Datele una molla, cambierà il mondo
Give her a Spring, she will change the World

LE SPIRALI GIGANTI DI BORGIANI RIDISEGNANO LUOGHI E PALAZZI di/by Chiara Gattamelata L’arte, per e

Il Teorema di Tornquist
Tornquist’s Theorem

IN ESPOSIZIONE ANCHE LA SPETTACOLARE SERIE DEGLI OPUS  di/by  Giovanna Zuddas Si è conclusa nella

Provoco, dunque vendo
I provoke, therefore I sell

LA PARABOLA DISCENDENTE DA DUCHAMP A KOONS di/by Lorella Pagnucco Salvemini I francesi lo chiamavano

 

Datele una molla, cambierà il mondo
Give her a Spring, she will change the World

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

LE SPIRALI GIGANTI DI BORGIANI RIDISEGNANO LUOGHI E PALAZZI

di/by Chiara Gattamelata

L’arte, per esserci, ha bisogno non solo di essere guardata ma, in primo luogo, di essere vissuta e sperimentata, altrimenti non esiste. L’arte non può essere solo un fatto personale o un compiacimento estetico, ma necessita di perdurare, come esperienza profonda, nello spettatore. Necessita cioè di generare domande, di interpellare chi la osserva. A questo fine, con un vocabolario personale, tendono le installazioni di Lisa Borgiani. Molle giganti, realizzate con materiale plastico; strutture elastiche gialle, rosse o nere, lunghe fino a 15 metri, diventano nuovi simulacri del movimento tra il mondo spirituale e quello materiale, simboli contemporanei di quel processo di conoscenza che porta alla comprensione e alla trasformazione di noi attraverso il mondo. Obiettivo non facile ma al quale Lisa aspira. Rivivificazione della vita grazie alla contiguità con le energie creative, dilatazione, progresso, estensione sono le premesse da cui partire. Il processo da compiere per giungere all’opera finale, all’installazione vera e propria, inizia da un modello, da una riproduzione, da un collage in una teca: lo studio(di)molle. È in questa fase che si attiva l’immaginario dell’autrice…

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BORGIANI’S GIANT SPIRALS RESTYLE PLACES AND BUILDINGS

Art must be looked at, but most of all, has to be experienced and experimented, in order to be alive, otherwise it ceases to exist. Art cannot be just a matter of personal taste or aesthetic pleasure, it needs to persist within the viewer as an intense experience. Art must raise questions, addressing the observer. Lisa Borgiani’s installations have a tendency to create such an effect, through a very personal approach. Huge springs made of malleable material, yellow, red and black flexible structures, that can reach up to 15 metres in length, become new metaphors of movement between spiritual and material world,contemporary icons representing the course of awareness that leads to understanding and changing ourselves through life on this planet. The goal Lisa is aiming to achieve is not an easy one. The base requirements to start are a celebration of life through the contiguity of creative energies, expansion, progress, extension. The procedure to be carried out in order to achieve the final result, the installation itself, is to make a small-scale model, a reproduction or collage within a display case: a preparatory work on springs. This is the phase that unleashes the author’s imagination…

 

Lisa Borgiani - Ritratto (di) molle
Galleria Poleschi, Pietrasanta
dal 20/05 al 05/06 

Lisa Borgiani – Installazione (di) molle
Studio verticale, BOSTON
06/2016

www.lisaborgiani.com

 

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Il Teorema di Tornquist
Tornquist’s Theorem

