moment, he is only in danger of losing it, and not only because of the delay in keeping his promises. Critics have begun to rummage in his closets and have found a couple of skeletons. Nothing criminal, good heavens no: what harm is done by having Marco Carrai pay his rent for three years? A dear friend, though an influential one, who among his various positions – president of Florence Airport, a board member both of the foundation overseeing the local savings bank and of the Gabinetto Viesseux, in addition to having been president of Firenze Parcheggi – is director general of the Big Bang Foundation, which finances Renzi’s political machine. An embarrassing affair. In addition to this there is the other matter of the entrepreneur’s fiancée, Francesca Campana Comparini, co-curator of the next major exhibition in Florence, “Pollock and Michelangelo”. 26 years old, a degree in Philosophy, with no specific studies in art history, no experience in curating, apart from a mini-exhibition of sculptures by Antonio Crivelli set up in her mother’s shop and a text in the catalog of the Zhang Huan exhibition at Forte Belvedere. As for publications, she has produced just one, and on a completely different subject from the 62 by Sergio Risaliti, who is co-curating the eagerly awaited Florentine event with her. With a resumé like that, one cannot help asking: did the resolution arrive from the Renzi-governed Florence City Council because Carrai’s bright future wife knows something or someone? The answer, rightly, after the vernissage. For now, we will merely note that the person who swears he wants to turn Italy around seem to have slipped on a raccommandata (in Italian, a play on words with “letter of recommendation”). Return receipt requested, we hope.

 

 

 

 

 

La guerra di Piero / Piero’s war

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

A PALAZZO REALE UNA GRANDE MOSTRA DEDICATA A MANZONI
di/by Carlo Vanoni

Si chiamava Piero, come Piero della Francesca e Manzoni come Alessandro. Del primo conosceva probabilmente la grande pala conservata all’Accademia di Brera, a pochi passi dal vero ritrovo dei giovani artisti milanesi: il Bar Giamaica. Del secondo aveva sicuramente letto il “romanzo” negli anni in cui studiava al liceo classico Istituto Leone XIII, il migliore di Milano, frequentato dai soli rampolli borghesi. Era così Piero, un misto tra l’alta borghesia da cui proveniva (il padre era conte e imprenditore, la madre titolare della filanda Meroni in Soncino) e l’ambiente dell’avanguardia che lo stimolava. Italia anni cinquanta: la pittura regna sovrana, con i de Chirico a Roma, i Morandi a Bologna, i Rosai a Firenze, i Casorati a Torino. A Milano scoppiano i primi moti rivoluzionari. Giovani pittori rivendicano un nuovo modo di fare arte. Vogliono sovvertire l’ordine costituito dai grandi padri della pittura. Nel 1949 Lucio Fontana aveva già allestito l’Ambiente spaziale alla Galleria del Naviglio; nel 1951 Baj e D’Angelo si organizzavano nell’Arte Nucleare. Piero sceglie come campo di battaglia la Galleria Pater, dove il 29 maggio del 1957 espone per la prima volta accompagnato da un testo critico scritto da Lucio Fontana. Qualche mese prima dalla Francia era arrivato Yves Klein che, armato di monocromi blu, aveva invaso la Galleria Apollinaire dichiarando definitivamente guerra alla tradizione. A questo punto servivano nuovi alleati. Manzoni li trova nei tedeschi del Gruppo Zero e negli olandesi del Gruppo Nul, tutti uniti in un unico progetto: azzerare, chiudere con il passato. E quando dicono “passato”, intendono anche l’Action Painting e Pollock, l’Espressionismo Astratto e l’America degli anni Cinquanta. Manzoni attacca con l’arma bianca: inventa gli Achromes, quadri bianchi cosparsi prima di gesso e poi di caolino che fanno tabula rasa della pittura del gesto e dell’emozione. L’esercito si allarga, serve un quartier generale. Lo trovano in via Clerici al numero 12 e lo chiamano Azimut ma senza l’acca finale, perché “Azimuth” era la rivista nata poco prima da Manzoni e Castellani. Siamo nel 1959. La guerra continua. Ci vogliono nuove armi e Manzoni ne inventa di nuovissime: scatole contenenti linee infinite, scatolette con dentro merda però d’artista, palloncini gonfiati dal fiato d’artista, batuffoli di cotone bianco, fibre artificiali bianche, un arsenale per distruggere definitivamente il concetto di arte così com’era stato inteso fino ad allora. Questo arsenale è ora esposto a Palazzo Reale, dove fino al 2 giugno è in corso la splendida mostra curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo. Lì dentro c’è tutto Piero Manzoni che, nonostante la sua breve vita, era riuscito a vincere una grande battaglia. Poi nel 1964 l’esercito della Pop americana sbarcava in laguna, e tutto tornava come prima. Immagini, immagini e ancora immagini… Ma Piero era già morto l’anno prima.

