Jonathan Guaitamacchi ● Le mie visioni
Dipinge in bianco e nero sopratutto vedute metropolitane, paesaggi, prospettive a volo d’uccello. E, ora, anche ghiacciai. Una lettura poetica della realtà intrisa di atmosfere rarefatte, visionarie, che lasciano spazio al mistero.
di Lorella Pagnucco Salvemini
Sta pedalando nel traffico milanese, Jonathan, quando gli telefono. Non ho un motivo preciso per chiamarlo, solo un saluto, credo. Lui risponde, un po’ affannato, un po’ sovrappensiero. Un rintocco di campane, per qualche istante, si impone al caos di clacson e motori. È morta Alda Merini. Cominciamo a parlare di lei, ricordi personali e letterari si sovrappongono. Capisco che cosa mi abbia spinto a comporre il suo numero telefonico,questo pomeriggio. Ci sono momenti in cui sensibilità affini si cercano.
E ora parliamo di te, Jonathan. Sei nato a Londra da genitori italiani.
Si, è una città con cui continuo ad avere rapporti. Ci vado spesso. È bellissima, appartiene ai ricordi della mia infanzia. Provo una sorta di inspiegabile trepidazione quando sto per partire e quando ci arrivo. Mi commuovo non appena dal ferry boat intravedo le bianche scogliere di Dover. Questo, forse, spiega il mio amore per le atmosfere (oltre che la pittura) di Turner, Constable, Boningthon, Gainsborough. Come, invece, può darsi che abbia risentito del ricovero in ospedale i primi mesi di vita, a causa dello smog londinese. Erano gli anni ’60.
Dipingi soprattutto paesaggi urbani, prospettive a volo d’uccello con atmosfere rarefatte, misteriose, sospese.
Cerco di trasmettere sensazioni diverse. Le mie visioni, probabilmente, le ossessioni, le paure, qualcos’altro al di là del visibile.
La città diventa un luogo della memoria, visione interiore.
Questo senso di visionarietà è un procedimento inconscio e cerco di lasciarlo tale. È una specie di area a cui a volte accedi per rischiare di uscirne risucchiato malamente dai rumori del mondo. Un luogo di profonde e, a volte, dolorose illuminazioni. Diciamo che cerco di trasmettere sensazioni anche scrivendo sopra le opere, tracce di mie emozioni o anche disagi.Tutto è nato casualmente. Un giorno, Alda Merini in visita nel mio studio prese d’istinto una matita e compose alcuni versi su un mio grande disegno raffigurante un uomo di schiena (vaga copia di un Ingres). Però, riflettendoci, mi è sempre piaciuto accompagnare la parola alla pittura, anche se come scrittore e poeta sarei scandalosamente negato.
Quando si guarda una tua opera si ha un’idea di poesia su tela.
Per me dipingere, come progettare, significa soprattutto lasciare traccia di un pensiero, di una memoria. È qualcosa che riguarda sempre noi stessi. Noto che questo è uno degli aspetti che intriga magggiormente chi guarda un mio quadro, il che è veramente un mistero. Il pubblico coglie nel mio lavoro una lettura poetica della realtà. Mi chiedo come mai. E rimango spesso sorpreso.
Nel tuo lavoro c’è il passaggio dal vissuto individuale a un’emozione condivisibile.
È proprio questo l’aspetto che appassiona di più. Ricevo lettere e e-mail molto belle. Credo di avere un pubblico di veri appassionati e affezionati oltre che di detrattori. È una fortuna saper trasmettere ed è una fortuna che la gente recepisca. La sfortuna, se vuoi, è che per arrivare a questo ci sono tanti attraversamenti, tante esperienze non belle da ricordare. Ci sono il tormento, le mie contraddizioni, tracce del mio vissuto.
Parliamo della tua formazione.
È articolata. Mi reputo anzitutto ceramista, anche se nessuno lo sa. Conosco bene il lavoro di bottega, anche perché mia madre è una grande ceramista. Ho lavorato con lei per molti anni, poi mi sono staccato per la pittura. In futuro, sicuramente, ho in progetto una mostra di sculture in ceramica. Sono stato quindi disegnatore di architettura: un’esperienza di cui vado fiero, mi ha permesso di affinare la mano e, soprattutto, di confrontarmi. In quell’ambiente non si può barare, esistono un rigore e una disciplina a cui non ti puoi sottrarre. Saltuariamente, sono stato anche disegnatore per i giornali.