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

IN ESPOSIZIONE ANCHE LA SPETTACOLARE SERIE DEGLI OPUS 

di/by  Giovanna Zuddas

Si è conclusa nella prestigiosa Villa Brandolini a Solighetto di Pieve di Soligo, la mostra “Jorrit Tornquist e altre geometrie del colore, Josef Albers, Max Bill, Marco Casentini, Hugo Demarco, Ulrich Erben, Kuno Gonshior”, a cura di Giovanni Granzotto e Alberto Pasini, patrocinata dal comune di Pieve di Soligo, e sponsorizzata dal Gruppo Euromobil dei fratelli Lucchetta. L’inaugurazione aveva visto la partecipazione di un foltissimo pubblico che aveva potuto godere, nella elegante cornice settecentesca della villa, delle opere di Tornquist e di altri importanti esponenti dell’optical art, del costruttivismo e del movimento analitico, etc. E in quella occasione il maestro Tornquist, noto per il suo pungente sense of humour, ha protestato bonariamente: “Non è geometria del colore!” riferendosi al titolo della mostra. I quadrati e i triangoli, secondo la sua provocazione, non dovrebbero essere interpretati in chiave geo-metrica, cioè come “misurazione” del colore, ma come semplici contenitori e definizioni dell’elemento cromatico e della sua luce, che hanno il potere di sovraneggiare e di sublimare fino ad annichilirli…

 

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THE MAGNIFICENT OPUS’ SERIES IS FEATURED TOO

The exhibition “Jorrit Tornquist e altre geometrie del colore, Josef Albers, Max Bill, Marco Casentini, Hugo Demarco, Ulrich Erben, Kuno Gonshior” hosted by Villa Brandolini at Solighetto in Pieve di Soligo just came to a conclusion. The event, curated by Giovanni Granzotto and Alberto Pasini has been sponsored by the Council of Pieve di Soligo and funded by Lucchetta brothers’ Gruppo Euromobil. The enormous audience who attended the opening enjoyed Tornquist’s artwork as well as the work of other optical art, constructivism and analytic art leaders within the refined setting of the 18th century villa. On that date Tornquist, well renowned for his caustic sense of humour, cheerfully complained that “It’s not geometry of colour!” referring to the exhibition title. Squares and triangles, according to his provocative statement, should not be interpreted in a geo-metrical way, meaning colour “measurement”, but rather as mere containers enclosing the chromatic element and its light, that have the power to dominate and elevate them to the point of annihilation…

 

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Provoco, dunque vendo
I provoke, therefore I sell

aprile 11, 2016 in Editoriale, iNEdicola, iNRete

LA PARABOLA DISCENDENTE DA DUCHAMP A KOONS

di/by Lorella Pagnucco Salvemini

I francesi lo chiamavano succès de scandal. Il termine aveva un suo fascino torbido, rimandava a qualcosa di peccaminoso, lasciava immaginare chissà quali lussurie in quali alcove. A praticarle erano i personaggi del bel mondo, baroni impettiti e  impomatati, duchesse pallide e lascive, alti prelati dalla scarsa vocazione. Per non parlare dello stuolo di artisti sempre pronti con la scusa di un ritratto ad approfittare della faiblesse di gran dame  per allacciare rapporti carnali e acquisire notorietà. Tempi che furono. Ci penseranno le avanguardie storiche, l’esistenzialismo, il femminismo, il ‘68 e le relative rivoluzioni sessuali, dei costumi e mediatiche  a far apparire le trasgressioni di  nonni, bisnonni e trisavoli ingenue, poco allettanti, ridicole, perfino. Eppure, ricorrere alla provocazione per ottenere popolarità è un modo tuttora piuttosto utilizzato, specie nel settore dell’arte contemporanea. Come se ci fosse ancora molto di cui scandalizzarsi. Come se fossimo rimasti a Duchamp e fosse necessario épater le bourgeois. Come se esistesse oggi un borghese che si lasciasse scuotere da una sfida d’artista. Quasi bastassero raffigurazioni di amplessi di personaggi famosi, di un papa abbattuto da un meteorite, di squali e tigri in formaldeide  a conferire all’istante a quelle opere dignità estetica. Il discorso si fa ingarbugliato e si presta a fraintendimenti. Dalla fine dell’’800 ai grandi movimenti del ‘900, si è imparato a considerare come parte preponderante del fare artistico l’impeto polemico, dissacrante. L’arte liquida il ruolo di edonistica convivenza con il bello per riservarsi la funzione di svegliare le coscienze,  di stimolare riflessioni profonde.  Anelito nobile e condivisibile. Purtroppo, a oltre un secolo di distanza, tocca assistere a un epigono alquanto triste: predominio della trovata sull’idea, della volgarità sullo stile. Impera, anche nelle arti visive, un linguaggio che rimanda alla caserma, osceno (fuori scena, etimologicamente), che non si capisce perché debba godere delle luci della ribalta. Oltraggio al pubblico pudore, vilipendio alla chiesa, allo stato sono reati previsti dal codice, non encomiabili comportamenti estetici. Invece, questi artisti assurgono rapidamente agli onori della cronaca (sempre a caccia di notizie che suscitino scalpore), di  una certa critica  modaiola e pecorona (che li appoggia nel timore di non sembrare sufficientemente moderna) e del mercato (che visto il can-can mediatico comincia a comprare, non si sa mai). Più che pasionari sinceramente in lotta contro i mali del nostro tempo, questi  soggetti ricordano il cinismo di certi pubblicitari, abili  strateghi dell’affermazione di un prodotto. Tutto diventa lecito, purché si parli di loro. Protestano, ma  non accettano le proteste di chi dissente. Scalpitano, urlano alla censura, fanno gli indemoniati. Intanto le quotazioni crescono,  in alcuni casi raggiungono cifre astronomiche.  Prendiamo Hirst, Koons, Cattelan & company, per esempio:  bisogna ammettere,  hanno del genio. Chapeau a chi è stato capace  di convincere tanta gente a spendere tanti soldi. Ma, per piacere, non chiamiamo capolavori i loro manufatti. Fanno pensare, sì: a tutto fuorché all’arte.