Piero Manzoni 1933-1963
Palazzo Reale, Milano / Milan
Fino al 2 giugno / Until 2 June
A cura di / Curated by
Flaminio Gualdoni, Rosalia Pasqualino Marineo
Catalogo / Catalogue Skira
www.comune.milano.it/palazzoreale

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MAJOR EXHIBITION DEDICATED TO MANZONI AT THE PALAZZO REALE

His name was Piero, like Piero della Francesca and Manzoni like Alessandro Manzoni. He probably knew Piero della Francesca’s great altarpiece preserved in the Accademia in Brera, a short walk from the real meeting place for young artists in Milan: the Bar Giamaica. And he most certainly must have read Manzoni’s “novel” in his years of high school studies at Istituto Leone XIII, the best in Milan, attended only by bourgeois offspring. That was how Piero was, a mix of the upper middle class from which he came (his father was a Count and entrepreneur, and his mother the owner of the Meroni mill in Soncino) and the avant-garde environment that stimulated him. Italy during the fifties: painting reigned supreme, with de Chirico in Rome, Morandi in Bologna, the Rosai in Florence, the Casorati in Turin. In Milan, the first revolutionary uprisings were taking place. Young painters were claiming to have a new way of making art. They wanted to subvert the order of the great fathers of painting. In 1949, Lucio Fontana had already set up the Ambiente spaziale, the Space environment at the Galleria del Naviglio. In 1951 Baj and D’Angelo were getting organized in Arte Nucleare. Piero chose Galleria Pater as his battlefield. It was there on May 29, 1957, that he exhibited for the first time, accompanied by an essay written by Lucio Fontana. A few months before Yves Klein had arrived from France, and armed with blue monochromes, had invaded the Galleria Apollinaire finally declaring war on tradition. At this point new allies were needed. Manzoni found them in the German artists of Gruppo Zero and the Dutch artists of Gruppo Nul, all united in a single project: to wipe away the past, and cut all ties. And when they said “the past,” they also meant Action Painting and Pollock, Abstract Expressionism and the United States of the fifties. Manzoni attacked with the white weapon: he invented the Achromes, white paintings sprinkled first with gypsum and kaolin to create the tabula rasa of the painting of gesture and emotion.  The army began to expand, and needed a headquarters. They found it at Number 12 Via Clerici and called it Azimut but without the final H, because “Azimuth” was a review that was established shortly before Manzoni and Castellani. It was 1959. The war continued. New weapons were needed and Manzoni invented some brand-new ones: boxes containing infinite lines, boxes with shit inside but artist’s shit however, balloons inflated by the breath of an artist, white cotton balls, white artificial fibres, an arsenal to definitively destroy the concept of art as it had been understood until then. This arsenal is now on display at the Palazzo Reale, where up to June 2, this splendid exhibition is being curated by Flaminio Gualdoni and Rosalia Pasqualino di Marineo. In there is all of Piero Manzoni, who, despite his short life, succeeded in winning a huge battle. Then in 1964 the army of the American Pop art movement landed in the lagoon, and everything returned to its previous state. Images, images and more images… But Piero had already died the year before.



 

