Come una preghiera / Like a prayer

GRANDE MOSTRA DI PABLO ATCHUGARRY AL MUBE DI SAN PAOLO di/by Luciano Caprile Affronta il marmo cerc

Dialoghi dal nuovo mondo / Dialougues From the New World

Giammarco Puntelli, vulcanico direttore artistico di Spoleto International Art Fair, parla di due nu

Selfie ergo sum

di/by Lorella Pagnucco Salvemini Selfie: è diventata la parola più usata nel 2013. A rilevarne il

 

Come una preghiera / Like a prayer

giugno 6, 2014 in iNEdicola, iNRete

GRANDE MOSTRA DI PABLO ATCHUGARRY AL MUBE DI SAN PAOLO

di/by Luciano Caprile

Affronta il marmo cercando di indagarne le potenzialità, i suggerimenti. Non si avvale di un disegno preparatorio: traccia direttamente alcune linee indicative sul blocco da sbozzare. La meraviglia si svelerà in un continuo, quotidiano divenire il cui approdo conclusivo è oscuro allo stesso autore che nel bianco statuario di Carrara o nel rosa del Portogallo insegue una vena, una difformità tonale da considerarsi non come un intralcio al gesto della mano ma come il suggerimento di un tragitto privilegiato per la creazione.

Pablo Atchugarry mette dunque in pratica il concetto michelangiolesco secondo cui l’opera è già all’interno della materia informe: occorre estrarla togliendo il superfluo. Nel percorso di escavazione e di sublimazione strutturale Pablo non dimentica le radici figurative in cui è maturata la sua avventura artistica tra la fine degli anni settanta e gli inizi del decennio seguente: certe immagini drammaticamente espressive si sono trasformate in volumi prevalentemente ascensionali che suggeriscono l’idea di un panneggio grazie a un felice connubio tra classicità e astrazione…

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PABLO ATCHUGARRY IN A MAJOR EXHIBITION AT THE MUBE IN SÃO PAULO

He takes on the marble, seeking to investigate its potential, discover its clues. He has no need for a preparatory drawing: he traces some rough lines directly onto the stone to be hewn. The marvel will be revealed in a process of continuous, daily becoming, the final destination remaining hidden to the artist himself. In the white statue marble from Carrara or the pink marble of Portugal, he chases after a vein, a difference in tone, not to be considered a hindrance to the movement of his hand, but rather a hint at a fortunate route to creation.  

Pablo Atchugarry thus puts into practice Michelangelo’s concept, in which the work is already inside the unformed material: one needs to pull it out, discarding what is superfluous. While excavating and rendering the structure sublime, Pablo has not forgotten the figurative roots in which his artistic adventure came to maturation between the late 1970s and the early 1980s: certain images, dramatically expressive, were transformed into shapes reaching primarily upward, suggesting the idea of drapery in an inspired combination of classical aesthetics and abstraction.



 

Dialoghi dal nuovo mondo / Dialougues From the New World

giugno 6, 2014 in iNEdicola, iNRete

Giammarco Puntelli, vulcanico direttore artistico di Spoleto International Art Fair, parla di due nuove importanti iniziative,  Imagine 2014 e Rotta a Nordest, e di tanti altri suoi progetti fino a expo 2015 

di/by  Martina Mori

 

Giammarco Puntelli è direttore artistico di Spoleto International Art Fair e delle mostre del Premio Diana Musolino Città di Pizzo. Critico d’arte, PNL coach e personal coach Ekis, da una sua idea nel 2014 sono nati due progetti: “Imagine 2014” e “Rotta a Nordest”. Li cura personalmente.

Cos’è “Imagine 2014”?
Metto a confronto mondi diversi in nome del dialogo. “Imagine 2014” è una mia idea che nasce da una rilettura meno “romantica” e più sociale del testo della conosciuta canzone di John Lennon. Viviamo in tempi di crisi e questo porta ad affrontare continue sfide, con la necessità di vincerle. Per fare questo e per costruire un futuro migliore, visto che il futuro è il luogo nel quale andremo a vivere, occorre prima immaginare il “nuovo mondo” e la “nuova realtà”. Occorre essere un sognatore. Ho provato ad esserlo ed è nato “Imagine 2014”. Un progetto fatto per sognatori.

