Riccardo Licata ● Maestro viaggiatore

Riccardo Licata al lavoro

In 60 anni di ininterrotta grazia creativa, Riccardo Licata è divenuto un punto fermo nella storia dell’arte europea del ’900. Un autore che, sul piano della qualità, non teme confronti. Anche grazie alla unicità di un complesso alfabeto personale, composto e orchestrato in “partiture” di sontuosa armonia

di Franco Batacchi


“Benissimo!”. Così risponde immancabilmente Riccardo Licata quando gli si pone, a ogni incontro, la stereotipata domanda: come va? Non è una risposta di maniera. Anche quando la salute gli ha tirato un momentaneo scherzo di cattivo gusto, egli è rimasto tanto immerso, incollato, aggrappato alla forza della vita, da trovare l’energia necessaria a proseguire il suo interminabile girovagare nello spazio del mondo, nel tempo della storia, nel gusto dell’amore.
Quella stessa costante energia che ha sostenuto il suo cammino in sessant’anni di ininterrotta grazia creativa, facendogli superare con olimpica serenità gli inevitabili ostacoli incontrati nel percorso che lo ha condotto sulle rotte dell’arte europea: dalla decisione di partire da Venezia – dove stava raccogliendo i primi successi giovanili, ma aveva intuito la difficoltà di emergere in un ambiente dominato dalla prepotente personalità di Emilio Vedova – per tuffarsi giusto in tempo nell’ultima grande stagione della Parigi caput mundi gione della Parigi caput mundi (dell’arte, ovviamente), alla coraggiosa scelta di non rintanarsi nelle comode trincee protette dai simboli del potere
politico.

La biografia di Licata è la carta nautica di un periplo, l’orario ferroviario della Transiberiana, la scatola nera del vecchio Concorde, la lista (che piacerebbe a Umberto Eco) delle stazioni di servizio della rete autostradale continentale. Se avesse messo da parte un cent per ogni miglio marino solcato in nave e in barca, per ciascuno dei chilometri percorsi in treno o in automobile (sempre accompagnato, poiché non ama guidare) e per le miglia aeree accumulate, oggi sarebbe multimilionario in euro. Ma Licata non è venale, non si è mai curato del denaro. Ha prodotto molto, senza apparente fatica. E ha distribuito con generosità le impressioni raccolte guardando dai finestrini, dagli oblò, dalle verande e annotate in preziosi taccuini formati da fogli di carta a mano sapientemente valorizzati nella loro tattile testura e trattenuti da sovraccoperte di cuoio o di cartone avvolte da lacci e cordigli. Paesaggi come emozioni, incontri come momenti di transitoria perfezione, versi non declamati, tregue nella guerriglia quotidiana.

Quante dediche avrà vergato nelle apposite pagine bianche dei cento cataloghi e monografie che hanno accompagnato le sue grandi mostre? Non sono le consuete firme accompagnate dalle frasi di prammatica, bensì veloci e perfetti ideogrammi che compongono il Bignami di una formidabile facondia grafica, il sottotraccia per ulteriori possibili chiavi interpretative di una “scrittura” ormai quasi automatica, eppure mai ripetitiva. Quei libri sono destinati alla mutilazione, ogni facciata dedicatoria finirà in cornice, è inevitabile. Tuttavia mi piace coltivare l’utopico sogno di un volume (un’enciclopedia) che metta in fila le migliaia di “frasi” grafiche stilate in dodici lustri di quotidiano appuntare. Non credo sia trascorso un sol giorno – salvo forse quello, recente e lancinante, in cui l’adorata Maria si è arresa al male – senza che Licata abbia lasciato un segno sulla carta: più di ventimila mappe di un viaggio degno di Verne.

E poi: tavole, tele di ogni formato, mosaici, arazzi, sculture, ceramiche, vetri, oltre alla cospicua e poliedrica produzione grafica (classica e sperimentale) in cui eccelle. Sul piano della quantità, Licata può tener testa a Picasso, a Warhol e, in Italia, all’amico Celiberti e a Schifano. In merito alla qualità non teme confronti, anche in virtù della straordinaria unicità di quel complesso alfabeto che egli ha composto e orchestrato in partiture di sontuosa armonia. Non a caso adotto una terminologia musicale. Inorridisco quando sento definire “forchetta” il segno di Capogrossi e “bottiglie” e “cactus” quelli di Morandi e di Licata. Così come gli inconfondibili stilemi degli altri due maestri del ’900 italiano, anche la scrittura viva di Licata ha un’origine e una genesi che rendono risibile un supposto manierismo.