Porte sull’infinito / Doors Onto the Infinite

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

RETROSPETTIVA DI BILL VIOLA AL GRAND PALAIS

di/by Luciano Caprile

Citando l’amato William Blake, Bill Viola aveva dichiarato una volta che se le porte della percezione saranno aperte, allora tutto sembrerà, per l’uomo, infinito. E il lavoro di questo artista newyorchese, formatosi per una trentina d’anni a Long Beach, vicino a Los Angeles (prima città americana a fondare un centro d’arte dedicato ai nuovi media), sembra aderire perfettamente a tale concetto. L’omaggio che il Grand Palais di Parigi gli dedica fino al 21 luglio ne è una prestigiosa conferma. Infatti la presenza di 25 opere magistrali col supporto di 50 schermi e di ore di immagini fornisce una visione completa di un esaltante lavoro di  sperimentazione che, dopo aver superato l’esame nel 1997 di uno spazio pubblico importante della Grande Mela come il Whitney Museum, è stato consacrato al MoMA prima di approdare alla National Gallery di Londra, al Mori Art Museum di Tokyo e toccare quindi altri spazi prestigiosi come il Guggenheim Museum di Bilbao, di Berlino e di New York. Ora è la volta di una retrospettiva in Francia, che permette al nostro autore di proporre il personale universo di immagini digitali che vanno a rivisitare anche la storia dell’arte. A tale proposito si possono ammirare in rassegna alcuni riferimenti a grandi maestri del passato come avviene per Goya in The Sleep of Reason del 1988. Qui un video sonoro proietta sulle pareti di una stanza occupata da una scrivania in penombra la ricorrente, incombente immagine di un uccello notturno col suo inquietante movimento d’ali. Invece lo spettacolare polittico intitolato Going Forth By Day del 2002 intende esprimere un insieme murale di quadri digitali secondo lo spirito con cui Giotto ha concepito gli affreschi nella basilica di San Francesco d’Assisi. Sono presenti nell’occasione anche altre opere particolarmente significative che scandiscono i quarant’anni di attività di Bill Viola: Heaven and Eath del 1992 prevede due colonne di legno sistemate faccia a faccia (una fissata al suolo, l’altra al soffitto) concluse da due televisori che trasmettono in continuazione sequenze in bianco e nero; in Fire Woman del 2005 si assiste a una proiezione video a colori d’alta definizione dal drammatico impatto visivo. In chiusura, The Dreamers del 2013 offre alla nostra contemplazione una bambina sognante grazie all’uso dei ricorrenti moduli televisivi e ad altri effetti percettivi che ci conducono verso quell’infinito proclamato da Blake proprio in avvio del nostro discorso.

 

Bill Viola
Grand Palais, Parigi / Paris
Fino al 21 luglio / Until 21 July
www.grandpalais.fr  

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RETROSPECTIVE OF BILL VIOLA AT THE GRAND PALAIS

Quoting the beloved William Blake, Bill Viola once declared that if the doors of perception are open, then everything for man will seem infinite. 
And the work of this New York artist, trained for thirty years in Long Beach near Los Angeles (first U.S. city to establish an art centre dedicated to new media), seems to adhere perfectly to that concept. The tribute dedicated to him at the Grand Palais in Paris until July 21 is a prestigious acknowledgment. 
There are 25 masterly works with the support of 50 screens and hours of images, providing a comprehensive overview of his exciting experimentation. 
After having passed the 1997 exam of such an important public space in the Big Apple as the Whitney Museum, it was consecrated at the MoMA before arriving at the National Gallery in London, the Mori Art Museum in Tokyo and then stopping in other prestigious spaces like the Guggenheim Museum in Bilbao, Berlin and New York. 
Now it is France’s turn for a retrospective, which allows the artist to show his personal universe of digital images that also revisit the history of art. 
In this regard, the viewer can admire some references to past masters such as Goya in The Sleep of Reason from 1988. 
Here, a video with sound projects the recurring, looming image of a nocturnal bird with its eerie wing movement onto the walls of a room occupied by a desk at twilight. 
The spectacular altarpiece, on the other hand, entitled Going Forth By Day from 2002 is intended to express a group of digital mural paintings in the spirit with which Giotto conceived the frescoes in the Basilica of St. Francis of Assisi. 
There are also other particularly significant works that mark the forty years of work by Bill Viola: Heaven and Earth from 1992 includes two wooden columns arranged face to face (one fixed to the ground, the other to the ceiling) with two televisions at their ends that continuously transmit sequences in black and white. 
In Fire Woman from 2005, the viewer sees a high-definition colour video projection with a dramatic visual impact. 
In closing, The Dreamers from 2013 lets us contemplate a dreaming girl through the use of recurring television modules and other perceptual effects that lead us towards that infinite proclaimed by Blake right at the start of our discussion.

 

