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	<title>ARTEiN</title>
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		<title>Tu chiamale, se vuoi, provocazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 23:12:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
di  Lorella Pagnucco Salvemini


I francesi lo chiamavano succès de scandal. Il termine aveva un suo fascino torbido, rimandava a qualcosa di peccaminoso, lasciava immaginare chissà quali lussurie in quali alcove. A praticarle erano i personaggi del bel mondo, baroni impettiti e  impomatati, duchesse pallide e lascive, alti prelati dalla scarsa vocazione. Per non parlare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="color: #ff0000;">di  Lorella Pagnucco Salvemini</span><br />
</strong><a href="http://www.artein.it/2010/08/29/tu-chiamale-se-vuoi-provocazioni/" class="broken_link"  target="_self"><img title="Editoriale" src="../wp-content/uploads/2010/04/Editoriale.jpg" alt="" width="177" height="32" /></a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">I francesi lo chiamavano <em>succès de scandal.</em> Il termine aveva un suo fascino torbido, rimandava a qualcosa di peccaminoso, lasciava immaginare chissà quali lussurie in quali alcove. A praticarle erano i personaggi del bel mondo, baroni impettiti e  impomatati, duchesse pallide e lascive, alti prelati dalla scarsa vocazione. Per non parlare dello stuolo di artisti sempre pronti con la scusa di uno spartito, di una poesia, di un ritratto ad approfittare della <em>faiblesse</em> di gran dame, e in qualche caso di damerini, per allacciare rapporti carnali e acquisire notorietà.<span id="more-611"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tempi che furono.</strong> Ci penseranno le avanguardie storiche, l’esistenzialismo, il femminismo, il ‘68 e le relative rivoluzioni sessuali, dei costumi e mediatiche  a far apparire le trasgressioni di  nonni, bisnonni e trisavoli ingenue, poco allettanti, ridicole, perfino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, ricorrere </strong>alla provocazione per ottenere popolarità è un sistema tuttora piuttosto frequentato ovunque, mondo dell’arte contemporanea compreso. Come se ci fosse ancora molto di cui scandalizzarsi. Come se fossimo rimasti  fermi a Duchamp e fosse necessario  <em>épater le bourgeois.</em> Come se esistesse oggi un borghese che  si lasciasse scuotere da una sfida d’artista. Quasi bastassero raffigurazioni di amplessi di personaggi famosi, di qualche orgia, di un Papa abbattuto da un meteorite, di una Madonna che abbraccia un baby-Fűhrer a conferire all’istante a quelle opere dignità estetica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il discorso si fa ingarbugliato</strong> e si presta a fraintendimenti. Dalla fine dell’’800 ai grandi movimenti del ‘900, si è imparato a considerare come parte preponderante del fare artistico l’impeto polemico, dissacrante. L’arte liquida il ruolo di edonistica convivenza con il bello per riservarsi la funzione di svegliare le coscienze, di stimolare riflessioni profonde sullo stato della collettività. Non si accontenta più di adornare stanze, vuole far pensare. Anelito nobile e condivisibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Purtroppo, a oltre un secolo </strong>di distanza, tocca assistere a un epigonismo alquanto triste: predominio della trovata sull’idea, della volgarità sullo stile. Impera, anche nelle arti visive, un linguaggio che rimanda alla caserma, osceno (fuori scena, etimologicamente), che non si capisce perché debba godere delle luci della ribalta.  Oltraggio al pubblico pudore, vilipendio alla Chiesa, allo Stato sono reati previsti dal codice,  non encomiabili comportamenti estetici. Tuttavia, questi signori se la cavano, quando va male, con qualche condanna spesso di poco conto, che probabilmente non sconteranno mai. Per contro, assurgono rapidamente agli onori della cronaca (sempre a caccia di notizie che suscitino scalpore), di  una certa critica  modaiola e pecorona (che appoggia nel timore di non sembrare sufficientemente moderna) e del mercato (che visto il can-can mediatico comincia a comprare, non si sa mai).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più che <em>pasionari</em>,</strong> accesi dal sacro fuoco dell’arte sinceramente  in lotta contro i mali del nostro tempo, questi artisti ricordano piuttosto il cinismo di certi pubblicitari, abili  strateghi dell’affermazione di un prodotto. Tutto diventa lecito, purché si parli di loro. Ogni mezzo è buono e non si vergognano di nulla. Offendono per poi proclamarsi offesi dalle reazioni di chi hanno offeso. Protestano, ma  non accettano le proteste di chi dissente. Scalpitano, urlano alla censura, fanno gli indemoniati. Intanto le quotazioni crescono, qualche compratore comincia a cadere nella rete, tanti altri, secondo il programmato principio di emulazione, seguiranno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultimo della schiera</strong>, per ordine di apparizione e spessore intellettuale, è Giuseppe Veneziano (nome citato <em>obtorto collo</em> e solo per completezza di informazione). 39 anni, siciliano, pittore, tecnica mediocre e inventiva galoppante. Inizia qualche anno fa a dipingere Oriana Fallaci, decapitandola: figurarsi la bufera. All’edizione del 2009 della fiera di Verona, espone una madonna con in braccio un hitlerino paffutello in uniforme e tanto di fascia con svastica sulla manica. All’inizio della manifestazione l’opera è in vendita a 12.000 euro. Dopo solo 24 ore di polemiche, viene ceduta a 18.000.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora è il turno di Pietrasanta</strong>, sede prestigiosa, Palazzo Panichi,di fronte al Duomo. L’intrepido arriva con 34 lavori per la sua prima antologica. <em>Zeitgeist</em>, spirito del tempo il titolo. Che lui vede così: oltre alle tele appena menzionate, ne annuncia altre, più che provocatorie infelicemente <em>Kitsch</em> per contenuti e resa pittorica. Ecco di che cosa si sostanzia lo spettacolo: Berlusconi che si accoppia con Cicciolina, Hitler che copula con Jessica Rabbit, uno che tira cocaina, il Papa con una pistola alla tempia. L’effetto cercato non tarda a manifestarsi. Piovono anatemi, dal monsignore, dalla comunità ebraica, da quella di Sant’Anna vittima dell’eccidio di Stazzema del ’44,  da comuni cittadini e visitatori. Risultato: per questa estate la piccola Atene della Versilia si trasforma in un grande bordello. E l’ambizioso Veneziano in un <em>gossip</em> da ombrellone.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora, presumibilmente. Anzi: purtroppo.           <em></em></p>
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		<title>Roberto Barni • Nuove sensibilità</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 23:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Roberto Barni]]></category>

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		<description><![CDATA[Collocate nelle posizioni più inconsuete, legate ad una realtà in continuo cambiamento, le figure di Roberto Barni &#8211; scolpite o dipinte &#8211; sono punti di riferimento che rivelano le mutate condizioni del nostro paesaggio esistenziale. Fino al 10 ottobre al Médiathèque Noailles di Cannes.
di Luciano Caprile
“Ogni contenitore è contenuto, come ogni alto è anche ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Collocate nelle posizioni più inconsuete, legate ad una realtà in continuo cambiamento, le figure di Roberto Barni &#8211; scolpite o dipinte &#8211; sono punti di riferimento che rivelano le mutate condizioni del nostro paesaggio esistenziale. Fino al 10 ottobre al Médiathèque Noailles di Cannes.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Luciano Caprile</span></strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/09/Barni.jpg"><img class="size-full wp-image-659 alignright" title="Barni" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/09/Barni.jpg" alt="" width="360" height="460" /></a>“Ogni contenitore è contenuto, come ogni alto è anche ogni basso”. Con questa frase sibillina Roberto Barni sigilla la sua ricerca artistica che viene documentata fino al 10 ottobre dall’importante rassegna di suoi lavori che Frédéric Ballester ha allestito al Centro d’arte <em>La Malmaison</em> e alla <em>Médiathèque Noailles di Cannes</em>. Lo stesso titolo dell’evento, <strong>“Niente appartiene a niente”</strong>, significa che tutto è destinato a prendere forma in uno scambio continuo tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra pittura e scultura, tra tecnica compositiva e filosofia di vita. L’artista toscano persegue da sempre la sfida di “salvare la forma nel momento in cui può scadere nella convenzione e nello scontato.<br />
Salvarla quando è in bilico, un attimo prima che decada, prima che tutto riappaia senza significato. Anche per questo le mie figure sembrano pensate nelle posizioni più inconsuete, come apparizioni effimere ma che in realtà intendono essere punti di riferimento di una sensibilità nuova che ci avverte delle mutate condizioni del nostro paesaggio esistenziale”.<br />
Egli colloca pertanto le persone nelle situazioni più inconsuete che sollecitano l’attenzione di chi guarda e gli fanno capire che una simile immagine sottende tutta una serie di sottoracconti da scoprire, da indovinare, da legare indissolubilmente a una realtà in continua mutazione.<span id="more-654"></span></p>
<p><strong>La crisi dell’immagine tradizionale</strong> si confronta e si identifica con la crisi dei comportamenti. Occorre dunque attivare quella “nuova sensibilità” che Barni, ricollegandosi alle sue origini “anacronistiche” rivolte al recupero della grande arte del passato, stimola attraverso apparizioni che esulano dall’immediata lettura. Nei dipinti il rapporto con lo spazio è singolare dal momento che i protagonisti galleggiano in un limbo privo di riferimenti paesaggistici dove si<span style="color: #ff0000;"> </span>ricamano storie dal sapore surreal-metafisico alla conquista di un volume anche concreto per via di soluzioni talora prossime al bassorilievo. Di contro la scultura ruba alla pittura il suo cromatismo grazie all’uso di patine colorate applicate sul bronzo.</p>
<p><strong>Anche le tematiche</strong> prese in esame si giovano qui di un tale scambio formale pur avvalendosi di un diverso mezzo espressivo per analizzare il medesimo soggetto. Nei lavori scaturiti dal bronzo emerge in particolare il tema dell’uomo che cammina e tale riferimento giacomettiano trova l’esatto specchio nella sottolineatura di una solitudine acuita dalla rappresentazione di percorsi contrari: <em>Divergenze del 2007</em> è un piccolo, raffinato ed esaustivo esempio di una simile situazione comportamentale. In <em>Remar contro</em> del 2000 sono invece due vogatori a insistere nel voler condurre l’improvvisata imbarcazione verso direzioni opposte.E che dire dei protagonisti intenti a contemplare il fondo di un pozzo in cui immergere la propria vacuità o colti nell’atto di sorreggere una imponente piastra rettangolare o rotonda a mimare un tavolo? Compiono queste azioni nella più totale impassibilità, non tradiscono emozioni: i pensieri paiono depositati in un altro mondo, in un altro desiderio.</p>