Non è dunque la solita collettiva di artisti?
È un progetto che davvero porta a sperimentare la coesistenza di alcuni fra i più importanti artisti contemporanei, non certo in collettiva, ma in una “missione” ben precisa che è quella di indagare con creatività, colori e forme, e di aiutare gli altri esseri umani a costruire il “nuovo mondo”. Ognuno ha la sua visione, la metterà a disposizione del gruppo come a dar vita a un grande concerto, con la stessa libertà di sintassi che appartiene alla musica e con una linguistica fatta di colori e di gestione dello spazio artistico.

 

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Giammarco Puntelli, the dynamic Artistic Director of the Spoleto International Art Fair, talks about two new important initiatives, Imagine 2014 and Rotta a Nordest, as well as many of his other  projects up to expo 2015

Giammarco Puntelli is the Artistic Director of the Spoleto International Art Fair and of the exhibitions of the “Diana Musolino – Città di Pizzo” painting awards event. Art critic, PNL coach and Ekis personal coach, in 2014 two projects arose from an idea of his: “Imagine 2014” and “Rotta a Nordest” (“Route to the Northeast”). He personally follows both projects.

What is “Imagine 2014”?
I compare different worlds in the name of dialogue. “Imagine 2014” is an idea of mine that comes from a less “romantic” and more social reading of the text of the well-known song by John Lennon. We live in times of crisis and this leads us to face continuing challenges, with the need to overcome them. To do this, and to build a better future, seeing that the future is the place where we’re going to be living, you must first imagine the “new world” and the “new reality”. You must be a dreamer. I’ve tried to be one and thus “Imagine 2014” was created. A project made ​​for dreamers.

So it’s not the usual collective exhibition?
It is a project that really brings you to experience the coexistence of some of the most important contemporary artists, certainly not in a group exhibition, but in a well-defined “mission” which is that of investigating, with creativity, colours and shapes, and of helping other human beings to build the “new world”. Each of them has their own vision, and will make it available to the group, as though giving life to a great concert, with the same freedom of syntax that belongs to music, and with a language made of colours and of management of the artistic space.

Selfie ergo sum

giugno 6, 2014 in Editoriale, iNEdicola, iNRete

di/by Lorella Pagnucco Salvemini

Selfie: è diventata la parola più usata nel 2013. A rilevarne il successo, una autorità come l’Oxford Dictionary, che così la definisce: “Fotografia scattata a se stessi, solitamente con uno smartphone o una webcam, e poi condivisa sui social network”. Insomma, un autoritratto fotografico mandato a navigare nel mare magnum della rete. Pratica narcisistica, un po’ infantile un po’ grottesca, verrebbe da dire, se non che si tratta di un fenomeno di massa esteso a livello globale, agito da ragazzini e adulti, gente altrimenti anonima e celebrities. Barack Obama e Hillary Clinton, Lady Gaga, Beyoncé, e un oceano di illustri sconosciuti, tutti colpiti dal virus dell’autoscatto, da postare velocemente su facebook, twitter, instagram, per dire “io esisto”, e restare subito dopo in ansiosa attesa dell’agognato like, come se non potessero più vivere senza quel consenso virtuale.
Dunque, in gioco c’è qualcosa che va oltre il narcisismo. Il Narciso di Ovidio muore consumato dall’amore irrealizzabile per se stesso, esploso alla vista della sua immagine riflessa nell’acqua. Il popolo dei selfie, per amare se stesso ha bisogno dell’amore degli altri, perlomeno di uno sguardo, che evidentemente non trova altrove, di un cenno di interesse. Di un click.
Così facebook diventa una grande vetrina per far vedere chi si è, quanto si vale, spesso per veicolare l’immagine di chi si vuole far credere di essere, alla ricerca spasmodica di una identità socialmente accettabile o, per quanto attiene a politici e personaggi dello spettacolo,  per manipolare il proprio indice di gradimento.
Intanto, data la parentela (lontana) fra l’autoritratto pittorico e fotografico con il selfie, c’è già chi si occupa di studiare il fenomeno con le chiavi della genealogia e dell’arte. A Londra, la National Portrait Gallery ha indetto una tavola rotonda sul tema, per concludere che a inventare il  genere è stata la granduchessa russa Anastasia Nikolaevna. Suo sarebbe il primo autoscatto della storia, sola, davanti a uno specchio con una Kodak Brownie fra le mani. Siamo nel 1914, la figlia dello zar ha 13 anni. Chissà, se fosse vissuta oggi, se anche lei l’avrebbe postato su twitter.
Sempre a Londra a Moving image, fiera di video arte concomitante a Frieze, hanno allestito una mostra interamente dedicata all’argomento, con 19 artisti internazionali. Per i giovanissimi curatori Galperina e Chayka “il progetto rappresenta un meta-commento sul self-brading nell’era digitale”. Ma come parlano questi ragazzi? soprattutto, questa parata di facce dalle espressioni più stravaganti – a tratti comiche, a tratti drammatiche, sovente stupide, o semplicemente insignificanti – dobbiamo davvero considerarla arte?
Giorgio Bonomi, autore de “Il corpo solitario” (Rubettino editore), non ha incertezze: “c’è chi è riuscito a trasformare il selfie in una vera e propria poetica”, sostiene perentorio. Nel volume ne ha censito 700 e ne promette altri 500 per la seconda edizione. Il totale fa 1200: non saranno mica in troppi per meritarsi tutti indiscriminatamente il titolo di artista?
Nell’autoritratto di un tempo, il pittore tanto più era grande quanto riusciva a trasformare il dato autobiografico in valore universale.  Per il  selfie-artist – malato di egocentrismo e solitudine con la presunzione che una manciata di fotogrammi della propria (e nemmeno esemplare) esistenza sia già di per sé arte -  di universale c’è solo la rete. Purtroppo.