Quelle folli danze urbane / Those crazy urban dances

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

Atlas: la  personale di Marco Petrus alla Triennale 
di/by Marco Chiuso

“II mio unico soggetto è l’architettura”. L’affermazione di Marco Petrus accompagna una ricerca pittorica oramai più che ventennale, contraddistinta da una disciplina rigida e costante. Città d’Europa, Asia e America sono i giacimenti da cui l’artista trae i suoi cristalli. Come gemme grezze sottoposte a pulitura e taglio, così le immagini di questi edifici sono subordinate a un processo d’astrazione. Non una figura umana abita questi palazzi definiti da pennellate nitidissime; non una nuvola solca i cieli metallici blu, rossi o gialli contro cui si stagliano segnati da ombre nette.L’aria tersa e la luce tagliente in cui sono immersi possono infondere un carattere metafisico a questi dipinti, creando un’impressione di algida sospensione. Mentre l’astrattezza e la forza che li animano possono avere radici nelle opere di Peter Halley, o nei Wall Drawings di Sol Lewitt, o nelle vivide geometrie di Daniel Buren.  Ma è il peculiare impiego delle regole della visione che induce queste pitture a virare verso una propria originalità. Attenta è la disposizione del quadro prospettico nello spazio. Sempre inclinato e accostato alle costruzioni ritratte, in nessun caso giace su piani paralleli a una qualsiasi loro superficie. Di conseguenza si danno costantemente viste d’angolo, e i profili nella realtà verticali sono rappresentati da linee cadenti. Allo stesso tempo è insistentemente esclusa la rappresentazione del basamento. Ne risultano architetture periclitanti, costrette in inquadrature ravvicinate su masse poderose con un effetto decisamente destabilizzante sull’osservatore. La vertigine è ancor maggiore nelle opere della recente serie Dalle Belle Città: visioni costituite da caotici profluvi di immagini affastellate, collazioni impossibili, teatro dell’atto scellerato della frantumazione della prospettiva. È nella città d’elezione dell’artista, Milano, che si inaugura presso la Triennale il 29 aprile la personale “Atlas”. La mostra compone in trenta dipinti un utopico “atlante urbano”, la restituzione di un universo metropolitano tanto dettagliato quanto irreale. Se era soprattutto a Milano che Petrus guardava agli inizi della sua ricerca, alle raffinate architetture razionaliste degli anni trenta e quaranta di Giovanni Muzio, Giuseppe Terragni, Piero Portaluppi, Giò Ponti, Luigi Moretti, via via sulle sue tele sono apparse opere diverse, dal costruttivismo russo di Konstantin Mel’nikov, fino ad opere contemporanee di regioni lontane. Queste folli danze urbane, se possono ricordare il Beaux-Arts Ball di New York, anno 1931, dove gli architetti autori dei più noti grattacieli di Manhattan vestivano le sembianze delle loro opere in un ballo in maschera, non ne hanno però il carattere di allegra celebrazione. Queste folli danze, mentre con lucida determinazione esplodono le regole razionali, rendono la visione inquieta.

 

Marco Petrus. Atlas
Triennale di Milano / Milan
Dal 30 aprile al 2 giugno / From 30 April to 2 June
Catalogo /Catalogue Johan & Levi
Con testi di / with texts by Michele Bonuomo, Federico Bucci
www.triennale.org 

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Atlas: Marco Petrus’s solo show at the Triennale 

“My only subject is architecture.” Marco Petrus’s affirmation relates to a painting career spanning over twenty years, distinguished by a strict and unflagging discipline. European, Asian and American cities are the reserves from which the artist draws his crystals. Like raw gems that are cut and cleaned, so the images of these buildings undergo a process of abstraction. Not a single human figure inhabits the buildings, defined by very clear-cut brushstrokes; not a single cloud furrows the metallic blue, red or yellow skies against which they stand out, marked by distinct shadows. The limpid air and sharp light in which they are immersed can infuse these paintings with a metaphysical quality, creating an impression of cold suspension; while the abstractness and force that animate them may have roots in the works of Peter Halley, or in the Wall Drawings of Sol Lewitt, or in the vivid geometries of Daniel Buren.But it is the peculiar use of the rules of vision that leads these paintings to acquire an originality of their own. The arrangement of the perspective frame in space is carefully judged. Always inclined and matched with the depicted constructions, in no case does it rest on planes parallel to any of their surfaces. Consequently, there are always corner views, and profiles which in reality are vertical are represented by sinking lines. At the same time the representation of the base is doggedly excluded. What results are perilous architectural forms forced into close-up views on imposing masses, with a decidedly destabilizing effect on the observer.The dizzying effect is even greater in the works of the artist’s recent series, Dalle Belle Città (From the Beautiful Cities): visions consisting of chaotic streams of bundled-up images, impossible collations, the theatre of the villainous shattering of perspective.It is in the artist’s adopted city, Milan, that his solo show, Atlas, is due to open at the Triennale on 29 April. In thirty paintings the show composes a utopian “urban atlas”, rendering a metropolitan universe as detailed as it is unreal.If it was above all to Milan that Petrus turned in the early phases of his work, to the sophisticated rationalist architecture of the 30s and 40s by Giovanni Muzio, Giuseppe Terragni, Piero Portaluppi, Giò Ponti and Luigi Moretti, different works have gradually appeared in his canvases, ranging from the Russian constructivism of Konstantin Mel’nikov to the contemporary works of distant parts of the world.These crazy urban dances, while they might recall the Beaux-Arts Ball of New York in 1931, where the architects who designed Manhattan’s most celebrated skyscrapers assumed the guise of their works in a masked ball, do not however have the same sense of cheerful celebration. As they explode rational rules with lucid determination, these crazy dances make for uneasy viewing.