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THE SPENGLER PROPHECY IS COMING TRUE

The French used to call it succès de scandale. The ambiguously appealing term referred to something sinful evoking any sort of sexual performances happening in some bedrooms. The main subjects were high society people, stiff and spruced up noblemen, pale and lascivious duchesses, scarcely devoted clergymen. Not to mention the multitude of artists who, on the pretext of painting a portrait, were eager to take advantage of ladies’ faiblesse with the purpose of seducing them and become a celebrity. Long gone days. Historical avant-garde movements, existentialism, feminism, the events of 1968 along with the closely related sexual, moral and media revolution will all contribute to make grandparents’, great-grandparents’ and all ancestors’ transgressions sound naïve, not much enticing, or even laughable. And yet, provocation is still a popular expedient on the pursuit of success, particularly in the contemporary art world. As if there was still much to be shocked by. As if we were stuck with Duchamp and there was still an urge to épater le bourgeois. As if middle class could still be shaken by an artist’s provocation in such a way that the depiction of celebrities’ sexual intercourse or a Pope struck by a meteor, or sharks and tigers in a tank of formaldehyde were by all means enough to bestow those works with aesthetic value.The topic gets complicated and lends itself to equivocation. Starting with the late 19th century until the big 20th century art movements we got used to consider an argumentative and irreverent approach as an essential element in the process of making art. Art loses its task of hedonistic communion with beauty whilst keeping the mission of raising awareness, of provoking deep thought. A noble and appealing yearning indeed. Unfortunately, more than a hundred years later, we ought to witness a rather depressing imitation of the supremacy of gimmicks over ideas, of coarseness over style. Billingsgate and obscene language (etymologically meaning off scene) is prevailing even in the realm of visual arts, and it’s hard to understand why it deserves fame.Outraging public decency, insulting the Church and the Nation are all felonies included in the criminal law rather than praiseworthy aesthetic choices. But these artists quickly hit the headlines of papers always seeking for sensation in their columns. They’re supported both by spineless, compliant critics (who dread being labelled as not modern enough) and rapidly become a hit on the Market (as a result of the media phenomenon people start to buy, just in case). Far from genuinely fighting the evil of our times, these people recall some cynical admen, skilled strategists at selling a product. Everything is allowed, as long as people are talking about them. They complain, but won’t accept complaints from those who disagree. They make a fuss condemning censorship, they go crazy. Meanwhile prices rise, sometimes hitting excessive figures. If we take for instance Hirst, Koons or Cattelan just to mention a few, we must admit they have genius. Well done those who managed to convince so many people to spend so much money. Just please let’s not call their products masterpieces. They sure make you think, yes, about anything but art.