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“Selfie” has become the most frequently used word in 2013. In announcing its success, as esteemed an authority as the Oxford Dictionary defines a “selfie” as: “A photograph that one has taken of oneself, typically one taken with a smartphone or webcam and uploaded to a social media website.” In short, a photographic self-portrait sent out to navigate the vast sea of the network. A narcissistic practice, a bit childish, a bit grotesque, one might say, except for the fact that it is a globally extended mass phenomenon, popular with youngsters and adults, otherwise anonymous people and celebrities. Barack Obama and Hillary Clinton, Lady Gaga, Beyoncé and a veritable ocean of ordinary people, all infected by the selfie virus, to quickly post on Facebook, Twitter, Instagram, to say “I exist”, and then, immediately after, to anxiously await the craved-for “like”, as if they could not live without that virtual approval.
So there is something going beyond narcissism involved here. Ovid’s Narcissus dies consumed by an impossible love for himself that exploded when he caught sight of his reflection in the water. To love themselves, selfie-takers need the love of others, or at least a quick glance, which obviously they cannot find anywhere else, some sign of interest. A click.
So Facebook becomes a great showcase for showing who you are, what you are worth, often to convey the image of who you want people to believe you are, in the frantic search of a socially acceptable identity or, for what regards politicians and entertainers, for manipulating their approval ratings.
Meanwhile, given the kinship (far-removed) between a pictorial self-portrait and a photographic self-portrait with a selfie, there are those already studying the phenomenon with the keys of genealogy and art. In London, the National Portrait Gallery has organized a round table on the topic, which concluded that the person who invented this genre was the Russian Grand Duchess Anastasia Nikolaevna. Her photographic self-portrait is considered to be the first selfie in history: she took her own picture alone, in front of a mirror, with a Kodak Brownie in her hands. It was in 1914, and the daughter of the Zar was 13 years old. Who knows, if she had lived today, if she would have posted it on Twitter.
Also in London, in “Moving Image”, the contemporary video art fair running concurrently with “Frieze”, an exhibition has been organized entirely dedicated to the subject, with 19 international artists. For the young curators Galperina and Chayka, “the project represents a meta-commentary on self-branding in the digital age”. But how do these two talk? Above all, this parade of faces with the most extravagant expressions – at times comic, sometimes tragic, often silly, or simply insignificant – must we really consider it art?
Giorgio Bonomi, author of “The Lonely Body”(published by Rubettino Editore), has no doubts: “there are those who have succeeded in turning the selfie into a true poetics”, he strongly asserts. In his book he has identified 700 of them and promises another 500 for the second edition. The total is 1200: could they be too many to all deserve, indiscriminately, to be called artists?
In the self-portraiture of the past, the greatness of a painter was measured in his ability to transform the autobiographical element into universal value. For the selfie-artist – suffering from self-centredness and solitude with the presumption that a handful of photos of his own (and not even exemplary) existence is in itself art – the only thing universal is the network. Unfortunately.