<p><strong>Altrimenti, e sono ancora parole</strong> sue,“gli uomini sono presi dalla vertigine salendo uno sopra l’altro in altissime colonne”: <em>Colonna bisbetica</em> del 2005, <em>Gambe in spalla</em> e <em>Noi</em> del 2007 sono alcuni emblematici capitoli di un simile ragionamento. Ovviamente anche la pittura assume un importante valore narrativo per Roberto Barni che, alla fine degli anni ’50, ha avviato la sua avventura artistica con tele monocrome rosse per venire quindi folgorato nel 1968 dal Pontormo, recepito come un autore da recuperare nel dibattito artistico contemporaneo. A tale proposito si viene immediatamente attratti da una tela del 2009, intitolata Quattro teste e altre storie, che su una superficie di oltre tredici metri quadrati esibisce “la bidimensionalità aprospettica della pittura”. Questa bidimensionalità è certificata da quattro profili di teste, idealmente ritagliate e collocate circolarmente su ogni lato dell’opera intinta nell’azzurro secondo un intendimento monocromo, a contrastare “la popolazione di Sisifi” col loro immane carico sulle spalle (a significare tutti noi condannati a compiere inutili fatiche) che appare e scompare sullo sfondo prima di venir risucchiata dall’infinito.</p>
<p><strong>L’attenzione viene quindi</strong> catturata da una serie di tempere su carta che riguardano la figura dell’artista colto nell’atto di assorbire dentro di sé i temi della ricerca: si tratta dello Studio nel pittore che si prende personalmente carico di tutti quei nodi esistenziali che noi non riusciamo o non intendiamo sciogliere e che egli ci sottopone come ricorrenti rebus d’accusa. Questo suo avvalersi ostinatamente del racconto attraverso l’immagine, consegnata ai suoi valori più allusivi attraverso la pittura e la scultura, “proprio nel momento imbarazzante in cui veniva decretata la loro fine”, lo cala in parte nei panni di un Don Chisciotte che romanticamente combatte le ingiustizie con animo puro. Questa del Don Chisciotte è un’immagine a lui cara poiché all’inizio della carriera artistica si è voluto fotografare sotto le sembianze del Cavaliere della Mancia. Inoltre il fatto di aver recuperato la lezione di alcuni maestri del passato (non solo del Pontormo ma anche di Piero della Francesca, come egli stesso ha ammesso) per ritrovare il loro spirito e ricondurlo all’oggi, pone il lavoro di Roberto Barni in una posizione di sospesa atemporalità. Non a caso uno dei suoi scrittori preferiti è quel Jorge Luis Borges le cui dissertazioni labirintiche contengono, assorbono e consumano tutte le logiche e le contraddizioni possibili.</p>
<ul>
<li><strong><em>Roberto Barni. Niente appartiene a niente</em></strong></li>
</ul>
<p><strong><em> Centro d’arte la Malmaison e Médiathèque Noailles, Cannes<br />
Fino al 10 ottobre<br />
A cura di Frédéric Ballester<br />
Info: tel. +33 (0) 4 97 06 44 90</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un periscopio sul mercato dell’arte</title>
		<link>http://www.artein.it/2010/08/30/un-periscopio-sul-mercato-dell%e2%80%99arte/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 23:53:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aste]]></category>
		<category><![CDATA[aste internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[I nuovi record alle aste internazionali fanno respirare un clima di ottimismo e difucia
di Gabriele Crepaldi
Come sta andando il mercato dell’arte? È tempo di vendere o di acquistare? Conviene essere intraprendenti e giocare d’anticipo oppure è più prudente attendere che la situazione migliori? Le aste internazionali di questi primi mesi del 2010 hanno avuto esiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>I nuovi record alle aste internazionali fanno respirare un clima di ottimismo e difucia</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Gabriele Crepaldi</span></strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/08/Modigliani_Caryatide.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-635" title="Modigliani_Caryatide" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/08/Modigliani_Caryatide.jpg" alt="" width="360" height="501" /></a>Come sta andando il mercato dell’arte? È tempo di vendere o di acquistare? Conviene essere intraprendenti e giocare d’anticipo oppure è più prudente attendere che la situazione migliori? Le aste internazionali di questi primi mesi del 2010 hanno avuto esiti solo apparentemente clamorosi, con nuovi record e manifestazioni di vasto richiamo e successo. Il 4 maggio scorso Pablo Picasso si è (giustamente) riappropriato dello scettro per il top price in un’asta pubblica, che gli era stato strappato pochi mesi prima dall’<em>Homme qui marche</em> di Alberto Giacometti.</p>
<p><em><strong>Nude, Green Leaves and Bust</strong></em>, dipinto nel 1932, non è forse una delle sue opere più conosciute e popolari, ma ha convinto i collezionisti, che si sono dati battaglia fino alla cifra di 106.482.500 dollari (circa 86 milioni di euro). Va inoltre considerato che il quadro di Picasso era presentato insieme ad altre 26 opere della collezione di Sidney F. Brody, tutte vendute, per una cifra complessiva di circa 224 milioni di dollari, a cui vanno aggiunti i quasi 136 milioni degli altri cataloghi delle aste di arte moderna del 4 e 5 maggio. Negli stessi giorni l’altro grande colosso delle aste, Sotheby’s, ha presentato i suoi cataloghi di Modern Art, con un giro d’affari di circa 233 milioni di dollari. Una settimana più tardi, sempre nella metropoli statunitense, è stata la volta dell’arte contemporanea: ai 243 milioni di dollari di Sotheby’s vanno aggiunti i 290 milioni di dollari di Christie’s<span id="more-629"></span>, che ha potuto contare sui 93 milioni di dollari raggiunti dalle opere della collezione dello scrittore Michael Crichton.<strong> </strong>Oltre a Picasso, sono stati registrati altri record personali, come per esempio Maurizio Cattelan, la cui installazione, un pupazzo-autoritratto che fa capolino da una buca scavata nel pavimento, ha stupito tutti raggiungendo la cifra di oltre sei milioni e mezzo di euro.</p>
<p><strong>Rimanendo agli artisti italiani,</strong> ha destato altrettanto clamore la vendita a Parigi di una testa in pietra calcarea scolpita da Amedeo Modigliani tra il 1910 ed il 1912. Stimata prudentemente tra i quattro e i sei milioni di euro, è stata contesa fino a 43.185.000, più del doppio del suo precedente record personale, la cifra più alta mai pagata in Francia per un singolo lotto. Al momento di andare in stampa non erano ancora noti gli esiti delle aste di Londra di arte moderna e contemporanea degli ultimi giorni di giugno ed è probabile che quando leggerete queste righe si saranno aggiunti altri nuovi exploit ancor più eclatanti.<br />
<strong><br />
Anche in Italia</strong> le aste di arte moderna e contemporanea hanno fatto registrare quasi dovunque il “tutto esaurito”: il 26 e 27 maggio, a Milano, Sotheby’s ha totalizzato 14.399.450 euro; il 28 e 29 maggio, a Prato, Farsetti ha avuto un giro d’affari complessivo di circa 14 milioni di euro; il 25 maggio Christie’s, sempre a Milano, ne aveva fatto registrare quasi cinque milioni e mezzo; nei primi mesi dell’anno le aste di Meeting Art hanno avuto un totale di oltre cinque milioni e mezzo di euro (dell’asta di fine giugno abbiamo solo dati parziali); Finarte ha raccolto poco meno di tre milioni nelle sue quattro aste di Milano, Roma e Venezia. Buoni risultati sono stati ottenuti da Blindarte a Napoli il 26 maggio, da Stadion a Trieste, Poleschi e Porro a Milano, e da Pandolfini a Firenze il 14 giugno, dove si segnala un altro record personale di Antonio Nunziante (13.020 euro per Destinazione possibile, 2002) dopo quelli recenti di Sotheby’s.</p>
<p><strong>Va rilevato</strong>, ma non è una novità ed è un fatto positivo, che la clientela è molto attenta e selettiva, non si lascia più incantare dalle lusinghe della moda o dalle speculazioni dal futuro incerto, ma sceglie e premia solamente le opere di qualità, lasciando giustamente invenduti quei lotti che non posseggono tali fondamentali requisiti. Forse è presto per dire se si tratta solo di un momento passeggero o è l’inizio di una ripresa stabile, ma il clima che si respira frequentando le principali esposizioni è improntato all’ottimismo e alla fiducia, se non a breve, almeno a medio termine.<br />
<strong><br />
Per Sonia Farsetti,</strong> presidente dell’associazione nazionale delle case d’aste,“se è vero che la crisi dei mercati finanziari ha coinvolto anche il mercato dell’arte, bisogna riconoscere che le previsioni negative e le forti preoccupazioni di sei mesi fa sono state fortunatamente ridimensionate. Se si confrontano i risultati del primo semestre del 2010 con quelli del secondo semestre 2009 si nota una sostanziale tenuta del mercato dell’arte contemporanea e una buona ripresa per quello dell’arte moderna, in particolare per gli autori storici dei primi decenni del ’900. Per quanto riguarda i prossimi mesi possiamo quindi essere moderatamente ottimisti ed è prevedibile che i collezionisti ritornino ad accostarsi con rinnovata fiducia alle opere di qualità”.<br />
<strong><br />
Secondo Alessandro Rosa</strong>, responsabile del dipartimento d’arte moderna e contemporanea di Finarte, “è ormai evidente che gli eccezionali risultati delle aste internazionali abbiano riportato all’attenzione di tutti il mercato dell’arte moderna e contemporanea. Non parlerei di speculazione. I prezzi record spuntati accompagnano solo e unicamente opere di alta qualità di artisti certi. Gli acquirenti si muovono solo per migliorare la collezione e non per acquisire opere stanche o firme da soliti noti. I capolavori, anche di artisti che il mercato non aveva nel passato premiato, spuntano ora cifre consone alla loro qualità. E rispetto a questo non ha senso scandalizzarsi e discutere di congruità del prezzo su opere che per data, unicità, rarità e importanza escono dalla retta di uno standard valutativo di mercato.<br />
Ed è su questo che conviene puntare. A un addetto ai lavori questo sviluppo non può apparire sorprendente né un fuoco di paglia. La speculazione finanziaria tocca il mercato dell’arte, ma non ne è parte fondamentale e nella storia non ne ha mai condizionato totalmente gli sviluppi. I grandi capitali che ora, pur in un momento di diffusa difficoltà, vengono riversati, confermano l’affidabilità di una scelta indirizzata verso  l’acquisizione di opere d’arte. Certo non è da tutti né per tutti. Chi non ha cuore né passione lasci perdere”.</p>
<p><em><strong>In questa pagina:</strong><br />
AMEDEO MODIGLIANI<br />
Tête, 1910-12<br />
venduta da Christie’s a Parigi il 14 giugno per 43 milioni di euro<br />
© Christie’s Images Limited 2010</em></p>
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		<title>Marco Nereo Rotelli ● Invasioni di luce</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 23:15:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[marco nereo rotelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Rotelli ha esplorato le terre e le miniere della lettura. Ed è tornato dall’escursione carico di materia prima energetica per incidere le sue pietre, o per accendere le sue luci.
