A livello personale non posso dire di avere una spiccata predisposizione al gioco nell’arte, sentendomi parte di quella astrazione alimentata dalla sua storia eroica, come lucidamente definita da Jean Baudrillard. Tuttavia, la mia passione inestinguibile per il Futurismo mi fa rintracciare agilmente quali possano essere i riferimenti d’inizio Novecento che abbinino l’arte al gioco.
Riferendosi alla fase eroica del Movimento, non si può non citare Fortunato Depero, applicato per anni alla realizzazione di marionette, pupazzi, insolite foreste colorate, proprio con l’intento di veicolare il messaggio futurista fin alle giovanissime generazioni. Essendo Depero un caratteriale, sicuramente questa predisposizione giocherellona gli viene trasmessa dal suo mentore futurista Giacomo Balla, canzonatorio per carattere, portato allo scherzo e a una naturale leggerezza, nonché autore anche di una camera per bambini nel 1914. Con Depero nel 1915, nella Ricostruzione futurista dell’universo, concettualizza che: “Il giocattolo futurista sarà utilissimo anche all’adulto”.
Sempre di estrazione futurista, Bruno Munari, recentemente portato alla ribalta da una grande mostra alla Fondazione Magnani Rocca*, per decenni si occupa esattamente della traduzione in arte del gioco e viceversa, con un’infinità di pubblicazioni anche pedagogiche: è del 1966 il saggio Arte e gioco, curato da Morando e illustrato proprio da Munari: Durante l’infanzia, siamo in quello stato che gli orientali chiamano Zen: la conoscenza che ci circonda avviene istintivamente mediante quelle attività che gli adulti chiamano gioco.
Munari concepisce così i Prelibri, libri oggetto senza parole, per bambini che ancora non sanno leggere. Libri “illeggibili” ma con stimoli visivi e tattili, sonori, termici e materici, pieni di suggestioni che stimolano la creatività e l’immaginazione, in questo rievocando le suggestioni del Tattilismo futurista (1921). Nel 1949 realizza due piccoli giocattoli per bambini, Gatto Meo Romeo e Scimmietta Zizì, con anima di ferro e posizioni variabili per aguzzare la fantasia.
Ma Munari non ha solo l’istinto del pedagogo, la sua ricerca ha un obiettivo più sofisticato: Non potendo cambiare gli adulti, ho scelto di lavorare sui e con i bambini perché ne crescano di migliori: strategia rivoluzionaria quella di lavorare sui e con i bambini come futuri uomini. Ma il Novecento propone anche un manipolo di giocherelloni talentuosi: alla fine degli anni Cinquanta nasce Fluxus, realtà artistica fluida, multiforme al punto da non riuscire a definirne i contorni. I fluxers, fin dai primi anni Sessanta, si servono di oggetti banali, quotidiani, decontestualizzandone l’uso e moltiplicandone i significati, ma sempre all’insegna dell’ironia, del disimpegno, di un serissimo gioco collettivo. Nel contemporaneo molti sono gli artisti che hanno considerato l’importanza del gioco: da Niki de Saint-Phalle, a Paul Klee, dai meccano di Enrico Baj alle faccine di Alighiero Boetti e molti altri.
Componente disincantata che sembra essersi perduta oggi nell’attitudine altamente profetica di gran parte degli artisti più in voga. Ma in cuor mio nasce una domanda: sono gli artisti che si sentono investiti di una missione universale, oppure sono i media, che non parlano d’altro profetizzando a destra e a manca, che hanno pilotato gli artisti a vincere facile?
*BRUNO MUNARI. TUTTO, 16 marzo 2024 – 30 giugno 2024, mostra e catalogo a cura di Marco Meneguzzo e Stefano Roffi, Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo
Immagine di copertina: Bruno Munari, Alfabeto Lucini, 1984, © Bruno Munari. Tutti i diritti riservati alla Maurizio Corraini s.r.l.
Scopri qui i contenuti esclusivi di ArteiN!