 

 

 

 

 

American Kitsch

giugno 6, 2014 in iNEdicola, iNRete

Grande retrospettiva di Jeff Koons al Whitney Museum

di/by Aldina Vivolo


Al Porto di Mergellina, a Napoli, non è passato inosservato, appena prima di Pasqua, lo yatch più curioso che fosse mai apparso all’attracco. Il suo proprietario, il cipriota Dakis Joannou, industriale e collezionista di arte contemporanea, pare soddisfatto del suo “Guilty” di 32 metri – “colpevole” di possedere, oltre a questa, anche altre 37 opere d’arte firmate dallo stesso artista: Jeff Koons.
Se pensiamo che nel novembre scorso il Cane a palloncini arancioni di Koons ha raggiunto il record di vendita all’asta per opera di artista vivente con 58,4 milioni di dollari, capiamo di che artista si tratti. Del più discusso, senza dubbio, ma anche del più divertente e colorato, oltre che del più affermato dei nostri giorni.
Ecco quindi che il Whitney di New York lo invita, per la prima volta, a organizzare una vasta mostra personale, più di 120 lavori realizzati dal 1978 a oggi, che abiteranno l’intero spazio del museo. Sarà una mostra per ogni età, per adulti che sanno ancora sorprendersi e anche per ragazzini, che verranno senza fare capricci, perché Jeff Koons piace anche a loro, parla con il loro linguaggio di grandi forme semplici, di colori e superfici fluide, di palloncini e uova rotte, di palle sospese in acqua distillata.
Fin dagli anni ottanta, Koons esordisce con aspirapolvere montati in scatole di Perspex, gioca con oggetti della vita quotidiana.
È affascinato dall’estro di Dalí e la sua arte non potrà non toccare altri artisti, in primis Damien Hirst.
Koons apre presto uno studio-fabbrica, dove impiega una trentina di collaboratori (un po’ come Warhol), che negli anni si è esteso a 1.500 metri quadrati, mentre gli assistenti sono ormai più di un centinaio. “Io sono l’idea, loro costruiscono l’oggetto fisicamente”.
Intanto le ‘serie’ dei suoi lavori si susseguono: dalla serie dei Nuovi lavori, a quella dell’Equilibrio, agli statuari (usando giocattoli gonfiabili), alla serie del Lusso e della Degradazione (incentrate sul tema dell’alcol), a quella della Banalità, realizzata in ceramica e legno, come Michael Jackson e Bolle, del 1988, in porcellana dorata a grandezza d’uomo. L’incontro e il matrimonio con Ilona Staller sono immortalati nella serie Fatto in Cielo, dipinti, fotografie e sculture che ritraggono l’atto sessuale tra i due, in parte distrutti dallo stesso Koons quando Ilona porta con sé il loro bimbo in Italia.
Tra gli anni novanta e il duemila il genio di Koons esplode, con i suoi cuccioli a palloncino e con quelli fatti di fiori, le cui tinte variano con le stagioni.
Nella speranza che il bimbo ritorni a New York da lui, crea la serie Celebrazione, con grandi uova rotte e immensi cuori di acciaio dalle tinte forti.
È un’arte semplice, un po’ Kitsch ma certamente libera, che esprime fiducia e incita al coraggio nella vita. Fa bene a tutti, piccoli e grandi.