Quando è maturata in te la coscienza di essere artista?
Veramente, dubito di esserlo, o meglio, la consapevolezza di essere artista richiede un’apertura che difficilmente questo mondo permette. Intendo dire che aprirsi significa sapersi chiudere, essere cristallini, liberi e chiari nelle
proprie scelte.
Quali sono le tue ossessioni?
Il paesaggio e l’architettura sono gli aspetti che mi ossessionano di più.Assieme al bianco e nero, suppongo. Ho sempre avuto una matrice monocromatica, nonostante nasca come paesaggista fauve e divisionista. Ho ritratto dal vero en plein air, tanto che a volte mi domando se dovessi riprendere con il colore dove mi troverei. Certo, sentendomi dire:“Quand’è che metterai il colore?”, a me viene voglia di fare il contrario, ossia realizzare quadri completamente neri.
Perché questa contrapposizione tra luce e tenebre: il mondo per te è bianco o nero?
Si, anche se non posso affermare di averlo fatto per questo motivo. È una coscienza acquisita nel tempo. Certi aspetti sono misteriosi anche per me. Ci sono ombre, colpi di luce. È tutto leggermente inquietante, i miei paesaggi a volte sembrano sprofondare. Ogni tanto rassicuro me stesso, dicendomi che sto compiendo un’operazione cosciente di sottrazione e di rinuncia alle facili suggestioni del colore, ma poi ricordo di aver avuto una passione giovanile per Nolde e che ai tempi dell’accademia andavo a guardare il Milan e Pelizza da Volpedo, di nascosto.
In più, nelle tue opere si percepisce una sensazione di day after.
Alcuni riferimenti cinematografici sicuramente mi hanno influenzato. Oltre a “The day after”, “Metropolis” e “Blade Runner”, tutti film che ho visto e rivisto e che, per certi versi, sento di aver preceduto.
Mi fai venire in mente una frase di Borges:“Non sono io a scrivere, ma attraverso me, tutti quelli che mi hanno preceduto”. Lo stesso si potrebbe dire della tua pittura?
Non è proprio immediata l’assimilazione, l’ho capita con gli anni. Sicuramente, tutti noi siamo eredi di intelligenze e memorie passate. L’unica cosa che so con certezza è che le mie opere stanno in bilico su una sottilissima linea tra tradizione e contemporaneità. Talvolta, per me è una dannazione dipingere.
Dipingi anche ghiacciai, fiumi. Paesaggi dove c’è la natura, ma non appare l’uomo. E tuttavia mi sembrano luoghi vissuti, comunque carichi di umanità.
Ora sto preparando un lavoro sui ghiacciai, che è uno dei miei nuovi punti di riferimento. Si pensa che io sia un animale metropolitano e invece sono tutt’altro. Appena posso, vado in alta quota. Il ghiaccio è un punto d’arrivo, oltre a quello non puoi andare. L’alta quota implica il rischio di avvicinarti all’insondabile, all’assoluto, di contemplare il vuoto attraverso le sensazioni provocate dall’altezza.
Che rapporto hai con il rischio?
Domanda difficile. Credo di rischiare tutti i giorni, che questo lavoro sia maledettamente un rischio. Quindi, cerco di andare a letto presto la sera, di svegliarmi presto e di fare il bravo ragazzo (ride).
E che cosa c’è di rischioso nel tuo lavoro?
C’è il rischio di perdere la concentrazione e quello di faticare per ritrovarla. C’è la necessità di lasciare fuori i rumori del mondo, compresi i falsi amici, quelli che si avvicinano con altri scopi.
Di fronte a un ghiacciao, come di fronte a una tua opera, con la vertigine di perdersi, e la speranza di ritrovarsi?
A volte. Non mi pongo molte domande, preferisco lasciare spazio al mistero. Come davanti a un ghiacciaio: ce l’hai di fronte, avverti il pericolo, ne rimani leggermente distante. Oppure ci sali con una guida. Ma a me piace sperimentarla in solitudine questa avventura, assaporare la vertigine della solitudine e dell’ignoto. Raramente mi avvalgo di una guida, ma se necessario vorrei molto essere guidato, come un vero e grande gallerista dovrebbe fare con il proprio artista, portarlo e condurlo fuori dai crepacci.