Nudi censurati, un comico eccesso di zelo
Censored Nudity, a ridiculous excessive Zeal

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

MA C’È UN PRECEDENTE, PASSATO INOSSERVATO

 di/by Stefano Zecchi
Stefano Zecchi

Dunque, è arrivato a Roma in visita ufficiale il presidente iraniano Rouhani, e le statue del museo capitolino vengono, più che coperte nelle parti nude, inscatolate per farle sparire dalla vista del visitatore così da non offendere la sua cultura e la sua sensibilità. Già qualcosa del genere era accaduto nel dicembre 2015, quando il premier Renzi aveva ricevuto a Firenze il principe ereditario degli Stati Arabi, Al Nahyan. Per l’occasione, era stata coperto, con un paravento di carta decorata con gigli, un nudo dell’artista Jeff Koons. Per questo intervento, nessuno ha avuto niente da ridire, forse anche perché le cose che fa Koons meno si vedono e meglio è, mentre la copertura delle statue capitoline ha sollevato una corale indignazione. Si nascondono le testimonianze più alte della nostra cultura, è stato detto con le più diverse sfumature per condannare il gesto misericordioso della censura. E di conseguenza si è aggiunto: quell’iniziativa è una riprovevole testimonianza che noi ci vergogniamo della nostra cultura. Ho trovato commoventi tutti quei lamenti e imprecazioni a difesa della civiltà italica, greco-latina, umiliata dal gesto pietoso che ha inteso nascondere seni, sederi e altro. La cultura italiana ha un bisogno così grande di riconoscersi nel suo passato che ha temuto di smarrire le proprie origini per un semplice eccesso (kitsch) di zelo nei confronti di un ospite che probabilmente si sarebbe sentito offeso osservando, sia pure di sfuggita, il corpo umano nudo. Rouhani, invece, si è dimostrato del tutto indifferente alla possibilità che il suo sguardo cadesse su generose nudità classiche, e infatti, interrogato sull’accaduto, ha risposto che lui non ne sapeva niente e ha tagliato corto sottolineando che quell’iniziativa, e ciò che era seguito, non era che una questione “giornalistica”, cioè, dal suo punto di vista, una cosa di nessuna rilevanza. E così, il presidente iraniano si è dimostrato molto generoso di fronte a chi aveva pensato di prestargli una particolare attenzione, mentre ingenerosi sono stati i rimproveri al funzionario che non aveva fatto altro che riproporre a Roma il protocollo già messo in pratica a Firenze per l’accoglienza di un ospite che, anche se sunnita, aveva più o meno la stessa cultura di quello sciita iraniano. Evidentemente il funzionario zelante non aveva calcolato che un sedere classico può essere lasciato libero allo sguardo di chiunque, perché testimonia la Cultura, mentre quello moderno di Koons non conta niente e va coperto perché potrebbe essere offensivo. L’errore è stato un semplice scambio di valore tra due sederi: tutto qui. E invece apriti cielo: avevamo bisogno di un sedere classico, incautamente coperto, per scoprire il significato della nostra millenaria civiltà. Comica la persona che con un ingenuo sentimento dell’accoglienza ha imbragato le statue nude; comici i lamenti per un’identità culturale umiliata e calpestata che invece si sarebbe dovuta rappresentare con orgoglio patrio. C’è solo da augurarsi che arrivino da noi un po’ più di frequente alti dignitari mediorientali – in sospetto di orrore per il nudo – così di tanto in tanto possiamo rinfrescare il senso della nostra cultura e non dimenticare chi siamo e da dove veniamo.