Jeff Koons.
Retrospective
Whitney Museum of American Art,
New York
Dal 27 giugno al 19 ottobre
From 27 June to 19 October
www.whitney.org

www.artbasel.com

 

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A GREAT JEFF KOONS RETROSPECTIVE AT THE WHITNEY MUSEUM

Docked at Mergellina, Naples, a few days before Easter, it did not go unnoticed. It is the most bizarre yatch ever spotted in a harbour. His owner, the Cypriot Dakis Joannou, is an industrialist and art collector, who is very proud of his 114-foot long “Guilty”. Indeed this is only one of the 38 works of art he owns, signed by the same artist: Jeff Koons. If we think that last November Koon’s  balloon-like Puppy sold at auction for the record price for a living artist of 58.4 million dollars, we readily understand what artist we are dealing with. It is by far the most  controversial, but surely the most colourful and fun, as well as the most established one.
The invitation of the Whitney Museum to host a solo exhibition of Jeff Koons does not surprise us. It is going to be a vast one, where 120 of his works will fill the space of almost the entire museum. An audience of all ages is expected to attend, from adults who have not lost the art of being surprised, to youngsters who for once will not be hard to convince. Everyone likes Jeff koons, because he uses a simple language, made of big, easy shapes, of colourful, fluid surfaces, of balloons and broken eggs, of basket balls suspended in distilled water. Ever since the 80’s, Koons chooses to mount hoovers in illuminated Perspex boxes, paying between art and everyday life. He is fascinated by Dali’s art and wil in turn end up influencing many an artist, such as Damien Hirst. Koons soon opens a factory-like studio where he employs 30 assistants and with the years the studio comes to cover 16.000 sq feet, aided by more than a hundred collaborators. “I am the idea, they build the objects physically’.
Meanwhile the series of his works follow one another. To his New and Equilibrium series, the Statuary one follows (created with inflatable toys) and after that it is the Luxury and Degradation ones (based on the theme of alcohol), and the Banality one, made of ceramic and wood. Michael Jackson and Bubbles, 1988, is a life-size gold-leaf porcelain statue.
Koons then meets and marries Ilona Staller, and the series “Made in Heaven’ portrays the two in explicit sexual positions. Part of these paintings and sculprutres he will then destroy, when Ilona take their son to Italy with her. Between the 90s and the 2000s Koon’s genius is at his best. He creates art in shape of balloons and makes puppies with hundreds of flowers mounted together. In the hope of having his son back in New York, he makes the Celebration series, with huge broken eggs and giant steel hearts, all in strong hues. 
This is an easy art, some call it kitsch, but it is free and it is encouraging, it expresses trust in life.
It is good for all, old and young alike.


 

L’innocenza di uno sguardo limpido / The innocence of a clear gaze

giugno 6, 2014 in iNEdicola, iNRete

di Cesare De Michelis


La straordinaria collezione Bonotto offre lo spunto per una riflessione su Fluxus

Una straordinaria collezione di opere e documenti riconducibili a Fluxus l’hanno raccolta a Bassano del Grappa Luigi e Giovanni Bonotto, che ora stanno preparando vicino al ponte palladiano una sede che la contenga e ne consenta l’esposizione e lo studio.
Non è facile spiegare che cosa è stato ed è Fluxus, certo non un “movimento” o una scuola così come l’intendevano le avanguardie novecentesche, piuttosto un’idea nella quale far convivere e dialogare suoni e segni e, perché no, parole che possono essere gli uni e gli altri, solo che le si pronunci o le si scriva; uno spazio aperto nel quale cogliere le risonanze, che si rincorrono senza regole e senza neppure un progetto definito.
Si pensi alla musica di Cage nella sua aleatorietà, oppure ai “disegni a puntini” di Yoko Ono e alle sue “istruzioni concettuali”, a quelle raccolte cinquant’anni fa in Pompelmo o a quelle ora intitolate Ghianda, o meglio Acorn (Gallucci, pp. 214, € 16,00), che sono  “semi” per interrogarsi e registrare “quel che la tua mente ti dice”, l’esatto contrario di una riflessione, o la premessa di qualsiasi pensiero attraversi la nostra mente sollecitata dall’esperienza.
I primi “pezzi” riguardano il cielo, la sua scoperta “verso la fina della Seconda guerra”, quando Yoko era appena una bimba e “sembrava un piccolo spettro” perché soffriva la fame, la quale diventava più sopportabile se si metteva a guardare il cielo, che in questo modo le conquistò il cuore, “unica cosa costante” in un’esperienza perennemente cangiante “alla velocità della luce e del fulmine”.
Il resto suggerisce come rinnovare la scoperta del cielo e della sua bellezza, immaginando le stelle come altrettante mete di un viaggio che un giorno avverrà, magari salendo su una scala sempre più alta per avvicinarsi a esse.
Poi c’è la terra o la città, ci sono i piedi che fisicamente ti collegano “con questo mondo”, o le pozzanghere che resistono anche quando il cielo è azzurro, o ancora il paesaggio urbano che si colora di verde “con piante, rampicanti, alberi e campi”, nel quale almeno un giorno ogni mese, ma poi anche più spesso, “sia consentito spostarsi solo a piedi o in bicicletta”,
Via via scorrono i pensieri, le domande, i suggerimenti, con temi sempre nuovi, ma un uguale obiettivo: restituirci l’innocenza di uno sguardo limpido e ingenuo.