Nel catalogo di un’antologica dedicata alle sculture e ai mosaici monumentali di Licata, allestita al Castello di Pergine nell’ormai lontano 1997, segnalai il substrato culturale che sostanzia e storicizza il lavoro di questo gigante: le correlazioni formali tra pittografie, graffiti e rilievi che, a partire dalla protostoria, collegano Cretesi e Ittiti, avvicinano civiltà mai entrate in contatto tra loro (la valle dell’Indo e l’isola di Pasqua sono separate da tremila anni e ventimila chilometri), suggeriscono echi provenienti dalla pittura precolombiana, dalla scrittura cinese, dalle strutture vocalizzate dell’ebraico e dell’arabo. E sottolineai la sostanziale differenza che separa quei linguaggi (strumenti disponibili per chiunque ne avesse appreso le regole) dal lessico espressivo di Licata, che non è funzionale alla descrizione del reale, bensì funge da sismografo degli impulsi personali dell’artista, raggiungendo la catarsi del simbolo.

Dieci anni or sono
, in occasione dei suoi settant’anni, mi venne richiesto un breve intervento per una pubblicazione che omaggiava l’artista. Non esitai a rivelare come, insieme all’ammirazione per la straordinaria coerenza tra vita e mestiere, in gioventù avessi coltivato nei confronti di Licata il meno nobile (e per me raro) sentimento dell’invidia, determinato dalla precocità con cui Riccardo ha escogitato (intuito, trovato, scoperto, inventato) il suo segno. Ciascuno di noi perviene allo “stile” dopo un percorso di ricerca più o meno travagliato.

La pittura di Licata era riconoscibile di primo acchito fin dagli esordi. Già nei periodi giovanili, in cui costeggiava borderline l’astrattismo e lo spazialismo, affioravano quelle sagome di origine apparentemente misteriosa che conferivano alle sue composizioni un’aura totemica. Ma non vi erano enigmi da risolvere. L’artista, profondo conoscitore di musica, frequentava con assiduità i concerti sinfonici del teatro La Fenice e aveva ricavato dalla gestualità del direttore d’orchestra i primi segnali visivi capaci di trasporre il suono in forma. Dai quei remoti anni ’60 la redazione del suo eccezionale vocabolario visivo non ha conosciuto pause, in una mirabile continuità sostanziata di coerenza. E progressivamente gli schemi compositivi, talora sorprendenti, sono apparsi come spartiti sui quali ritmo e armonia, acuto e pianissimo si avvicendano in mirabile equilibrio. Dietro e sotto il linguaggio espressivo scorrono storia e memoria, mentre in superficie emergono miraggio e metafora.

A mio avviso Riccardo Licata è un punto fermo nella storia dell’arte del secolo scorso e tuttora la sua vitalità regala pagine di nuova lettura. I tortuosi meccanismi del sistema dell’arte per lunghi anni hanno tenuto questo maestro ai margini del grande mercato internazionale, in cui merita di figurare con pieno diritto. Fortunatamente l’incontro con il critico Giovanni Granzotto ha determinato una svolta. Già dalle prime grandi antologiche del 2000 – curate in collaborazione con Luciano Caramel – si sono avvertiti i segnali di un’attenzione finalmente qualificata.

Le prestigiose rassegne allestite a Roma (Palazzo Venezia) e al Palazzo ducale di Venezia nel 2009 e quelle di quest’anno all’Hermitage di San Pietroburgo e al Palazzo Reale di Milano marcano una definitiva consacrazione. Ma, al cospetto degli avvenimenti, non cambierà l’atteggiamento dell’artista. Licata continuerà a disegnare preziose dediche e, a chi gli chiederà come va la vita, risponderà a ragion veduta: “Benissimo!”.

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