di Mauro Giancaspro
Disegni di versi: di questo si tratta.Tuttavia “disegni di versi” non è solo un’espressione lessicale; può essere anche definizione estremamente sintetica di una poetica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Rotelli ha esplorato le terre e le miniere della lettura. Ed è tornato dall’escursione carico di materia prima energetica per incidere le sue pietre, o per accendere le sue luci.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Mauro Giancaspro</span></strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/08/Marco-Nereo-Rotelli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-623" title="Marco Nereo Rotelli" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/08/Marco-Nereo-Rotelli.jpg" alt="" /></a>Disegni di versi: di questo si tratta.Tuttavia “disegni di versi” non è solo un’espressione lessicale; può essere anche definizione estremamente sintetica di una poetica grafica e di tutti i possibili rinvii e rimandi reciproci fra verso e disegno, scrittura e pittura, inchiostro e luce, che sostanziano da sempre le opere di Marco Nereo Rotelli. <span id="more-617"></span>Tutte le scomposizioni della formula “Disegni diversi” e le conseguenti ricomposizioni &#8211; come in un gioco enigmistico di sciarade linguistiche &#8211; in “disegni diversi” o in “di segni diversi”, o, infine, in “diversi di segno”, sembrano contenere tutte le possibili e concatenabili creazioni scaturite dalla dinamica dei segni di contrapposta energia magnetica che irresistibilmente si attraggono; lirica e dipinto, buio e luce, silenzioso e sonoro, chiaro e scuro, Oriente e Occidente, appaiono poli dicotomici che, alla fine, si fondono nella “affinità delle differenze”, idea cardine della percezione di Rotelli. È altresì palesemente insita in questa espressione, con la successione delle varianti che diversamente combinano le parole chiave segno, di-segno, verso e di-verso, la contrapposizione &#8211; solo momentanea e apparente &#8211; tra il materiale e l’immateriale, che si posizionano, l’uno e l’altro, come gli estremi limiti speculari di un continuo movimento dell’artista dalla più massiccia, pesante, dura e impenetrabile pietra al più lieve, impalpabile, intangibile e fragile tratto di luce.</p>
<ul>
<li><strong>Leggi il resto dell’articolo di Mauro Giancaspro sull’edizione di ARTEiN in edicola.</strong></li>
</ul>
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		<title>Jonathan Guaitamacchi ● Le mie visioni</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 07:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dipinge in bianco e nero sopratutto vedute metropolitane, paesaggi, prospettive a volo d&#8217;uccello. E, ora, anche ghiacciai. Una lettura poetica della realtà intrisa di atmosfere rarefatte, visionarie, che lasciano spazio al mistero.
di Lorella Pagnucco  Salvemini

Sta pedalando nel traffico milanese, Jonathan, quando gli telefono. Non ho un motivo preciso per chiamarlo, solo un saluto, credo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Dipinge in bianco e nero sopratutto vedute metropolitane, paesaggi, prospettive a volo d&#8217;uccello. E, ora, anche ghiacciai. Una lettura poetica della realtà intrisa di atmosfere rarefatte, visionarie, che lasciano spazio al mistero.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>di Lorella Pagnucco  Salvemini</strong></span></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Jonathan-Guaitamacchi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-494" style="margin: 10px 0px;" title="Jonathan Guaitamacchi" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Jonathan-Guaitamacchi.jpg" alt="" width="660" height="431" /></a></p>
<p>Sta pedalando nel traffico milanese, Jonathan, quando gli telefono. Non ho un motivo preciso per chiamarlo, solo un saluto, credo. Lui risponde, un po’ affannato, un po’ sovrappensiero. Un rintocco di campane, per qualche istante, si impone al caos di clacson e motori. È morta Alda Merini. Cominciamo a parlare di lei, ricordi personali e letterari si sovrappongono. Capisco che cosa mi abbia spinto a comporre il suo numero telefonico,questo pomeriggio. Ci sono momenti in cui sensibilità affini si cercano.<span id="more-484"></span></p>
<p><em><strong>E ora parliamo di te, Jonathan. Sei nato a Londra da genitori italiani. </strong></em></p>
<p>Si, è una città con cui continuo ad avere rapporti. Ci vado spesso. È bellissima, appartiene ai ricordi della mia infanzia. Provo una sorta di inspiegabile trepidazione quando sto per partire e quando ci arrivo. Mi commuovo non appena dal ferry boat intravedo le bianche scogliere di Dover. Questo, forse, spiega il mio amore per le atmosfere (oltre che la pittura) di Turner, Constable, Boningthon, Gainsborough. Come, invece, può darsi che abbia risentito del ricovero in ospedale i primi mesi di vita, a causa dello smog londinese. Erano gli anni ’60.</p>
<p><em><strong>Dipingi soprattutto paesaggi urbani, prospettive a volo d’uccello con atmosfere rarefatte, misteriose, sospese.</strong></em></p>
<p>Cerco di trasmettere sensazioni diverse. Le mie visioni, probabilmente, le ossessioni, le paure, qualcos’altro al di là del visibile.</p>
<p><em><strong>La città diventa un luogo della memoria, visione interiore. </strong></em></p>
<p>Questo senso di visionarietà è un procedimento inconscio e cerco di lasciarlo tale. È una specie di area a cui a volte accedi per rischiare di uscirne risucchiato malamente dai rumori del mondo. Un luogo di profonde e, a volte, dolorose illuminazioni. Diciamo che cerco di trasmettere sensazioni anche scrivendo sopra le opere, tracce di mie emozioni o anche disagi.Tutto è nato casualmente. Un giorno, Alda Merini in visita nel mio studio prese d’istinto una matita e compose alcuni versi su un mio grande disegno raffigurante un uomo di schiena (vaga copia di un Ingres). Però, riflettendoci, mi è sempre piaciuto accompagnare la parola alla pittura, anche se come scrittore e poeta sarei scandalosamente negato.</p>
<p><em><strong>Quando si guarda una tua opera si ha un’idea di poesia su tela. </strong></em></p>
<p>Per me dipingere, come progettare, significa soprattutto lasciare traccia di un pensiero, di una memoria. È qualcosa che riguarda sempre noi stessi. Noto che questo è uno degli aspetti che intriga magggiormente chi guarda un mio quadro, il che è veramente un mistero. Il pubblico coglie nel mio lavoro una lettura poetica della realtà. Mi chiedo come mai. E rimango spesso sorpreso.</p>
<p><em><strong>N</strong></em><em><strong>el tuo lavoro c’è il passaggio dal vissuto individuale a un’emozione condivisibile.</strong></em></p>
<p>È proprio questo l’aspetto che appassiona di più. Ricevo lettere e e-mail molto belle. Credo di avere un pubblico di veri appassionati e affezionati oltre che di detrattori. È una fortuna saper trasmettere ed è una fortuna che la gente recepisca. La sfortuna, se vuoi, è che per arrivare a questo ci sono tanti attraversamenti, tante esperienze non belle da ricordare. Ci sono il tormento, le mie contraddizioni, tracce del mio vissuto.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Jonathan-Guaitamacchi_BRITISH-BLACK.jpg"><img class="size-full wp-image-519 alignleft" style="margin: 10px;" title="Jonathan Guaitamacchi_BRITISH BLACK" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Jonathan-Guaitamacchi_BRITISH-BLACK.jpg" alt="" width="367" height="567" /></a></strong></em><em><strong>Parliamo della tua formazione.</strong></em></p>
<p>È articolata. Mi reputo anzitutto ceramista, anche se nessuno lo sa. Conosco bene il lavoro di bottega, anche perché mia madre è una grande ceramista. Ho lavorato con lei per molti anni, poi mi sono staccato per la pittura. In futuro, sicuramente, ho in progetto una mostra di sculture in ceramica. Sono stato quindi disegnatore di architettura: un’esperienza di cui vado fiero, mi ha permesso di affinare la mano e, soprattutto, di confrontarmi. In quell’ambiente non si può barare, esistono un rigore e una disciplina a cui non ti puoi sottrarre. Saltuariamente, sono stato anche disegnatore per i giornali.</p>
<p><em><strong>Quando è maturata in te la coscienza di essere artista?</strong></em></p>
<p>Veramente, dubito di esserlo, o meglio, la consapevolezza di essere artista richiede un’apertura che difficilmente questo mondo permette. Intendo dire che aprirsi significa sapersi chiudere, essere cristallini, liberi e chiari nelle<br />
proprie scelte.<br />
<em><strong><br />
Quali sono le tue ossessioni?</strong></em></p>
<p>Il paesaggio e l’architettura sono gli aspetti che mi ossessionano di più.Assieme al bianco e nero, suppongo. Ho sempre avuto una matrice monocromatica, nonostante nasca come paesaggista fauve e divisionista. Ho ritratto dal vero en plein air, tanto che a volte mi domando se dovessi riprendere con il colore dove mi troverei. Certo, sentendomi dire:“Quand’è che metterai il colore?”, a me viene voglia di fare il contrario, ossia realizzare quadri completamente neri.</p>
<p><em><strong>Perché questa contrapposizione tra luce e tenebre: il mondo per te è bianco o nero?</strong></em></p>
<p>Si, anche se non posso affermare di averlo fatto per questo motivo. È una coscienza acquisita nel tempo. Certi aspetti sono misteriosi anche per me. Ci sono ombre, colpi di luce. È tutto leggermente inquietante, i miei paesaggi a volte sembrano sprofondare. Ogni tanto rassicuro me stesso, dicendomi che sto compiendo un’operazione cosciente di sottrazione e di rinuncia alle facili suggestioni del colore, ma poi ricordo di aver avuto una passione giovanile per Nolde e che ai tempi dell’accademia andavo a guardare il Milan e Pelizza da Volpedo, di nascosto.</p>
<p><em><strong>In più, nelle tue opere si percepisce una sensazione di day after.</strong></em></p>
<p>Alcuni riferimenti cinematografici sicuramente mi hanno influenzato. Oltre a “The day after”, “Metropolis” e “Blade Runner”, tutti film che ho visto e rivisto e che, per certi versi, sento di aver preceduto.</p>
<p><em><strong>Mi fai venire in mente una frase di Borges:“Non sono io a scrivere, ma attraverso me, tutti quelli che mi hanno preceduto”. Lo stesso si potrebbe dire della tua pittura?</strong></em></p>