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HOWEVER THERE IS AN UNNOTICED PRECEDENT

So during Iranian President Rouhani’s official visit to Rome nude statues have been, rather than just covered in their genitalia, encased in order to spare the sight that might offend the visitor’s culture and sensibility. Something like this already happened back in December 2015, when Prime Minister Renzi met the Crown Prince of Abu Dhabi, Al Nahyan, in Florence. A paper screen decorated with Florence’s fleur-de-lis was then placed around Jeff Koons’ nude statue. Nobody complained about such intervention, perhaps because less you see Koons’ work the better it is, while the obscuration of the Capitoline Museums’ sculptures raised a unanimous indignation. Many people condemned such an act of merciful censorship claiming, each using a  different tone, that the highest expressions of our culture are being concealed. Therefore some people added that the initiative is a reproachable proof that we are ashamed of our own culture. I was moved by those complaints and invectives aimed at defending the Italic, Latin and Greek civilization, mortified by the pathetic decision to hide breasts, rear ends and so on. Italian culture desperately needs to identify itself with its past and almost lost its way because of a mere act of cheesy, excessive zeal towards a guest who might have felt offended by the (yet brief) sight of a naked human body. Rouhani, instead, wasn’t bothered by the chance he could accidentally get a glimpse of lavish classical nudity, in fact, when inquired about the issue, he replied that he was not aware of that and he cut off stressing out on the idea that the whole initiative was just press stuff, therefore an irrelevant matter in his opinion. Iran’s President was therefore pretty kind towards those who showed a sign of respect, while the executive who fulfilled the protocol in Rome has been harshly accused, even though he simply repeated the same etiquette implemented a few months before in Florence during the visit of a guest who, shared almost the same heritage with the Shiite guest from Iran. The zealous executive clearly didn’t take into account that a classical behind can be exposed for everyone to see, as Culture’s heritage, while Koon’s modern bum means nothing so it has to be encased for it may be considered offensive. The mistake lies basically in confusing the two rear ends: that’s all. Well God bless the classical behind whose reckless censorship made us mindful of our civilization of millennia past. The person who, driven by a naïve sense of hospitality, wrapped up the nude statues was quite ridiculous. Likewise, the complaints about a humiliated and stepped-on cultural identity which should have been, on the contrary, proudly promoted sound laughable. We can only hope that influential Middle-Eastern personalities visit our Country more often – allegedly horrified by nudity – so that we can brush up our sense of national culture and keep from forgetting who we are and where we come from.

 

Biasi incanta New York
Biasi seduces New York

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

ALLA GR GALLERY LA MOSTRA SULLA “MEDITAZIONE DINAMICA”

 di/by Pazzy

A Dynamic Meditation è la mostra personale dedicata a Alberto Biasi da GR gallery, sede newyorkese dello storico Studio d’arte GR; celebrazione di un sodalizio che dura da oltre un quarto di secolo. Senza soffermarmi sulle ormai arcinote vicende storico-biografiche che hanno fatto di Biasi uno dei maggiori rappresentanti dell’attuale panorama artistico, andiamo a raccontare le motivazioni che si celano dietro quest’esposizione, e gli incanti che ne definiscono l’allestimento.
In corso fino al 22 maggio negli spazi della galleria sita al 255 della Bowery, l’iniziativa intende presentare la creatività dell’artista patavino in maniera completa; New York ha infatti accolto l’opera di Biasi in svariate occasioni nel corso degli ultimi 50 anni, dalla famosissima The Responsive eye al MoMA …

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AN EXHIBITION ON “DYNAMIC MEDITATION” AT GR GALLERY

 GR gallery, New York’s headquarters of Studio d’Arte GR dedicates Alberto Biasi a solo show called A Dynamic Meditation, as a celebration of their over 25-year long partnership. I’ll skip the well-known biographical and historical events that made Biasi one of the most important contemporary artists, and dwell on the motivations behind this exhibition as well as the dazzling details in its set-up. The exhibit, open until 22nd May in the gallery spaces located at 255, Bowery, is a comprehensive overview of the Paduan artist’s creativity; New York has indeed welcomed Alberto Biasi several times over the last 50 years, starting with the popular The Responsive eye exhibition at MoMA…

Alberto Biasi - Dynamic Meditaion
Gr Gallery - New York
A cura di / Curated by Giovanni Granzotto, Alberto Pasini
Fino/Until 22/05


