Roma ● Emozioni Hi-Tech

DigitaLife innaugura la Pelanda, il nuovo spazio espositivo all’ex mattatoio a Roma: una rassegna elettrizzante fa scoprire che il digitale consente di creare ambienti dove vivere nuove sensazioni, nuove esperienze d’arte. 12 artisti, demiurghi del digitale, immergono lo spettatore in spazi fluttuanti, sospesi tra tecnologia e fiaba. Un nuovo modo di fare e godere l’arte.

di Mauro Giancaspro


Digitale, in fondo, è solo un aggettivo: diffuso, usato, abusato e accettato con tale e tanta naturalezza, da non lasciare il tempo, a chi lo legge sulle etichette, lo sente citare o lo pronuncia, di recepirne in pieno il significato. La consapevolezza che esista qualcosa che è digitale appare assai più rilevante del capire cosa in realtà sia, bastandoci sapere che esso è emblematico della modernità e dell’attualità e che trova ancor più forza di suggestione se contrapposto all’altrettanto diffuso, usato e abusato aggettivo analogico, rappresentativo a sua volta della tradizione e del passato.

Questo nuovo lemma di gran moda sta saldamente insediato nel gergo gelosamente criptico degli informatici; è gigantescamente scolpito nelle slide dei piazzisti dei prodotti software; arricchisce coloritamente le imprecazioni di chi non si spiega i capricci dei nuovi segnali televisivi; ma si trova anche, alla fine e per fortuna, ormai felicemente radicato nell’immaginario fantastico e poetico di chi sogna e crede con fermezza di poter trarre una nuova vibrazione e una nuova emozione d’arte anche dall’algida tecnologia fatta di byte e di pixel, di algoritmi e di compressioni.

E ce n’è nel cosmo visivo, cinetico, ambientale e sonoro, gemmato da questa scaturigine matematica,di che scandalizzare e scoraggiare chi ancora dà di scalpello e di pennello, di matita e di squadra. Per chi crede nei fantasmi non è difficile vedere quelli dei futuristi di prima generazione, in giro per le vie e per le gallerie delle nostre città a controllare che cosa ne facciamo dopo cento anni del loro Manifesto, e poi a spassarsela di cuore gironzolando negli spazi della Pelanda godendosi DigitaLife”; e magari i più intemperanti e facinorosi si dannano, come si conviene ai fantasmi, perché non ebbero illo tempore al servizio delle loro folli e impossibili idee – di fotodinamismo, di simultaneità, di plurisensorialità, di coinvolgimento corale e totale – questa straordinaria diavoleria del digitale: altro che locomotiva dall’ampio petto scalpitante sulle rotaie! E che soddisfazione postuma per loro, risoluti e implacabili nemici di biblioteche, di musei, di accademie e di gallerie, vedere nientemeno che un mattatoio trasformato in un articolato, duttile e polifunzionale organismo dove è bello fare arte, cultura, laboratorio, sperimentazione, comunicazione e dare informazione, emozione, divertimento.

E noi, che fantasmi non siamo ancora, ci prepariamo a quella straordinaria, in fondo divertente condizione futura e postuma, attraversando negli spazi della Pelanda barriere che si sfumano e vaporizzano al nostro passaggio, all’occorrenza smaterializzandoci e passando da parte a parte muri, facendoci, di volta in volta, fluidi, aeriformi, volatili, minuscoli, invisibili e diventando in prima persona componenti e comprimari essenziali di un processo di produzione estetica. Più e oltre che contaminazione di tecnologia, realtà materiale, realtà virtuale e istanze di rinnovamento delle forme e dei mezzi di comunicazione, ci sono forse in questo “Digita-Life” anche i segni evidenti da un lato di un nuovo modo di volere fare arte, dall’altro di una restaurazione con la rivisitazione delle suggestioni soggioganti, ormai già nella storia, dell’enviromental art. A essa rimandano, palesemente e consapevolmente – tanto per fare qualche esempio – l’affascinante e disorientante Matrix II_2000 di Erwin Redl che ha tutte le caratteristiche di un magico momento emozionale, quasi enigmatica tappa di un viaggio iniziatico denso di prove da superare, e l’avveniristico e mobilissimo Avie (Advanced Visual Interactive Environment) di Jeffrey Shaw.

Emozione certo, ma anche divertimento di sapore giocosamente giovanile, dei tempi in cui ci infilavamo nelle spelonche misteriose o nei castelli incantati dei luna park in cerca di sensazioni ingenuamente forti, traendo alla fine più riso che paura dai mostri di cartapesta che ci balzavano improvvisamente di fronte, dal solletico sulla faccia di finte ragnatele e dal sobbalzo di improvvisi e rudimentali effetti sonori. E ci sono, ancora, in “Digita-Life” il sogno e la fiaba. Ondulation 2002 di Thomas McIntosh, Emmanuel Madan e Mikko Hynninen ben può suggerire i mille fantasticamenti di chi guarda il mare e può, con il suo movimento, far riandare con la mente e con il cuore alle musiche a ciascuno più care – dalle suggestioni de La Mer di Debussy allo struggimento di The Dock of the Bay di Otis Redding – o ancora rivivere quello stato di dondolante annebbiamento che conduce dalla veglia al sonno.

L’esperienza di “DigitaLife” è, comunque, soprattutto fiabesca. Non c’è più bisogno del sortilegio malefico o della complicata formula magica per poter infilarsi all’interno di un orologio, di un carillon, di un organetto di barberia, di una lampada miracolosa o per entrare nel castello di ghiaccio di un principe mago, nell’antro segreto del re della montagna, nella casa delle fate o, ancora, per camminare sulla via lattea o sui raggi della luna, come accadeva ai meravigliosi personaggi delle fiabe della nostra infanzia. Questo potere di realizzare i desideri della fantasia oltre la realtà si trasferisce, come il testimone di una staffetta, dal mago che dà vita alle cose e dallo scrittore di fiabe ai nuovi demiurghi del digitale. Non saremo più spettatori di effetti speciali ma diventeremo, immersi e fluttuanti negli spazi della Pelanda, almeno per il tempo dell’escursione nella mostra, noi stessi effetti speciali. Dobbiamo pensare di essere non più alle soglie ma già all’interno di un nuovo modo di fruire e godere l’arte? Siamo destinati a non essere più semplici spettatori e testimoni d’arte ma diretti attori per i quali l’artista diventa regista delle nostre azioni e dei nostri movimenti?

Probabilmente sì. È comunque certo che esperienze elettrizzanti come quelle di “Digita-Life” ci riconciliano con i noiosi strumenti della nostra quotidianità, ricordandoci che digitale non è solo quell’ancora misterioso strumento che regola e condiziona la nostra esistenza – dall’orologio da polso al tachimetro dell’automobile, dal termometro al computer – ma è anche ambiente dove vivere nuove esperienze d’arte, nuove sensazioni, nuove emozioni, nuovi divertimenti.

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