<p>Non è proprio immediata l’assimilazione, l’ho capita con gli anni. Sicuramente, tutti noi siamo eredi di intelligenze e memorie passate. L’unica cosa che so con certezza è che le mie opere stanno in bilico su una sottilissima linea tra tradizione e contemporaneità. Talvolta, per me è una dannazione dipingere.</p>
<p><em><strong>Dipingi anche ghiacciai, fiumi. Paesaggi dove c’è la natura, ma non appare l’uomo. E tuttavia mi sembrano luoghi vissuti, comunque carichi di umanità.</strong></em></p>
<p>Ora sto preparando un lavoro sui ghiacciai, che è uno dei miei nuovi punti di riferimento. Si pensa che io sia un animale metropolitano e invece sono tutt’altro. Appena posso, vado in alta quota. Il ghiaccio è un punto d’arrivo, oltre a quello non puoi andare. L’alta quota implica il rischio di avvicinarti all’insondabile, all’assoluto, di contemplare il vuoto attraverso le sensazioni provocate dall’altezza.</p>
<p><em><strong>Che rapporto hai con il rischio?</strong></em></p>
<p>Domanda difficile. Credo di rischiare tutti i giorni, che questo lavoro sia maledettamente un rischio. Quindi, cerco di andare a letto presto la sera, di svegliarmi presto e di fare il bravo ragazzo (ride).</p>
<p><em><strong>E che cosa c’è di rischioso nel tuo lavoro?</strong></em></p>
<p>C’è il rischio di perdere la concentrazione e quello di faticare per ritrovarla. C’è la necessità di lasciare fuori i rumori del mondo, compresi i falsi amici, quelli che si avvicinano con altri scopi.</p>
<p><em><strong>Di fronte a un ghiacciao, come di fronte a una tua opera, con la vertigine di perdersi, e la speranza di ritrovarsi?<br />
</strong></em></p>
<p>A volte. Non mi pongo molte domande, preferisco lasciare spazio al mistero. Come davanti a un ghiacciaio: ce l’hai di fronte, avverti il pericolo, ne rimani leggermente distante. Oppure ci sali con una guida. Ma a me piace sperimentarla in solitudine questa avventura, assaporare la vertigine della solitudine e dell’ignoto. Raramente mi avvalgo di una guida, ma se necessario vorrei molto essere guidato, come un vero e grande gallerista dovrebbe fare con il proprio artista, portarlo e condurlo fuori dai crepacci.</p>
<p><em><strong>Hai detto che le tue ultime opere sono più libere. In che senso?</strong></em></p>
<p>Vorrei rendere più visibile la fase che precede il rigore formale. C’è una parte molto libera, ma altrettanto densa e intrigante. Quando concepisco l’opera, ho la sensazione che sia sempre più filtrata e trasfigurata dalla memoria del luogo che sto ritraendo, a cui cerco nervosamente di aggiungere scarabocchi, pensieri e tutto quello che mi passa per la testa. Sempre che non abbia intorno falsi credenti, santoni (che poi non sono altro che mercanti da strapazzo) che andrebbero lasciati soli su un ghiacciaio.</p>
<p><em><strong>Che cos’è per te la libertà?</strong></em></p>
<p>Sicuramente fare quello che senti. È una forma di libertà che ognuno deve imparare a crearsi. Inutile ricordare in proposito la disciplina. È anche un lusso questa libertà. Un lusso, che però diventa pure obbligo. Quando fai ricerca, le risposte ti arrivano lavorando, e quando hai dei segnali devi proseguire.</p>
<p><em><strong>So che</strong></em> <em><strong>hai un rapporto molto intenso con la musica classica.</strong></em></p>
<p>È stata una passione giovanile, di quelle che poi ti accompagnano tutta la vita, a fasi alterne, come vere e proprie stagioni musicali. Questo nero non ci sarebbe se non conoscessi Wagner, può darsi che sia emanazione della sua forza, altrimenti ci sarebbero altre sfumature. Comunque la “sindrome”prosegue con Mahler e con tutta la musica tedesca. Ma quando arriva “ Tosca” sono fazzoletti, lacrime, singhiozzi e lambrusco, che non bevo.</p>
<p><em><strong>Ma ascoltavi il Wagner del “Tristan und Isolde” o della “Walküre”?</strong></em></p>
<p>Ho ascoltato tutto Wagner, ma il “Parsifal” è stato davvero una passione. Lo associo a quando abitavo sul lago di Como, di cui serbo ricordi belli ma anche molto tumultuosi. Ero un ragazzo un po’ solo. Se ascolti Wagner, ti autoemargini. Poi magari andavo in discoteca con gli amici, però ero un frequentatore assiduo del loggione alla Scala, dove ho trovato anche degli amori. Ricordo che una mia fiamma dell’epoca mi portò a conoscere Bernstein, Muti,Abbado, Barenboim.</p>
<p><em><strong>Quanti anni avevi?</strong></em></p>
<p>25, o giù di lì. Che sbandata, ragazzi. Ero preso da vero furore romantico, un po’ giovanile, un po’ fuoritempo, démodé controcorrente. I venticinquenni di oggi li guardo con sopresa, al confronto si direbbero decisamente più maturi di me. Io mi sento perennemente immaturo, però talvolta la leggerezza permette di raggiungere la vetta o, semplicemente, di restare a galla.</p>
<p><em><strong>Si dice che ci voglia del talento per diventare vecchi e non maturi.</strong></em></p>
<p>Sicuramente. Mio padre era così. A 75 anni era ancora un “fringuellone”, per non dire mia madre&#8230;</p>
<p><em><strong>Chi sono i tuoi galleristi di riferimento?</strong></em></p>
<p>Vorrei ricordare il mio gallerista sudafricano, che conosco da anni ed è venuto a scovarmi in studio nel ’94-’95: si chiama Massimiliano Sandri, della Smac Gallery di Capetown. Con lui ho realizzato una mostra importante l’anno scorso, che ha ottenuto un ottimo successo. Quest’anno lo raggiungo a luglio, insieme alla console italiana Emanuela Curnis, per un progetto comune. In Italia i galleristi di riferimento sono Giampiero Biasutti, amico che conosco ormai da diversi anni, di cui ammiro la grande esperienza e autenticità, e Fabrizio Russo, gallerista di nuova generazione con una grande energia vitale e, come tutti sanno, con alle spalle una grandissima tradizione. Abbiamo intrapreso un percorso di tre mostre in Italia, la prima a giugno a Torino da Giampiero Biasutti e il prossimo autunno e primavera a Roma e Milano nella Galleria Russo. Con Vincenzo Sanfo, uomo di raffinata cultura e gradevolissima compagnia, ho in programma diverse mostre all’estero tra cui la Biennale di Pechino e un’esposizione a Città del Messico.</p>
<p><strong> </strong><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Ugo Nespolo • Forte dei desideri</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 05:39:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’estate versiliese è prodiga, nelle gallerie private, di  interessanti avvenimenti espositivi. A Forte Dei Marmi la grande antologica di Ugo Nespolo a Villa Bertelli:  l&#8217;artista fa convivere un oggetto e un paesaggio, un parto della fantasia e un elemento del quotidiano, un frammento ingigantito e un monumento ricondotto a giocattolo
di Luciano Caprile
Nella seconda metà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>L’estate versiliese è prodiga, nelle gallerie private, di  interessanti avvenimenti espositivi. A Forte Dei Marmi la grande antologica di Ugo Nespolo a Villa Bertelli:  l&#8217;artista fa convivere un oggetto e un paesaggio, un parto della fantasia e un elemento del quotidiano, un frammento ingigantito e un monumento ricondotto a giocattolo</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Luciano Caprile</span></strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/nespolo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-588" style="margin: 10px 0px;" title="nespolo" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/nespolo.jpg" alt="" width="660" height="431" /></a>Nella seconda metà degli anni ’70 Torino si è rivelata una città ricca di fermenti artistici nel solco concettuale e poveristico che ha coinvolto tra gli altri Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e Ugo Nespolo. Quest’ultimo parte proprio da quelle esperienze per avviare la rassegna di carattere antologico che questa estate gli dedica <a href="http://www.villabertelli.it/ita-site/eventi/news-sv.asp?codice=19"><em>Villa Bertelli a Forte dei Marmi</em></a>. Indubbiamente non è facile per il visitatore accostare lavori estremamente rigorosi e formalmente austeri come <em>Molotov</em> e P<em>ower/Violence </em>del 1968 alle prove solo di qualche anno più tardi ammantate di quella giocosità tipica del maestro piemontese che la gente ha imparato a conoscere e ad apprezzare in larga misura.<span id="more-569"></span></p>
<p><strong>Eppure, almeno nelle intenzioni</strong>, la piccola tela dattilografata del primo caso e le parole aggressivamente emergenti  dalla loro base del secondo dispensano già l’ironia che rimbalzerà di lì a poco dai coloratissimi puzzle che ormai hanno conquistato il suo gesto. Il piacere della stupefazione, che assale l’autore non appena vede nascere tra le mani il frutto dell’intuizione e il piacere di chi gode visivamente un simile risultato, ha dunque accantonato il rigore iniziale? Nulla di più falso perché quel primitivo rigore sovrintende sempre l’accostamento mai casuale dei vari tasselli che seguono l’ordine delle assonanze o delle dissonanze a seconda dell’effetto che Nespolo intende perseguire di volta in volta. Con una avvertenza importante perché riguarda il suo intero metodo compositivo: per poter tradurre magicamente la realtà nell’immaginario di chi osserva egli la capta e la trasforma in senso dinamico come fosse già parte integrante di un suo quadro. In tal modo riesce a far convivere un oggetto e un paesaggio, un parto della fantasia e un elemento del quotidiano, un frammento ingigantito e un monumento ricondotto a giocattolo. Con lui il grande e il piccolo, il trascurabile e il prezioso valgono secondo il peso narrativo che acquistano appena entrati nel suo ludico ingranaggio.</p>
<p><strong>Seguendo una simile logica</strong> Nespolo si è costruito una maniera talmente personalizzata di espressione da consentirgli di affrontare ogni campo d’indagine. La curiosità spazia dai musei, ricostruiti a suo uso e consumo, alle vetrine di New York, alle parole e ai numeri che hanno smarrito la cadenza concettuale degli accennati inizi per assumere la vivace e fantastica fuga infantile di certe intuizioni o sovrapposizioni caleidoscopiche. E siccome da subito ha preso come riferimento ideale e programmatico quell’arte totale futuristicamente applicata da Fortunato Depero a Rovereto, ha pensato di travasare il suo impegno anche nella cartellonistica, nel design, nell’arredamento, nella vita comune o per lo meno in quella idealmente fruibile da tutti. Senza perdere di vista i territori riconducibili all’arte in senso più stretto come la scultura, la ceramica, la grafica.<br />
