Pupazzi milionari

di Lorella Pagnucco Salvemini

La notizia è di quelle che lasciano esterrefatti: 7,92 milioni di dollari, diritti a parte,  all’ultima asta di Sotheby’s a Londra. Di che cosa stiamo parlando?  Di  un pupazzo di plastica che sbuca da un pavimento sbrecciato per l’occasione. Il fantoccio riporta fattezze e firma di Maurizio Cattelan, quello dei bambini impiccati a piazzale Loreto a Milano, quello di Giovanni Paolo II stramazzato al suolo a causa di un meteorite. 

Da ex pubblicitario, è uno che conosce bene le leggi per affermare un prodotto nel mercato, finché a un certo punto deve aver deciso che il prodotto da affermare anziché un detersivo o un’auto sarebbe stato lui stesso. Così smette la professione e si inventa artista, sceglie il metodo di rottura: succès de scandale. Si  ritaglia  un ruolo di dadaista  post litteram, fa della beffa, della trovata, della provocazione le sue armi.  Infallibili, visti i risultati. Tant’è che oggi impera, incontrastato e sornione, soggiogando uno stuolo di critici, mercanti, collezionisti. Quelli che contano, con ogni evidenza, se alla battuta milionaria a contendersi la sua installazione c’erano personaggi del calibro di Monsieur Pinault e Monsieur Artaud, lo sceicco del Qatar – disposto in questa circostanza a soprassedere perfino all’interdizione islamica sulla raffigurazione dell’essere umano – un magnate greco e uno russo. Tutti indistintamente pronti a sborsare cifre da capogiro e a fare un bel buco nel mezzo del salotto di casa, dal quale lasciare che fuoriesca la faccia non proprio apollinea del loro idolo. Roba da matti.

Eppure, ci vuole del genio, dobbiamo ammettere, per riuscire in una impresa simile. Farsi adorare e pagare a quel modo, diventare nel giro di una manciata di anni il più costoso artista italiano vivente. E non si può nemmeno dire che il Maurizio nazionale sia semplicemente uno straordinario “incanta-bauchi” (espressione veneta, che stanti le sue origini padovane lui conoscerà di certo, traducibile con seduttore di stolti).

In effetti, i signori in questione, ognuno nel suo settore a capo di un impero, non saranno mica degli sprovveduti, degli scriteriati che buttano via i soldi a vanvera, senza garanzie né assicurazioni di guadagno, specie in anni di crisi finanziaria in cui, presumibilmente, avvertiranno pure la responsabilità di dover fungere da esempio.

E, allora, quel prezzo folle per un pupazzo oltretutto replicato in tre esemplari, privato dell’aura magica dell’unicità di cui parlava Walter Benjamin, che cosa significa? Misteri dell’arte contemporanea, in cui accadono una cospicua varietà di stranezze. Come, per esempio, che all’improvviso si crei valore da un valore nullo, che il valore economico venga preso come indice di valore estetico, che la qualità, quando appare, venga considerata un superfluo, quando non datato, optional.

Difatti: osiamo affermare che Cattelan non ci convince? Gli esiti di quelle battute d’asta stanno lì, nero su bianco, per convincerci che, all’opposto, il problema siamo noi, non lui. Saremmo noi a essere vecchi di testa, retrogradi, a non capire niente del contemporaneo. Magari anche degli inguaribili idealisti, dei nostalgici e, per analogia, tendenzialmente dei fascisti. Sì, perché in certi salotti buoni frequentati dai soliti critici in nero, da artisti con i pantaloni a quadretti, signore vistosamente ingioiellate e adeguatamente svestite, galleristi muniti di cubano e collezionisti che si atteggiano a Lorenzo il Magnifico senza averlo mai letto, provare timidamente ad azzardare qualche riserva su Cattelan – magari non proprio su di lui che è simpatico e talentuoso, ma sul business Cattelan, che sembra una sorta di hedge fund nel mercato dell’arte contemporanea – è proprio vietato. Si deve sorridere, annuire, esclamare di tanto in tanto “interessante”. Emettere qualche gridolino entusiasta, sprecarsi in superlativi a cui una persona di buon senso ricorre al massimo cinque o sei volte nella vita.

Pena l’esclusione dal suo fatato mondo, il jet-set dell’arte contemporanea richiede ai dissidenti finzione o silenzio. Guai a insinuare il dubbio che certi capolavori osannati oggi potrebbero risultare le patacche di domani. O che quel costosissimo buco nel pavimento potrebbe rivelarsi un miserevole buco nell’acqua.