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The extraordinary Bonotto collection lets us look closer at Fluxus

Luigi and Giovanni Bonotto have brought an extraordinary collection of works and documents related to Fluxus to Bassano del Grappa. They are currently preparing a venue near the Palladian bridge that will house the collection and provide a space where it can be exhibited and studied.
It is not easy to explain what Fluxus was and is; certainly not a “movement” or a school in the twentieth-century avant-garde sense, but rather an idea within which sounds and signs could coexist and converse, and why not, an idea where words could be both the one and the other, and are only pronounced or written. It is an open space in which to collect resonances that chase each other without rules and without even a defined project.
Think of John Cage’s aleatory music, or the “dot drawings” by Yoko Ono and her “conceptual instructions”, those collected fifty years ago in Grapefruit or those now entitled Acorn (Gallucci, p. 214, € 16.00). These are the “seeds” for questioning and recording “that which the mind tells us,” the exact opposite of a reflection, or the premise of any thought when our mind is prompted by experience.
The first “pieces” are about the sky, her discovery of it “toward the end of World War II”, when Yoko was just a little girl. She “looked like a small ghost” because she was suffering from hunger, which became more bearable if she began to look at the sky. And this is how it conquered her heart, being the “only constant thing” in her experience which perpetually changed “at the speed of light and lightning”.
The rest suggests how to revive the discovery of the sky and its beauty, imagining the stars as so many destinations on a journey that might take place one day, perhaps by climbing ladders that are higher and higher, in order to get closer to them.
Then there’s the earth or the city. There are your feet which physically connect you “to this world,” or the puddles that are still there even when the sky has turned blue. Or there is the urban landscape turning green “with plants, creepers, trees and fields”, where at least one day a month, but more often too, “you may only move around on foot or by bicycle”.
Gradually the thoughts flow, the questions, the suggestions, always with new themes but the same objective: to return to a clear and innocent gaze.

 

 

 

 


 

Quando il mercato è glamour / When The Market Means Glamour

giugno 6, 2014 in iNEdicola, iNRete

Dal 19 al 22 giugno la 44ª edizione di Art Basel, la regina delle fiere internazionali