<strong><br />
E inserendo in tale ambito quel cinema</strong> d’artista che occupa un ruolo decisamente importante nel suo curriculum a partire dagli anni ’70 allorché ha concepito i primi cortometraggi interpretati dagli amici e colleghi Enrico Baj, Lucio Fontana e Michelangelo Pistoletto, cortometraggi che sono stati proiettati con successo in più di un’occasione anche al <em>Centre Georges Pompidou</em> di Parigi. A questo proposito una selezione di tali film è visibile in una sala appositamente attrezzata a Villa Bertelli. Inoltre da qualche anno il cinema è entrato a far parte della sua pittura come si può constatare anche nell’attuale rassegna: <em>Flesh e Michael</em>, sono due opere del 1994 che evocano altrettanti spezzoni di pellicola, mentre <em>A Movie</em> del 2003 è un fotogramma opportunamente ingrandito e tradotto in acrilico su tela.<br />
Infine la figura dell’attore Giancarlo Giannini, interprete di <em>Italiana</em>, una delle ultime fatiche di Ugo Nespolo dietro la macchina da presa, emerge teatralmente da una tela<br />
del 2006.</p>
<p><strong>E la pittura pittura? </strong>Mantiene naturalmente intatto il suo ruolo predominante come si può evincere dalle imponenti e significative opere collocate nelle varie stanze della sede versiliana. Intanto occorre menzionare<em> Suggestioni ferraresi</em> del 1982, una rivisitazione della stagione metafisica con la citazione di alcuni capolavori di Carlo Carrà, Giorgio de Chirico e Alberto Savinio. La composizione, raffinata e intrigante, permette ai capolavori di questi autori di mantenere intatto il loro fascino nella idealizzata interpretazione nespoliana. La fortuna dei suoi musei risiede proprio in tale approccio che sovrintende le varie soluzioni narrative ed entra facilmente nel desiderio di chi ammira e magari acquisisce tali lavori per appendere alle pareti di casa uno scorcio palpabile di inarrivabile desiderio. A questo punto anche le pagine salienti dei libri d’arte o dei cataloghi d’asta o di qualsiasi altro argomento possono sollecitare la curiosità del nostro artista e pertanto vengono ricondotte alla sua inimitabile maniera per essere affidate al nostro gusto. Lo constatiamo nelle immagini impresse sul legno, modellato a mimare un volume aperto, che incontriamo in alcune prove a partire da <em>Golden Robot</em> del 1994 fino a <em>I Mustru</em> del 2003. Oppure le stesse pagine possono spalancare il dorato mondo di <em>Twin Set </em>e di <em>Sun Dollar</em>, dove il denaro si trasforma in gioco liberatorio dell’infanzia. Quindi il legno può diventare un tondo capace di accogliere <em>La scrittura</em> in campo rosso, una fuga prospettica di tempi e di oggetti in cui felicemente ci immergiamo in compagnia del nostro anfitrione. E, siccome questi viaggi in compagnia di Ugo Nespolo non hanno mai fine e propongono ogni volta una lettura sempre diversa e stimolante, è il caso di riprendere da capo la nostra visita.</p>
<p><strong>Ma l’estate versiliese</strong> è anche prodiga di altri interessanti avvenimenti espositivi.</p>
<p>A Forte dei Marmi,<a href="http://www.tornabuoniarte.it/"><strong><em>Tornabuoni Arte</em></strong></a> presenta una collezione attenta sia al ’900 italiano, sia alla seconda avanguardia. Si va dalle opere di artisti come de Pisis, de Chirico, Soffici, per approdare al secondo dopoguerra con quelle di Dorazio, Accardi, Burri, Afro,Vedova e Fontana, di cui si espone un pregevole <em>Concetto spaziale</em>.<em> Attese (7 tagli verde)</em> del 1959, fino a una bella scultura di Arnaldo Pomodoro della metà degli anni ’80. Particolare attenzione viene riservata anche ad autori contemporanei emergenti, fra cui Cristiano Pintaldi, Gioacchino Pontrelli, Serafino Maiorano, Franco Ionda e Omar Ronda. <strong><a href="http://www.poleschiarte.com/sedeforte.htm"></a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.poleschiarte.com/sedeforte.htm">La Galleria Poleschi Arte</a> </strong>presenta invece una rassegna di opere di Aldo Mondino e dei suoi friends Roberto Coda Zabetta, Federico Guida e Davide Nido. Con l’aggiunta per l’intero mese di agosto di una collettiva di importanti maestri che spaziano dalla figurazione all’informale e che rispondono ai nomi di Giorgio de Chirico, Renato Guttuso, Ennio Morlotti, Georges Mathieu, Nicola De Maria,Valerio Adami, Arman, Daniel Spoerri, Emilio Vedova, Mimmo Rotella, Alighiero Boetti, Paolo Scheggi.</p>
<p><a href="http://www.gallerialazzaro.it/"><strong>La Galleria Lazzaro by Corsi</strong></a> espone quindi nella sede di via Pascoli gli oli, i disegni e le grafiche di Walter Lazzaro; partecipa inoltre alla <em>Fiera Arteforte</em> e ancora con opere di quest’ultimo affiancate da significativi lavori di Aligi Sassu e di Giuseppe Migneco.</p>
<p><strong>Viene infine dedicato ampio spazio</strong> alle collettive di importanti maestri. A tale proposito, davvero straordinaria l’esposizione estiva alla <a href="http://www.veradocci.com/"><strong>Galleria Veradocci</strong></a> che propone, tra gli altri, nomi del calibro di Alberto Burri, Lucio Fontana, Afro,Valerio Adami, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Hans Hartung, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi,Georges Mathieu, Victor Vasarely, Giuseppe Capogrossi, Bruno Birolli.</p>
<p>Insomma, in Versilia anche quest’anno c’è proprio un bel vedere e un bel desiderare.</p>
<ul>
<li><strong>LE GALLERIE:</strong></li>
</ul>
<p><strong><em>Ugo Nespolo</em></strong><br />
<em>Villa Bertelli</em>, Via Mazzini, 200<br />
Forte dei Marmi (LU)<br />
Info: 0584 80091<br />
<a href="http://www.villabertelli.it/ita-site/index.asp">www.villabertelli.it</a><br />
<em><br />
<strong>Walter Lazzaro</strong></em><br />
Fino al 15 settembre<br />
<em>Galleria Lazzaro by Corsi</em>,<br />
Via G. Pascoli, 8/a Forte dei Marmi (LU)<br />
Info: 347-0464253<br />
<a href="http://www.gallerialazzaro.it/">www.gallerialazzaro.it</a></p>
<p><em><strong>Maestri del Novecento</strong></em><br />
Fino a tutto settembre<br />
<em>Tornabuoni Arte</em><br />
Via Carducci, 43/a Forte dei Marmi (LU)<br />
Info: 0584 787030<br />
<a href="http://www.tornabuoniarte.it/" target="_blank">www.tornabuoniarte.it</a></p>
<p><strong><em>Mondino &amp; friends</em></strong><br />
Fino a tutto luglio<br />
Collettiva di Grandi Maestri<br />
Fino a tutto agosto<br />
<em>Poleschi Arte</em><br />
Via Mazzini, 9/b &#8211; Forte dei Marmi (LU)<br />
Info: 0584 876161<br />
<a href="http://www.poleschiarte.com/" target="_blank">www.poleschiarte.com</a></p>
<p><em><strong>Collettiva di Grandi Maestri</strong></em><br />
Fino a tutto settembre<br />
<em>Galleria Veradocci</em><br />
Piazza Marconi, 4/a Forte dei Marmi (LU)<br />
Info: 0584 784390<br />
<a href="http://www.veradocci.com/" target="_blank">www.veradocci.com</a></p>
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		<title>Pupazzi milionari</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 23:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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di  Lorella Pagnucco Salvemini


La notizia è di quelle che lasciano esterrefatti: 7,92 milioni di dollari, diritti a parte,  all’ultima asta di Sotheby’s a Londra. Di che cosa stiamo parlando?  Di  un pupazzo di plastica che sbuca da un pavimento sbrecciato per l’occasione. Il fantoccio riporta fattezze e firma di Maurizio Cattelan, quello dei bambini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="color: #ff0000;">di  Lorella Pagnucco Salvemini</span><br />
</strong><a href="http://www.artein.it/2010/07/04/pupazzi-milionari/" target="_self"><img title="Editoriale" src="../wp-content/uploads/2010/04/Editoriale.jpg" alt="" width="177" height="32" /></a></p>
</blockquote>
<p>La notizia è di quelle che lasciano esterrefatti: 7,92 milioni di dollari, diritti a parte,  all’ultima asta di Sotheby’s a Londra. Di che cosa stiamo parlando?  Di  un pupazzo di plastica che sbuca da un pavimento sbrecciato per l’occasione. Il fantoccio riporta fattezze e firma di Maurizio Cattelan, quello dei bambini impiccati a piazzale Loreto a Milano, quello di Giovanni Paolo II stramazzato al suolo a causa di un meteorite.  <strong><span id="more-510"></span></strong></p>
<p><strong>Da ex pubblicitario</strong>, è uno che conosce bene le leggi per affermare un prodotto nel mercato, finché a un certo punto deve aver deciso che il prodotto da affermare anziché un detersivo o un’auto sarebbe stato lui stesso. Così smette la professione e si inventa artista, sceglie il metodo di rottura: <em>succès de scandale</em>. Si  ritaglia  un ruolo di dadaista  <em>post litteram</em>, fa della beffa, della trovata, della provocazione le sue armi.  Infallibili, visti i risultati. Tant’è che oggi impera, incontrastato e sornione, soggiogando uno stuolo di critici, mercanti, collezionisti. Quelli che contano, con ogni evidenza, se alla battuta milionaria a contendersi la sua installazione c’erano personaggi del calibro di Monsieur Pinault e Monsieur Artaud, lo sceicco del Qatar &#8211; disposto in questa circostanza a soprassedere perfino all’interdizione islamica sulla raffigurazione dell’essere umano &#8211; un magnate greco e uno russo. Tutti indistintamente pronti a sborsare cifre da capogiro e a fare un bel buco nel mezzo del salotto di casa, dal quale lasciare che fuoriesca la faccia non proprio apollinea del loro idolo. Roba da matti.</p>
<p><strong>Eppure, ci vuole del genio</strong>, dobbiamo ammettere, per riuscire in una impresa simile. Farsi adorare e pagare a quel modo, diventare nel giro di una manciata di anni il più costoso artista italiano vivente. E non si può nemmeno dire che il Maurizio nazionale sia semplicemente uno straordinario “incanta-bauchi” (espressione veneta, che stanti le sue origini padovane lui conoscerà di certo, traducibile con seduttore di stolti).</p>
