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Dal Futurismo al futuro dell’arte: intervista ad Alberto Dambruoso

Presentazione del libro Boccioni Opere inedite. Università San Marcelina, San Paolo
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Il Tempo del Futurismo, la mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, curata da Gabriele Simongini, è stata al centro di polemiche per le interferenze politiche e la gestazione caotica.

Alberto Dambruoso, tra gli ideatori del progetto originale, docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Frosinone e critico d’arte, racconta la trasformazione di quella che doveva essere un’ampia retrospettiva storico-artistica.

La vicenda ci ha permesso di aprire una riflessione più ampia sulla gestione della cultura in Italia, sul rapporto tra arte e politica e sulla valorizzazione del patrimonio artistico italiano.

La mostra sul Futurismo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma è stata al centro di polemiche per le ingerenze politiche

La mostra è nata da una mia intuizione. Inizialmente doveva essere una mostra solamente su Boccioni, poi il focus si è allargato a tutto il Futurismo. Ho lavorato al progetto per mesi e mesi, selezionando opere e creando un comitato scientifico con altre figure, contattando musei e istituzioni per ottenere prestiti. A luglio 2024 però la mostra è stata ridimensionata con un taglio di 300 opere, per questioni di budget, ma senza consultare né i curatori né il Comitato scientifico, lasciando interdetti prestatori pubblici e privati. Da gennaio 2024, il ministro Sangiuliano ha cominciato poi a intervenire più incisivamente nel progetto stravolgendo il progetto scientifico. Il mio contratto non è stato mai formalizzato e alla fine sono stato estromesso dai lavori.

Quale visione aveva lei?

L’idea era di riprendere il libro del mio mentore Maurizio Calvesi “Le due avanguardie” e mostrare quanto il movimento sia stato importante non solo dal 1909 al 1944, ma anche per la nascita delle seconde avanguardie degli anni ’50-’60 come lo spazialismo, Burri e il polimaterismo, Fluxus, la poesia visiva. Volevamo documentare il Futurismo non solo in pittura e scultura, ma anche attraverso poesia, letteratura, moda, cucina, teatro e musica. Inizialmente la mostra doveva occupare tutta la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, poi in un secondo momento la mostra è stata ridimensionata anche negli spazi. L’obiettivo era di mettere in luce il pre-futurismo, ovvero ciò che ha anticipato il movimento, e soprattutto di documentare l’influenza che ha esercitato sui suoi contemporanei. Avremmo incluso opere dei raggisti come Larionov e Goncharova, lavori di Franz Marc e Marcel Duchamp, oltre che di altri che in quel periodo si erano dedicati al movimento. Di particolare interesse sarebbe stato il percorso dei futuristi russi che, arrivati in Giappone, hanno dato vita a un movimento locale ispirato alle idee di Boccioni. Questo tipo di lettura del futurismo, nella sua dimensione internazionale e nella sua globalità, è ciò che insegno e che avrei voluto mostrare.

Come valuta l’orientamento dato alla mostra?

C’è stata una chiara volontà di dare una direzione politica e un approccio populista. Come ha dichiarato la direttrice Cristina Mazzantini è una “mostra per bambini e famiglie”. Ma il problema principale è che il progetto espositivo concepito e sviluppato per un anno e mezzo è stato stravolto in due giorni senza consultare nessuno del comitato scientifico.

Quali sono i principali problemi del sistema culturale italiano?

Il problema principale è la presenza nei ruoli chiave di figure senza adeguata preparazione. Abbiamo persone in posti strategici della cultura senza una laurea. La cultura non è mai stata una priorità della destra e non riescono ancora a capire come gestirla. Invece di cercare professionisti competenti, anche di destra, hanno messo loro affiliati politici. Questo si vede nella gestione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, diventata sede di eventi politici come la festa de Il Tempo, la mostra su Tolkien e ora questa sul Futurismo gestita da loro.

Come dovrebbe essere il rapporto tra arte e politica?

La politica non dovrebbe minimamente entrare nell’arte. L’arte può criticare la politica, ma non deve essere al suo servizio. Un artista può prendere posizione contro i politici ma l’arte non deve diventare strumento della politica. L’arte dovrebbe essere il luogo più puro dove tutti si possono ritrovare. Perfino durante il ventennio fascista, tanto per fare un esempio, hanno potuto operare artisti della scuola romana di via Cavour che erano contro il regime.

Cosa servirebbe per valorizzare meglio l’arte italiana?

Bisognerebbe promuovere l’arte italiana all’estero attraverso mostre strategiche. Artisti come Boccioni sono poco conosciuti fuori dall’Italia. La Scuola di Piazza del Popolo degli anni ’60 non ha nulla da invidiare agli artisti internazionali ma viene sottovalutata. Serve un maggiore investimento nell’educazione artistica, partendo dalle scuole. 

Ritengo che una maggiore implementazione dell’arte nell’educazione sarebbe proficua. Roma, per esempio, è ricchissima di musei che potrebbero essere utilizzati per formare fin da piccoli una sensibilità all’arte. L’arte migliora l’esistenza, dà prospettive diverse, crea stimoli. Con una maggiore presenza dell’arte nella scuola avremmo certamente una società migliore.

Come valuta la gestione delle mostre in Italia?

Ci si concentra sempre sugli stessi artisti – Monet, Van Gogh, Dalì, Picasso – perché sono mostre blockbuster che fanno cassa. È sempre un discorso legato ai numeri, purtroppo. I ragionamenti si fanno ormai solo esclusivamente con i numeri, i musei vengono gestiti se hai dei numeri.Questo impedisce di far conoscere artisti meno noti ma ugualmente importanti. Servirebbe più coraggio nelle scelte, anche se questo potrebbe significare meno incassi immediati.

Con questo metodo è chiaro che saranno sempre, ogni volta, le stesse mostre con gli stessi soggetti, e anche il pubblico poi è sempre lo stesso. Il pubblico ne trarrebbe un grande vantaggio culturale, potrebbe ampliare i propri orizzonti artistici, ma allo stesso tempo non porterebbe i soldi nelle casse, che invece sono l’unica cosa che interessa ai governanti.

La politica culturale del paese dovrebbe finalmente promuovere l’arte italiana all’estero attraverso mostre strategiche.


Immagine di copertina – Presentazione del libro Boccioni Opere inedite. Università San Marcelina, San Paolo


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