di/by Carlo Vanoni

L’idea era venuta nel 1970 a tre galleristi di nome Ernst Beyeler, Trudi Bruckner, Balz Hilt. Da allora Art Basel è la regina di tutte le fiere dell’arte del mondo: 300 gallerie, 4000 artisti esposti, migliaia di opere in vendita, 70.000 visitatori nell’ultima edizione.
Chiunque desideri tastare il polso dell’economia dell’arte, chiunque speri di imbroccare il nome che domani tutti pronunceranno come “Il nome”, si faccia trovare nella Messeplatz sotto il gigantesco orologio, vero simbolo della fiera. Quando le lancette segneranno le undici spaccate, con precisione svizzera (che scoperta…) si apriranno le porte. Si entrerà tutti ordinatamente (sempre per via della Svizzera…) per poi imboccare la zona di destra o quella di sinistra, visto che l’edificio è circolare e al centro, nel cortile, si vendono Würstel e champagne (cose che solo in Svizzera…).
Al piano terra ci sono i classici del Novecento, in quello di sopra gli artisti più vicini ai giorni nostri. In soldoni: sotto, se non hai almeno un paio di milioni di euro da spendere, evita pure di chieder anche solo il prezzo; sopra, se hai occhio e fortuna, con qualche decina di migliaia riesci a portare a casa qualcosa d’interessante. Se non hai neanche quelli, esci immediatamente e vai dall’altra parte della piazza dove, camminando un quarto d’ora, arrivi a Liste, spazio alternativo ricavato dalla vecchia fabbrica di birra Warteck, dove dal 1996 espongono una sessantina di giovani galleristi che accettano anche migliaia di euro.
Ma torniamo nel padiglione centrale. Qui il gallerista non ti dirà mai che il suo artista esploderà a breve: è già sottinteso per il fatto di essere li. A Basilea non esponi perché paghi ma perché una commissione severissima lo decide. Ci sono quindi le migliori gallerie del mondo, con i migliori artisti del mondo: quest’anno Acquavella, Blum&Poe, Paula Cooper, Dvir, Eigen+Art, Konrad Fischer, Gagosian , Hauser&Wirth,,Kewenig, Lelong, Victoria Miro, Nordenhake, Lorca O’Neil, Pace, Rosen, Schöttle, Templon, White Cube, Zwirner, solo per citare le prime che mi vengono in mente, e poi le italiane: Artiaco, Continua, Raffaella Cortese, Massimo De Carlo, Galleria dello Scudo, Invernizzi, Kaufmann Repetto, Magazzino, Massimo Minini, Giò Marconi, Noero, Lorca O’Neill, Stein, Tega, Tucci Russo, Zero.
Art Basel sta all’arte come Disneyland al divertimento: paghi 45 franchi e ti trovi nel parco giochi più bello del mondo. Con tutto il rispetto per i luna park di provincia, dove puoi pur sempre farti un giro sugli autoscontri, nel padiglione centrale si passa dalla giostra con i cavalli alle montagne russe dove l’adrenalina sale a mille. Tra le centinaia di gallerie puoi scegliere la tranquillità di un Miró o la genialità del giovane artista tailandese con studio a Bruxelles sostenuto dal curatore tedesco che in autunno lo farà esporre alla Tate di Londra. Come bambini impazziti di gioia i collezionisti bramano per la nuova attrazione/rivelazione, chiedendo agli adulti (frequentatori di vecchia data) consigli sul da farsi o, i più tecnici, girando accompagnati da art advisor. Tutti a caccia del nome su cui puntare, tutti in fila per entrare nel giro giusto. Perché Art Basel oltre a mercato, soldi e investimento è soprattutto glamour e divertimento. E se poi l’anno dopo nessuno si ricorderà più dell’astro nascente, -star dell’edizione precedente – fatevene una ragione: Art Basel offre il prestigio, non il prestigiatore.

Art Basel
Dal 18 al 22 giugno / From 18 to 22 June
Basilea / Basel
www.artbasel.com

 

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The 44th edition of Art Basel, the queen of international fairs, will be running from the 19th to the 22nd of June