<p><strong>In effetti, i signori in questione</strong>, ognuno nel suo settore a capo di un impero, non saranno mica degli sprovveduti, degli scriteriati che buttano via i soldi a vanvera, senza garanzie né assicurazioni di guadagno, specie in anni di crisi finanziaria in cui, presumibilmente, avvertiranno pure la responsabilità di dover fungere da esempio.</p>
<p><strong>E, allora, quel prezzo folle</strong> per un pupazzo oltretutto replicato in tre esemplari, privato dell’aura magica dell’unicità di cui parlava Walter Benjamin, che cosa significa? Misteri dell’arte contemporanea, in cui accadono una cospicua varietà di stranezze. Come, per esempio, che all’improvviso si crei valore da un valore nullo, che il valore economico venga preso come indice di valore estetico, che la qualità, quando appare, venga considerata un superfluo, quando non datato, <em>optional</em>.</p>
<p><strong>Difatti: osiamo affermare</strong> che Cattelan non ci convince? Gli esiti di quelle battute d’asta stanno lì, nero su bianco, per convincerci che, all’opposto, il problema siamo noi, non lui. Saremmo noi a essere vecchi di testa, retrogradi, a non capire niente del contemporaneo. Magari anche degli inguaribili idealisti, dei nostalgici e, per analogia, tendenzialmente dei fascisti. Sì, perché in certi salotti buoni frequentati dai soliti critici in nero, da artisti con i pantaloni a quadretti, signore vistosamente ingioiellate e adeguatamente svestite, galleristi muniti di cubano e collezionisti che si atteggiano a Lorenzo il Magnifico senza averlo mai letto, provare timidamente ad azzardare qualche riserva su Cattelan &#8211; magari non proprio su di lui che è simpatico e talentuoso, ma sul <em>business </em>Cattelan, che sembra una sorta di <em>hedge fund </em>nel mercato dell’arte contemporanea &#8211; è proprio vietato. Si deve sorridere, annuire, esclamare di tanto in tanto “interessante”. Emettere qualche gridolino entusiasta, sprecarsi in superlativi a cui una persona di buon senso ricorre al massimo cinque o sei volte nella vita.</p>
<p><strong>Pena l’esclusione </strong>dal suo fatato mondo, il <em>jet-set </em>dell’arte contemporanea richiede ai dissidenti finzione o silenzio. Guai a insinuare il dubbio che certi capolavori osannati oggi potrebbero risultare le patacche di domani. O che quel costosissimo buco nel pavimento potrebbe rivelarsi un miserevole buco nell’acqua.</p>
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		<title>Eccellenza Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 19:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carla piro]]></category>
		<category><![CDATA[collezione farnesina design]]></category>
		<category><![CDATA[franco frattini]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini

di Carla Piro 

Al Ministero degli affari esteri (Mae) e al suo ministro Franco Frattini fanno riferimento ambasciate, consolati, rappresentanze permanenti presso le maggiori istituzioni internazionali (Consiglio d’Europa, Nato, Ocse, Onu, Unesco, Ue), ma anche 89 istituti italiani di cultura, una fitta rete scolastica, nonché l’intensa attività culturale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Intervista al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini<br />
<span style="color: #ff0000;"><br />
<strong>di Carla Piro</strong> </span></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Franco-Frattini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-532" style="margin: 10px 0px;" title="FRANCO FRATTINI" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/07/Franco-Frattini.jpg" alt="" width="660" height="431" /></a></p>
<p>Al <a href="http://www.esteri.it/mae/it">Ministero degli affari esteri (Mae)</a> e al suo ministro Franco Frattini fanno riferimento ambasciate, consolati, rappresentanze permanenti presso le maggiori istituzioni internazionali (<em>Consiglio d’Europa, Nato, Ocse, Onu, Unesco, Ue</em>), ma anche 89 istituti italiani di cultura, una fitta rete scolastica, nonché l’intensa attività culturale finalizzata a promuovere il nostro ricco patrimonio intellettuale.<span id="more-523"></span></p>
<p><em><strong>Tante iniziative lasciano intendere che la cultura sia un canale privilegiato per l’azione diplomatica e che la conoscenza reciproca favorisca le relazioni individuali e internazionali.</strong></em></p>
<p>Considero la promozione della lingua e della cultura italiane uno strumento di politica estera tra i più efficaci a disposizione. La nostra cultura ha sempre rappresentato per ogni civiltà i valori del diritto, della libertà e della democrazia. Inoltre oggi le spetta la missione di promuovere l’immagine complessiva della nazione e dei suoi abitanti in chiave moderna: deve essere garanzia di solidità e azione propulsiva per un futuro in cui il nostro Paese svolga un ruolo importante sulla scena politica internazionale e nella produzione industriale. Sono convinto che l’Italia (proprio ricorrendo alle peculiarità derivanti dalle sue sensibilità culturali) possa suggerire in politica estera nuove forme di dialogo e strategie di stabilizzazione della pace in territori a rischio o in teatri di conflitti. Il legame fra azione diplomatica e promozione culturale si concretizza in iniziative che affiancano <a href="http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/index.html">Mibac</a> e <a href="http://www.esteri.it/mae/it">Mae</a>.</p>
<p><em><strong>Quali obiettivi comuni e vantaggi individuali se ne traggono?</strong></em></p>
<p>Con la sottoscrizione dell’intesa (luglio 2008) tra <em>Ministero degli affari</em> esteri e <em>Ministero per i beni e le attività culturali</em>, si è voluta attivare una stretta collaborazione tra le due amministrazioni e i suoi due ministri (voglio sottolineare l’amicizia che mi lega a Sandro Bondi), nella promozione della cultura italiana all’estero. L’intento comune è produrre ed esportare cultura avvalendosi anche di modalità innovative e delle nuove tecnologie. Grazie a questo accordo il Mae beneficia della produzione culturale del MiBac (prestiti museali per le mostre all’estero; tournées di compagnie teatrali, di compagnie di balletto, di teatri d’opera e orchestre; diffusione della produzione cinematografica e dell’editoria italiane), al fine di arricchire la sua proiezione esterna; mentre il Mibac usufruisce della rete estera (sedi diplomatiche e consolari) e dell’attività degli Istituti italiani di cultura, delle scuole italiane all’estero, dei lettorati.</p>
<p><em><strong>Il sistema culturale è costituito da arte, letteratura, moda,design, cucina, sport, scienza, tecnologia, economia: icone specchio di una complessità irriducibile a quella immagine stereotipata che alcune volte ci viene attribuita</strong></em>.</p>
<p>Ciascuno di questi elementi contribuisce a comporre l’immagine dell’Italia e ognuno trova, in contesti diversi, il giusto apprezzamento. L’impegno del Mae è rivolto alla promozione all’estero della lingua e della nostra cultura nelle sue espressioni più canoniche: la letteratura, l’arte figurativa, il teatro. Il cinema e l’audiovisivo, in particolare, sono uno strumento di immediata efficacia nel trasmettere la vitalità dell’Italia di oggi.<br />
Accanto alla ricchezza del patrimonio e della tradizione è inoltre importante sostenere tutti gli altri aspetti che offrano una idea moderna e dinamica del Paese. Con questo spirito il Ministero ha lanciato la “<a href="http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2009/03/20090312_CollezioneFarnesinaDesign.htm">Collezione Farnesina Design</a>”, che mira a promuovere l’eccellenza del design italiano (punto di incontro tra arte e industria), a cui è riconosciuto un consolidato primato. Qui si evidenzia la capacità di mettere il genio e la fantasia al servizio di un’importante sfida economica, commerciale e industriale.<br />
Sono tante le icone rappresentanti aspetti diversi e positivi di un’Italia vincente, che il Mae si impegna a valorizzare. Valentino Rossi (al quale ho consegnato il <em>Winning Italy award</em> n.1), con le sue 103 vittorie e nove titoli mondiali, è indirettamente grande ambasciatore della eccellenza italiana.<br />
Motivo di orgoglio è la nostra presenza nei teatri di crisi e in Africa o lo straordinario risultato raggiunto con i bambini di Gaza (salvati portandoli in Italia).Valorizzare tale capacità di raggiungere l’eccellenza in molti campi costituisce la risposta migliore a chi ripropone un’immagine dell’Italia superficiale e stereotipata. Anche nel settore della ricerca vantiamo eccellenze non sempre riconosciute in ambito internazionale: il Ministero degli affari esteri sostiene la proiezione internazionale delle università e degli istituti di ricerca italiani.</p>
<p><em><strong>Dunque la creatività si manifesta altresì nella ricerca scientifica e tecnologica. Crescente è il numero di giovani talenti (per la cui formazione vengono spesi annualmente migliaia di euro), i quali lasciano il Paese,impoverendolo economicamente e intellettualmente. Fra gli impegni di cooperazione internazionale promossi dal Mae sono previste iniziative per incentivare il ritornodei nostri cervelli in fuga?<br />
</strong></em><br />
Se un livello fisiologico di fuga di cervelli non può essere evitato, il compito del Mae (di concerto con il Ministero dell’università e della ricerca e la Conferenza dei rettori) è bilanciare, incentivando l’attrazione di talenti (studenti e ricercatori) stranieri. Più che di fuga, parlerei di opportuna e auspicata circolazione di cervelli che consenta ai nostri studiosi di andare all’estero e tornare arricchiti da tale esperienza, ma anche di attrarre scienziati stranieri in uno scambio virtuoso e proficuo (<em>cross-fertilizing</em>).<br />
Il primo passo da compiere è sostenere la capacità dei nostri atenei di attirare studenti dall’estero: in questo senso, verrà a breve formalizzata l’istituzione di un gruppo di lavoro con l’obiettivo di elaborare un sistema di strategie volte all’internazionalizzazione delle università. È stata già realizzata una <a href="http://accordi-internazionali.cineca.it/">piattaforma interattiva</a> (dove 80 università italiane hanno inserito 6.735 accordi vigenti con atenei stranieri), il cui compito principale è accrescere le interazioni fra mondo accademico, sistema produttivo ed enti locali.</p>
