Il laureato analfabeta

di Lorella Pagnucco Salvemini

Belli, giovani, palestrati, spesso abbronzati. Tutti, obbligatoriamente, con laurea in tasca. Ecco i dottori in giurisprudenza venuti da ogni parte di Italia a concorrere per un lavoro come funzionario al Comune di Orbetello. Incredibile, ma vero. Nessuno ha superato la prima prova, l’esame scritto. Nessuno ha raggiunto la valutazione minima, 21/30, per l’ammissione agli orali. Il posto fisso se lo possono sognare.

Pessima notizia. La notizia buona, però, è che per una volta nel nostro Paese non si potrà parlare di concorsi truccati, di candidati scelti a tavolino, a prescindere dai meriti personali. A Orbetello non si elargiscono favori, le raccomandazioni non contano. O, forse, non bastano più nemmeno quelle.

Quando gli esaminatori iniziano a leggere i compiti, in un primo momento, pensano a uno scherzo. Qualche bontempone avrà sostituito i fogli. Difficile  credere ai loro occhi: uomini e donne di legge, che hanno studiato per diventare avvocati, magistrati, giudici, pubblici ministeri stanno dimostrando di non conoscere i rudimenti della lingua italiana. Si vede che si saranno ispirati a Di Pietro. Ma come avranno fatto a prendere la laurea questi ragazzi che infilano uno dietro l’altro madornali errori di ortografia e sintassi che si dovrebbe aver appreso a evitare con la licenza elementare?

Ecco qualche perla: habbiamo rigorosamente con l’h, ragazi con una zeta sola, superfice senza la i. C’è perfino qualche creativo che mette giù a nomalo per anomalo, violenza della norma in luogo di violazione. A qualche altro viene addirittura in mente che sia competenza di un sindaco dichiarare lo stato di guerra. Tutti bocciati. Ah, poveri soldi di mamma e papà spesi così male. Tocca ammettere che questi figlioli sono rimasti proprio dei begli asini.

La delusione non riguarda unicamente genitori e rispettivi rampolli in corsa per Orbetello. Titoli di studio notevolmente al di sopra del proprio sapere anche all’ultimo concorso per magistrati a Roma. Qui le cose non vanno meglio. In gara 4000 partecipanti per 380 incarichi. Ciononostante, 58 posti rimangono vacanti. Il che significa che 3700 persone hanno presentato prove indifendibili a partire già dal punto di vista linguistico.

Gli strafalcioni certo fanno ridere, tuttavia il  problema è serio. Possibile che dopo cinque, sette, dieci anni passati sui banchi dell’università uno non riesca a buttare giù un testo presentabile, sufficientemente corretto quanto ad analisi logica e  grammaticale. Una lettera che non faccia sbellicare l’amministratore del condominio, l’impiegato dell’assicurazione,  o l’appuntato dei carabinieri se l’ignorantone deve porgere anziché sporgere denuncia. Un mistero che, a quel livello di istruzione, uno ancora non conosca la differenza fra diramare e dirimere, scriva un’altro con l’apostrofo e, quanto al sostantivo eccezioni, nel dubbio alterni eccezzioni con eccesioni.

Va bene, si dirà, una generazione cresciuta davanti al computer, abituata al correttore automatico, può incorrere in qualche tentennamento quando la penna si sostituisce alla tastiera. Plausibile. Ma l’informatizzazione non avrebbe dovuto costituire una conoscenza aggiunta anziché sostituiva?

Ed eccoci alle conseguenze: un ragazzo su cinque esce dai nostri atenei laureato e analfabeta. (Per fortuna esistono gli altri quattro). Lo affermano le statistiche. Quella dell’All-Ocse del 2006, coordinata dalla pedagogista Vittoria Gallina, sostiene che 21 laureati su 100 non vanno oltre la comprensione di testi elementari e sono incapaci di decifrare addirittura il bugiardino di un farmaco o le istruzioni di una lavastoviglie.

Analfabetismo: termine che ha un sapore ottocentesco, che sembrava destinato a sparire dal linguaggio corrente. Invece, ancora al censimento del 2001 gli italiani che si firmavano con la croce erano 800.000 e quelli che non avevano finito la quinta elementare sei milioni.

E ora che l’analfabetismo rispunta dove meno ce lo si sarebbe aspettato, all’uscita dalle università? Non è una semplice questione di forma. Chi non sa scrivere è perché non legge. E chi non legge né scrive non sa nemmeno parlare, soprattutto, non sa pensare. E se è incapace di riflessione un quinto della classe dirigente, siamo di fronte a un’emergenza su scala nazionale. Per Tullio De Mauro, costoro sono “la rovina del Paese, molto più di un crollo della Borsa”. Paradossale, ma vero.