Three art dealers named Ernst Beyeler, Trudi Bruckner, and Balz Hilt had the idea in 1970. Since then, Art Basel has become the reigning queen of the world’s art fairs: 300 galleries, 4000 artists on exhibit, thousands of works for sale, and 70,000 visitors at the most recent edition.
Anyone who wants to take the pulse of the art economy, anyone hoping to guess the name of the artist who will become “the name”, just has to be at the Messeplatz under the giant clock, the true symbol of the fair. When the hands strike eleven on the dot, with Swiss precision (surprise, surprise) the doors will open. Everyone will go inside in an orderly manner (again because it’s Switzerland) and then turn right or left, since the building is circular and in the centre courtyard, Würstel and champagne are sold (this could only happen in Switzerland).
On the ground floor are the twentieth century classics. On the floor above are artists who are closer to present day. In a nutshell, on the lower floor, if you don’t have at least a couple of million Euros to spend, avoid even asking the price. On the upper floor, if you have a good eye and some luck, with a few tens of thousands, you can take home something interesting. If you don’t have even that then get out of there immediately and walk to the other side of the square where, 15 minutes away, you’ll come to Liste, an alternative space created in the old Warteck brewery. Here, 60 young art dealers have been exhibiting since 1996 and will accept even a few thousand Euros.
But back to the central pavilion where the art dealer won’t ever tell you that his artist is going to explode on the art scene any day now. This is already implied by the fact that he or she is there. In Basel, you don’t exhibit because you paid to be there, but because an extremely severe commission makes the decisions. And therefore, the best galleries in the world are there, with the best artists in the world. This year: Acquavella, Blum&Poe, Paula Cooper, Dvir, Eigen+Art, Konrad Fischer, Gagosian , Hauser&Wirth,,Kewenig, Lelong, Victoria Miro, Nordenhake, Lorca O’Neil, Pace, Rosen, Schöttle, Templon, White Cube, Zwirner, just to mention the ones that comes to my mind, and then the italian ones: Artiaco, Continua, Raffaella Cortese, Massimo De Carlo, Galleria dello Scudo, Invernizzi, Kaufmann Repetto, Magazzino, Massimo Minini, Giò Marconi, Noero, Lorca O’Neill, Stein, Tega, Tucci Russo, Zero.
Art Basel is to art what Disneyland is to entertainment. You pay 45 francs and enter the world’s most beautiful playground. With all due respect to the provincial amusement parks, where you can still get a ride on the dodgem cars, in the central pavilion, it goes from the carousel with its horses to the roller coaster and adrenaline rising to the stars. In among the hundreds of galleries, you can choose the tranquility of a Mirò or the genius of the young Thai artist with a studio in Brussels supported by the German curator, who, in the fall, will be having him exhibit at the Tate in London. Like kids bursting with joy, the collectors yearn for new attractions / revelations, asking adults (habitual visitors who have been coming for years) advice on what they should do, while the more technically minded ones go through accompanied by an art advisor. Everyone is hunting for the name to bet on, everyone is lining up to walk through the lucky gallery. Because Art Basel, as well as being a market, money and investment is, above all, glamour and entertainment. And if next year no one remembers the rising star of the previous year – let it go. Art Basel offers the prestige, not the prestidigitator.

 

Inseguendo un sogno / Pursuing a Dream

aprile 2, 2014 in iNEdicola, iNRete

Via Crucis: la toccante mostra di Kcho al Palazzo della Cancelleria a Roma

di/by Claudia Sugliano

Copertina Artein 150

In copertina Kcho

“Approda” (e questo verbo non è casuale) nelle sale del rinascimentale Palazzo romano della Cancelleria, appartenente  alla Santa Sede, Kcho, l’artista cubano che del viaggio in mare, visto sotto l’aspetto più drammatico, quello dei migranti contemporanei, ha fatto la cifra immediatamente riconoscibile della sua opera. Il mare, parte del Dna di chi è nato in un’isoletta a sud di Cuba, è sempre stato un tema  dominante nei lavori di Alexis Leiva Machado, il cui pseudonimo, Kcho, deriva dal soprannome affettuoso, cacho/piccolo, datogli dal padre. Intorno alla distesa marina si è sviluppato l’immaginario di un artista, venuto alla ribalta giovanissimo, nel 1992, appena conclusi gli studi accademici, con un’esposizione al Museo di belle arti dell’Avana. Il mare di Kcho, però, si rivela ben lontano dagli stereotipi, dall’idea romantica o esotica spesso associatagli: è piuttosto un luogo terribilmente concreto e insieme metafisico, legato all’idea della sofferenza e della precarietà umane…

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Via Crucis: the touching exhibition by Kcho at the Palazzo della Cancelleria in Rome

“Landing” (and this verb is by no means accidental) in the halls of the Renaissance Roman Palazzo della Cancelleria, part of the Holy See, is Kcho. This Cuban artist has made sea travel from the most dramatic viewpoint, that of contemporary migrants, the most immediately recognizable element in his work. The sea, in the DNA of those born on a small island south of Cuba, has always been a dominant theme in the works of Alexis Leiva Machado, whose pseudonym, Kcho, comes from the affectionate nickname, cacho/little one, given to him by his father. His artist’s imagination developed around the expanse of the sea. It came to the fore when he was very young, in 1992, just after he had completed his academic studies, with an exhibition at the Museum of Fine Arts in Havana. Kcho’s sea, however, is a far cry from the stereotypical one, from the often exotic or romantic idea associated with it: Kcho’s sea is instead a terribly concrete and metaphysical place, linked to the idea of ​​human suffering and insecurity.