<p><em><strong>Qual è, secondo lei, la condizione necessaria per identificare il made in Italy?</strong></em></p>
<p>L’immagine con cui il nostro Paese si presenta nel mondo comprende una molteplicità di aspetti riassunti nel concetto <em>made in Italy</em>, che non si riferisce solo alle diverse componenti della produzione di merci,ma richiama una tradizione culturale e uno stile di vita tipicamente italiano. Il legame tra cultura e attività produttive è evidente: deve essere altrettanto chiaro che il sostegno alla cultura e la promozione di un’immagine positiva del Paese ha ricadute favorevoli sull’economia. L’Italia continuerà a essere portatrice di un messaggio politico fondato sulla pace e sui valori della democrazia; tuttavia anche la diplomazia economica assume un peso significativo.<br />
Oggi il mondo è diverso da quello di 10 o 20 anni fa: i grandi attori economici asiatici tendono ad assumere una rilevanza di cui tenere conto quando si entra in quei mercati con un’intensa attività di diplomazia economica (che nell’insieme è culturale). Il ruolo delle nostre ambasciate sta cambiando: gli ambasciatori italiani sono espressione della posizione politica del governo nazionale, ma sono inoltre portatori di un messaggio che sostenga il <em>made in Italy</em> e la penetrazione del sistema industriale, il quale non è solo politico, ma economico e &#8211; torno a dirlo &#8211; culturale.</p>
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		<title>Mario Resca ● Un manager da museo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 23:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mibac]]></category>

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		<description><![CDATA[A colloquio con Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presso il Mibac 
di  Carla Piro
 
Ferrarese, 64 anni, laureato in economia e commercio alla Bocconi, Mario Resca vanta una lunga e variegata carriera fra editoria, finanza, alta moda. Fino al 2007 è stato amministratore delegato di Mac Donald’s Italia; nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>A colloquio con Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presso il Mibac<strong><span style="color: #ff0000;"> </span></strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>di  Carla Piro</strong></span></p></blockquote>
<p><strong><span style="color: #ff0000;"> </span></strong><br />
<a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/Mario-Resca.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-434" style="margin: 5px 15px;" title="Mario Resca" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/Mario-Resca.jpg" alt="" width="357" height="538" /></a>Ferrarese, 64 anni, laureato in economia e commercio alla Bocconi, Mario Resca vanta una lunga e variegata carriera fra editoria, finanza, alta moda. Fino al 2007 è stato amministratore delegato di <em>Mac Donald’s Italia</em>; nel 2009 il Ministro per i beni e per le attività culturali, Sandro Bondi, gli ha affidato la neo istituita <em>Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale.</em></p>
<p><em><strong>Tutela e valorizzazione sono ambiti diversi che fanno riferimento a distinte direzioni generali del Mibac. Con l’istituzione di una Direzione per la valorizzazione, nella gestione dei beni culturali si è voluto affiancare al tradizionale mandato costituzionale di proteggere le ricchezze storico-artistiche del Paese un inedito modello imprenditoriale, mirato alla loro promozione. Per realizzare tali obiettivi sono richieste competenze tecniche differenti: come si conciliano?</strong></em></p>
<p>Io provengo dall’impresa, un mondo considerato esterno all’amministrazione; quindi appena arrivato ho subito voluto incontrare funzionari, istituzioni, associazioni e fondazioni del settore. Quello della tutela attualmente è un problema che mi preoccupa più della valorizzazione. Poche risorse sono state adoperate per la conservazione. Basti pensare che a oggi non esiste un inventario del nostro patrimonio, né un sito che metta in rete tutti i 4.500 musei del nostro Paese. Ci sono alcune piacevoli eccezioni, è vero; però la prassi è l’assenza di sistemi di sicurezza adeguati: come per esempio il tasso di umidità nei locali (elemento fondamentale per una corretta conservazione delle opere d’arte). Quando si parla di valorizzazione spesso si parla a torto di mercificazione. Valorizzare vuol dire anche conservare, preservare. Senza una adeguata tutela non ci può essere alcuna valorizzazione.<span id="more-428"></span></p>
<p><strong><em>L’esigenza presente richiede di rendere produttivo il patrimonio culturale e di concentrare l’attenzione sui suoi fruitori effettivi e, soprattutto, potenziali. Com’è possibile ampliare una platea più abituata a frequentare internet e centri commerciali che a visitare mostre e musei?</em></strong></p>
<p>In cima al mio programma c’è proprio la centralità del turista-visitatore. Il fruitore, specialmente quello giovane, va coinvolto e fatto appassionare. Quindi dobbiamo offrire una serie di servizi che ci mettano al passo con le più importanti realtà museali del mondo. Entrare in un museo deve essere un’esperienza positiva sotto tutto i punti di vista: penso ad ambienti più confortevoli, a orari prolungati di visita, ad aperture serali, a bookshop e caffetterie più accoglienti. Inoltre il merchandising può rappresentare per i musei una forma di autofinanziamento, che non svilisce i contenuti culturali, ma anzi li valorizza e li rende più accessibili.</p>
<p><em><strong>“Se non lo visiti lo portiamo via”: minaccia una provocatoria campagna di comunicazione del Mibac, in cui icone culturali come il Cenacolo di Leonardo, il Colosseo e il David di Michelangelo, vengono sfrattate e portate altrove. A Roma (piazza del Popolo) e a Milano (piazza Duomo) due imponenti affissioni sono state realizzate in partnership con la concessionaria di pubblicità, che ha offerto gratuitamente gli spazi espositivi. È il primo segnale del coinvolgimento di soggetti privati nella valorizzazione e promozione del patrimonio pubblico?</strong></em></p>
<p>Non è il primo partner che abbiamo coinvolto in tal senso. Lo scorso 7 dicembre (festa di Sant’Ambrogio), la Banca popolare di Milano ha permesso l’apertura straordinaria e gratuita della <em>Pinacoteca di Brera</em> e del <em>Cenacolo</em>. Il supporto che abbiamo avuto per la campagna “<em>Se non lo visiti lo portiamo via</em>”, è un ulteriore esempio della consapevolezza raggiunta da molte realtà private: legare la propria immagine aziendale e personale a iniziative di grande valore sociale del <em>Mibac</em> garantisce un ottimo ritorno d’immagine e un concreto sostegno alla cultura.</p>
<p><img class="alignnone" style="margin-top: 15px; margin-bottom: 15px;" src="http://www.estericult.it/duepuntozero/wp-content/uploads/2010/01/1.bmp" alt="" width="670" height="383" /><em><strong><br />
L’arte del passato era in grado di comunicare a diversi livelli e questo la rendeva fruibile tanto da un pubblico colto quanto dallo spettatore inesperto.</strong></em> <em><strong>Ritiene che quella contemporanea possegga in sé la capacità di attrarre diversi target di pubblico o ritiene vada sostenuta con la forza della comunicazione?</strong></em></p>
<p>La comunicazione è uno strumento ormai irrinunciabile in questo comparto, non solo per promuovere l’arte contemporanea. È ormai provato: anche mostre di altissimo livello artistico, senza una giusta comunicazione e promozione, nonché un’ampia fruibilità, non riescono a ottenere il riscontro di pubblico che avrebbero altrimenti. Si pensi per esempio a <em>“Il Potere e la Grazia”,</em> conclusa lo scorso gennaio a <em>Palazzo Venezia </em>di Roma, e all’operazione di comunicazione fatta da<em> Eni</em>, che ha portato in esposizione il San Giovanni di Leonardo. La campagna mediatica intelligente, efficace e massiccia, in brevissimo tempo ha aumentato al 200% il numero dei visitatori.<br />
<em><strong><br />
Un accordo con Google Italy prevede due interessanti progetti: la digitalizzazione e messa online dello sterminato patrimonio librario appartenente alle Biblioteche nazionali di Roma e Firenze; la visita virtuale al sito archeologico di Pompei (grazie a foto panoramiche a 360° visibili con il servizio “Street View” di Google Map).</strong><strong> Quali vantaggi culturali e ricadute economiche prevede?</strong></em></p>
<p>Preciso innanzitutto che l’accordo per la digitalizzazione delle biblioteche ancora deve essere ufficializzato; comunque entrambe le iniziative (a costo zero per il <em>Mibac</em>) rappresentano una forma di tutela e valorizzazione per il nostro patrimonio a livello mondiale. La possibilità di passeggiare virtualmente tra le meraviglie di Pompei, offerta gratuitamente a milioni di utenti in tutto il mondo, rappresenta uno straordinario veicolo promozionale per il turismo italiano e uno stimolo per tanti potenziali viaggiatori a visitare personalmente gli scavi archeologici. Senza dimenticare che, grazie alla tecnologia di Google, i nostri tesori d’arte potranno contare su una testimonianza eterna. L’accordo rappresenta dunque un matrimonio perfetto tra due soggetti leader mondiali:<em> Google</em> per il web e le nuove tecnologie; il <em>Mibac</em> per quantità e qualità del patrimonio culturale.</p>
<p><em><strong> Spesso le attività del Ministero per i beni e le attività culturali si intrecciano con quelle del Ministero per gli affari esteri. Il biglietto da visita dell’Italia è il suo storico patrimonio di conoscenza, che può essere messo a frutto non solo in ambito intellettuale, ma anche nel campo diplomatico ed economico. Quale relazione intercorre fra cultura, politica estera e impresa? </strong></em></p>