Hai detto che le tue ultime opere sono più libere. In che senso?
Vorrei rendere più visibile la fase che precede il rigore formale. C’è una parte molto libera, ma altrettanto densa e intrigante. Quando concepisco l’opera, ho la sensazione che sia sempre più filtrata e trasfigurata dalla memoria del luogo che sto ritraendo, a cui cerco nervosamente di aggiungere scarabocchi, pensieri e tutto quello che mi passa per la testa. Sempre che non abbia intorno falsi credenti, santoni (che poi non sono altro che mercanti da strapazzo) che andrebbero lasciati soli su un ghiacciaio.
Che cos’è per te la libertà?
Sicuramente fare quello che senti. È una forma di libertà che ognuno deve imparare a crearsi. Inutile ricordare in proposito la disciplina. È anche un lusso questa libertà. Un lusso, che però diventa pure obbligo. Quando fai ricerca, le risposte ti arrivano lavorando, e quando hai dei segnali devi proseguire.
So che hai un rapporto molto intenso con la musica classica.
È stata una passione giovanile, di quelle che poi ti accompagnano tutta la vita, a fasi alterne, come vere e proprie stagioni musicali. Questo nero non ci sarebbe se non conoscessi Wagner, può darsi che sia emanazione della sua forza, altrimenti ci sarebbero altre sfumature. Comunque la “sindrome”prosegue con Mahler e con tutta la musica tedesca. Ma quando arriva “ Tosca” sono fazzoletti, lacrime, singhiozzi e lambrusco, che non bevo.
Ma ascoltavi il Wagner del “Tristan und Isolde” o della “Walküre”?
Ho ascoltato tutto Wagner, ma il “Parsifal” è stato davvero una passione. Lo associo a quando abitavo sul lago di Como, di cui serbo ricordi belli ma anche molto tumultuosi. Ero un ragazzo un po’ solo. Se ascolti Wagner, ti autoemargini. Poi magari andavo in discoteca con gli amici, però ero un frequentatore assiduo del loggione alla Scala, dove ho trovato anche degli amori. Ricordo che una mia fiamma dell’epoca mi portò a conoscere Bernstein, Muti,Abbado, Barenboim.
Quanti anni avevi?
25, o giù di lì. Che sbandata, ragazzi. Ero preso da vero furore romantico, un po’ giovanile, un po’ fuoritempo, démodé controcorrente. I venticinquenni di oggi li guardo con sopresa, al confronto si direbbero decisamente più maturi di me. Io mi sento perennemente immaturo, però talvolta la leggerezza permette di raggiungere la vetta o, semplicemente, di restare a galla.
Si dice che ci voglia del talento per diventare vecchi e non maturi.
Sicuramente. Mio padre era così. A 75 anni era ancora un “fringuellone”, per non dire mia madre…
Chi sono i tuoi galleristi di riferimento?
Vorrei ricordare il mio gallerista sudafricano, che conosco da anni ed è venuto a scovarmi in studio nel ’94-’95: si chiama Massimiliano Sandri, della Smac Gallery di Capetown. Con lui ho realizzato una mostra importante l’anno scorso, che ha ottenuto un ottimo successo. Quest’anno lo raggiungo a luglio, insieme alla console italiana Emanuela Curnis, per un progetto comune. In Italia i galleristi di riferimento sono Giampiero Biasutti, amico che conosco ormai da diversi anni, di cui ammiro la grande esperienza e autenticità, e Fabrizio Russo, gallerista di nuova generazione con una grande energia vitale e, come tutti sanno, con alle spalle una grandissima tradizione. Abbiamo intrapreso un percorso di tre mostre in Italia, la prima a giugno a Torino da Giampiero Biasutti e il prossimo autunno e primavera a Roma e Milano nella Galleria Russo. Con Vincenzo Sanfo, uomo di raffinata cultura e gradevolissima compagnia, ho in programma diverse mostre all’estero tra cui la Biennale di Pechino e un’esposizione a Città del Messico.