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La fotografia come ricerca della bellezza ideale
Photography as the Search for ideal Beauty

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

MAPPLETHORPE AL LOS ANGELES  COUNTY MUSEUM

 di/by Carlo Vanoni

Un fiore, un corpo nudo, il ritratto del personaggio famoso, un fiore, un corpo, il ragazzo con il giubbotto di pelle, il fiore sbocciato e il corpo di un super dotato, l’organo sessuale nel massimo dell’espressione, un boa intorno al collo, un vibratore che fa il suo mestiere, il primo piano di un sedere, pantaloni in pelle aderenti che mostrano la protuberanza, la grazia di un ballerino quando danza, il torace e la schiena, la scultura greca, un corpo, un fiore, la ricerca della luce per arrivare alla perfezione.
Il fine ultimo di Robert Mapplethorpe (1946-1989) – le cui fotografie sono esposte al Los Angeles County Museum of Art sino a fine luglio – era la bellezza ideale, la perfezione formale, per lui non c’era differenza tra un fiore e un vibratore, tra la grazia e il sadomaso, non c’era differenza perché il soggetto veniva dopo il concetto…

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MAPPLETHORPE AT THE LOS ANGELES COUNTY MUSEUM

A flower, a nude, the portrait of a celebrity, a flower, a body, the boy in a leather jacket, the flower blossoming and the body well-endowed, the sexual organ at maximum expression, a boa around the throat, a vibrator doing its work, a close up of a bottom, skintight leather pants showing off the protuberance, the grace of a dancer in movement, the chest and back, Greek sculpture, a body, a flower, the search for light to arrive at perfection.
The ultimate goal of Robert Mapplethorpe (1946-1989) – whose photographs are on view at the Los Angeles County Museum of Art through July – was ideal beauty, formal perfection. For him there was no difference between a flower and a vibrator, between grace and sadomasochism, no difference, because the subject came after the concept…

Robert Mapplethorpe - The Perfect Medium
LACMA-Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles
Fino/Until 31/07

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Per lui fare arte è come respirare
Making Art to him is the same as breathing

aprile 11, 2016 in iNEdicola, iNRete

RINALDO BIGI SI IDENTIFICA CON PIETRASANTA 

 di/by Francesco Mutti

Carattere, prima d’ogni altra qualità. Carattere inteso come segno, come tratto e, infine, come forma vera e consapevole, in quella complessa e inesplicabile rete di esperienze che rendono l’individuo uomo e, talvolta, l’uomo artista. Rinaldo Bigi, molto più che maestro, respira arte da tutta una vita. Un’arte che lui chiama Pietrasanta, città natale, crocevia obbligato per chi vive scultura. Una marcata presenza, la sua, che si fa scenica e teatrale in ogni intervento, figlia certo di quella cultura che trova nella conoscenza dei materiali (marmo, bronzo, gesso) un profondo e totale respiro plastico. Bigi vi attribuisce però un finito valore narrativo quale conseguenza di quella sua solida tradizione figurativa, talvolta carnascialesca, di chiara matrice storico-territoriale…

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RINALDO BIGI IDENTIFIES HIMSELF WITH PIETRASANTA 

Personality first. Intended as feature, trait and, eventually, as true and conscious appearance within that complex and inexplicable network of experiences that turn the individual into a man and, sometimes, the man into an artist. Rinaldo Bigi, more than just a master, has been breathing art all his life. Such art he calls Pietrasanta, his birthplace and unavoidable crossroads for sculptors and sculpture lovers.

His meaningful contribution becomes staged and theatrical in every action, indeed a natural result of a heritage where a deeply flexible feel is provided to the sculpture through the mastery of media (marble, bronze, plaster). Bigi, nevertheless, confers the final result a complete narrative value as a consequence of his solid figurative, (sometimes carnivalesque) tradition which is undeniably bound to his land of origin…

Rinaldo Bigi – L’incanto e il peso dei giorni
Piazza del duomo, chiesa e chiostro di Aant’Agostino – Pietrasanta
introduzione a cura / curated by Philippe Daverio
Fino/Until 29/05

 

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