<p>Certamente fra le priorità della <em>Dgv (Direzione generale valorizzazione)</em> c’è la creazione di momenti di confronto con altre realtà internazionali, scambi di esperienze, buone prassi finalizzate allo sviluppo e all’incremento dell’<em>incoming </em>turistico in Italia. Per ottenere questo risultato dobbiamo fare della cultura e della creatività un veicolo di promozione del Paese. Nel 2010 abbiamo individuato alcune aree strategiche (Stati Uniti; Medio ed Estremo Oriente; America latina; Europa, considerata come nostro mercato interno) con cui allacciare partnership pluriennali che, partendo dall’interscambio culturale, arrivino a definire nuove relazioni diplomatiche e crescenti opportunità di sviluppo. In questo senso è emblematico il risultato ottenuto con l’ultima missione in Cina. Ci siamo confrontati con uno dei soggetti culturalmente più importanti al mondo: si sono fissati accordi a lungo termine, progettando eventi culturali, scambi di mostre, cooperazione nell’ambito della conservazione e della promozione del nostro patrimonio culturale e ottenendo allo scopo 1000 metri quadri all’interno del nuovo <em>Museo nazionale della Cina.</em> In queste attività la sinergia con il <em>Mae</em> è assolutamente fondamentale: attraverso i suoi istituti e ambasciate può fornire al <em>Mibac</em> il supporto operativo utile a veicolare la nostra cultura e la nostra creatività e insieme costruire una nuova immagine coordinata dell’Italia.<a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/Finalità-Mibac.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-435" title="Finalità Mibac" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/Finalità-Mibac.jpg" alt="" width="661" height="331" /></a><strong> </strong></p>
<p><strong>Approfondimenti:</strong></p>
<p><a href="http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/index.html">- sito del MiBac</a><br />
- <a href="http://www.youtube.com/beniculturali">canale youtube del MiBac</a></p>
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		<title>Roma ● Emozioni Hi-Tech</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 00:04:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arte digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[la pelanda roma]]></category>
		<category><![CDATA[macro Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[DigitaLife  innaugura la Pelanda, il nuovo spazio espositivo all&#8217;ex mattatoio a Roma: una rassegna elettrizzante fa scoprire che il digitale consente di creare ambienti dove vivere nuove sensazioni, nuove esperienze d’arte. 12 artisti, demiurghi del digitale, immergono lo spettatore in spazi fluttuanti, sospesi tra tecnologia e fiaba. Un nuovo modo di fare e godere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>DigitaLife  innaugura la Pelanda, il nuovo spazio espositivo all&#8217;ex mattatoio a Roma: una rassegna elettrizzante fa scoprire che il digitale consente di creare ambienti dove vivere nuove sensazioni, nuove esperienze d’arte. 12 artisti, demiurghi del digitale, immergono lo spettatore in spazi fluttuanti, sospesi tra tecnologia e fiaba. Un nuovo modo di fare e godere l&#8217;arte.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">di Mauro Giancaspro</span></strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/emozioni-hi-tech.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-396" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="emozioni hi-tech" src="http://www.artein.it/wp-content/uploads/2010/04/emozioni-hi-tech.jpg" alt="" width="660" height="431" /></a><br />
Digitale, in fondo, è solo un aggettivo: diffuso, usato, abusato e accettato con tale e tanta naturalezza, da non lasciare il tempo, a chi lo legge sulle etichette, lo sente citare o lo pronuncia, di recepirne in pieno il significato. La consapevolezza che esista qualcosa che è digitale appare assai più rilevante del capire cosa in realtà sia, bastandoci sapere che esso è emblematico della modernità e dell’attualità e che trova ancor più forza di suggestione se contrapposto all’altrettanto diffuso, usato e abusato aggettivo analogico, rappresentativo a sua volta della tradizione e del passato.<span id="more-387"></span></p>
<p><strong>Questo nuovo lemma</strong> di gran moda sta saldamente insediato nel gergo gelosamente criptico degli informatici; è gigantescamente scolpito nelle slide dei piazzisti dei prodotti software; arricchisce coloritamente le imprecazioni di chi non si spiega i capricci dei nuovi segnali televisivi; ma si trova anche, alla fine e per fortuna, ormai felicemente radicato nell’immaginario fantastico e poetico di chi sogna e crede con fermezza di poter trarre una nuova vibrazione e una nuova emozione d’arte anche dall’algida tecnologia fatta di byte e di pixel, di algoritmi e di compressioni.</p>
<p><strong>E ce n’è nel cosmo visivo</strong>, cinetico, ambientale e sonoro, gemmato da questa scaturigine matematica,di che scandalizzare e scoraggiare chi ancora dà di scalpello e di pennello, di matita e di squadra. Per chi crede nei fantasmi non è difficile vedere quelli dei futuristi di prima generazione, in giro per le vie e per le gallerie delle nostre città a controllare che cosa ne facciamo dopo cento anni del loro <em>Manifesto</em>, e poi a spassarsela di cuore gironzolando negli spazi della <a href="http://www.macro.roma.museum/macro_future/la_pelanda_centro_di_produzione_culturale"><em>Pelanda</em></a> godendosi <a href="http://www.macro.roma.museum/mostre_ed_eventi/mostre/digitalife">“<em>DigitaLife”</em></a>; e magari i più intemperanti e facinorosi si dannano, come si conviene ai fantasmi, perché non ebbero<em> illo tempore</em> al servizio delle loro folli e impossibili idee &#8211; di fotodinamismo, di simultaneità, di plurisensorialità, di coinvolgimento corale e totale – questa straordinaria diavoleria del digitale: altro che locomotiva dall’ampio petto scalpitante sulle rotaie! E che soddisfazione postuma per loro, risoluti e implacabili nemici di biblioteche, di musei, di accademie e di gallerie, vedere nientemeno che un mattatoio trasformato in un articolato, duttile e polifunzionale organismo dove è bello fare arte, cultura, laboratorio, sperimentazione, comunicazione e dare informazione, emozione, divertimento.</p>
<p><strong>E noi, che fantasmi non siamo ancora,</strong> ci prepariamo a quella straordinaria, in fondo divertente condizione futura e postuma, attraversando negli spazi della <em>Pelanda</em> barriere che si sfumano e vaporizzano al nostro passaggio, all’occorrenza smaterializzandoci e passando da parte a parte muri, facendoci, di volta in volta, fluidi, aeriformi, volatili, minuscoli, invisibili e diventando in prima persona componenti e comprimari essenziali di un processo di produzione estetica. Più e oltre che contaminazione di tecnologia, realtà materiale, realtà virtuale e istanze di rinnovamento delle forme e dei mezzi di comunicazione, ci sono forse in questo “<em>Digita-Life”</em> anche i segni evidenti da un lato di un nuovo modo di volere fare arte, dall’altro di una restaurazione con la rivisitazione delle suggestioni soggioganti, ormai già nella storia, dell’<em>enviromental art</em>. A essa rimandano, palesemente e consapevolmente &#8211; tanto per fare qualche esempio &#8211; l’affascinante e disorientante <em>Matrix II_2000</em> di Erwin Redl che ha tutte le caratteristiche di un magico momento emozionale, quasi enigmatica tappa di un viaggio iniziatico denso di prove da superare, e l’avveniristico e mobilissimo<em> Avie (Advanced Visual Interactive Environment)</em> di Jeffrey Shaw.</p>
<p><strong>Emozione certo, ma anche divertimento</strong> di sapore giocosamente giovanile, dei tempi in cui ci infilavamo nelle spelonche misteriose o nei castelli incantati dei luna park in cerca di sensazioni ingenuamente forti, traendo alla fine più riso che paura dai mostri di cartapesta che ci balzavano improvvisamente di fronte, dal solletico sulla faccia di finte ragnatele e dal sobbalzo di improvvisi e rudimentali effetti sonori. E ci sono, ancora, in “<em>Digita-Life</em>” il sogno e la fiaba. <em>Ondulation 200</em>2 di Thomas McIntosh, Emmanuel Madan e Mikko Hynninen ben può suggerire i mille fantasticamenti di chi guarda il mare e può, con il suo movimento, far riandare con la mente e con il cuore alle musiche a ciascuno più care &#8211; dalle suggestioni de <em>La Mer</em> di Debussy allo struggimento di <em>The Dock of the Bay</em> di Otis Redding &#8211; o ancora rivivere quello stato di dondolante annebbiamento che conduce dalla veglia al sonno.</p>
<p><strong>L’esperienza di “<em>DigitaLife”</em></strong> è, comunque, soprattutto fiabesca. Non c’è più bisogno del sortilegio malefico o della complicata formula magica per poter infilarsi all’interno di un orologio, di un carillon, di un organetto di barberia, di una lampada miracolosa o per entrare nel castello di ghiaccio di un principe mago, nell’antro segreto del re della montagna, nella casa delle fate o, ancora, per camminare sulla via lattea o sui raggi della luna, come accadeva ai meravigliosi personaggi delle fiabe della nostra infanzia. Questo potere di realizzare i desideri della fantasia oltre la realtà si trasferisce, come il testimone di una staffetta, dal mago che dà vita alle cose e dallo scrittore di fiabe ai nuovi demiurghi del digitale. Non saremo più spettatori di effetti speciali ma diventeremo, immersi e fluttuanti negli spazi della <em>Pelanda</em>, almeno per il tempo dell’escursione nella mostra, noi stessi effetti speciali. Dobbiamo pensare di essere non più alle soglie ma già all’interno di un nuovo modo di fruire e godere l’arte? Siamo destinati a non essere più semplici spettatori e testimoni d’arte ma diretti attori per i quali l’artista diventa regista delle nostre azioni e dei nostri movimenti?</p>
<p><strong>Probabilmente sì.</strong> È comunque certo che esperienze elettrizzanti come quelle di <em>“Digita-Life”</em> ci riconciliano con i noiosi strumenti della nostra quotidianità, ricordandoci che digitale non è solo quell’ancora misterioso strumento che regola e condiziona la nostra esistenza &#8211; dall’orologio da polso al tachimetro dell’automobile, dal termometro al computer &#8211; ma è anche ambiente dove vivere nuove esperienze d’arte, nuove sensazioni, nuove emozioni, nuovi divertimenti.</p>
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