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Può sembrare ridondante parlare sempre di donne? Debora Garritani in dialogo con Rachele Bianchi

Debora Garritani, Metaxis (dettaglio), 2025 - Courtesy l'artista
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RETI non è solo una mostra, è un dialogo tra corpi ed emozioni che prende forma, fino al 30 novembre 2025, negli storici spazi dall’Archivio Rachele Bianchi di Milano. Qui è narrato un confronto fra due donne moderne. La più giovane, Debora Garritani, racconta nell’intervista che segue il suo percorso artistico e il suo legame emotivo e culturale con Rachele Bianchi, nell’anno che celebra il centenario della sua nascita e anticipa la ricca mostra antologica attraverso la quale Palazzo Pirelli vuole coinvolgere il grande pubblico.



Come sei entrata in relazione con l’artista che ti “ospita” nel suo archivio? Che connessioni si sono create con lei?

Quando sono entrata per la prima volta nell’Archivio Rachele Bianchi, conoscevo direttamente l’artista perché avevo già visto le sue sculture, avevo già anche un suo catalogo. Quando ho parlato con Elena, che si occupa dell’archivio, ho scoperto nuovi aspetti del suo lavoro e mi sono profondamente ritrovata nelle tematiche affrontate, anche come donna che ha subito delle imposizioni sociali.
Può sembrare una cosa un po’ ridondante parlare sempre di donne, no? Non amo fare distinzioni fra uomini e donne ma credo sia importante affrontare alcune tematiche “femminili”. Nonostante siamo vissute in epoche diverse, ho trovato subito una connessione molto forte dal punto di vista spirituale con Rachele, ho sentito mio il suo concetto di rete, mi sono sentita subito accolta nel suo spazio, è una cosa difficile da spiegare.

Ho trovato subito una connessione con il discorso del manto; mi raccontavano che Rachele aveva delle costrizioni sugli abiti che poteva e non poteva usare. La mia ultima opera tratta una tematica simile, racconta una società in cui le donne sono sottoposte a delle fortissime pressioni legate a come loro appaiono. Soprattutto sui social le immagini femminili sono soggette a tantissime critiche e pretese. Come nell’epoca in cui visse Rachele, anche oggi esiste una forte contrapposizione tra l’essere e l’apparire, viviamo in un’epoca di apparenze e, come per Rachele, anche per me l’autenticità e la libertà sono esigenze fondamentali.

Se guardiamo in maniera comprensiva il tuo percorso artistico, notiamo che tu parti da un corpo nudo che progressivamente si veste fino ad arrivare alla tua ultima opera, dove acquisisce “una nuova pelle”. Come si evolve la visione dei corpi nel tuo lavoro?

Non c’è un progetto prestabilito. Se guardo la mia ricerca dall’inizio, vedo che c’è stata un’evoluzione molto forte; io ho grande necessità di cambiare. Penso che ogni serie rappresenta un momento differente della mia vita. Nelle prime opere, iniziare a mostrare il mio corpo nudo è stata una cosa un po’ assurda e imprevista. Vengo da un paese della Calabria dove alcune persone hanno ancora una mentalità un po’ ristretta, dove ci si pone sempre la domanda: cosa pensano gli altri? Sono cresciuta con questa mentalità; mi sono poi accorta che il fatto di spogliarmi è stato un modo per conoscere me stessa, mi ha portato veramente a un’evoluzione come persona. Una volta terminato quel periodo di ricerca artistica non avevo più bisogno di spogliarmi, il corpo si veste o si sveste perché c’è un’esigenza, un’esigenza di tipo personale; l’arte e la persona sono la stessa cosa, c’è una connessione fortissima.

Rachele Bianchi, Simbiosi, 2001 – Courtesy Archivio Rachele Bianchi

Poi arrivano le vanitas, presentate come se fossero un dipinto rinascimentale. Quale messaggio vuoi trasmettere con queste opere?

Le mie serie precedenti sono molto cupe, molto dark, come gli ultimi scatti che sto realizzando. Nelle vanitas c’è la luce, c’è il colore, portano il mio lavoro in una dimensione un po’ diversa. Con queste opere parlo di effimero, di come il concetto di effimero sia cambiato, influenzato dai social, dove c’è sempre un’apparenza ostentata e tutto dura poco. È tutto molto breve, c’è un consumo immediato delle immagini.

Nel mio percorso formativo ho studiato pittura e le mie opere fotografiche sono legate all’iconografia della pittura, che riprendo e trasformo, calandola un po’ nella nostra società. Mi piace questo contrasto molto forte tra il passato e il presente.

Queste opere nascono da degli scatti digitali. Inizialmente avevo l’idea di realizzarle con degli sfondi dipinti, poi ho scelto il green screen perché mi servivano dei paesaggi precisi che avevo in mente. Ho realizzato gli scatti per gli sfondi in Calabria. Cercavo i cieli che richiamano le opere di Raffaello, il giusto paesaggio, la giusta luce; ho fatto ricerche approfondite prima di realizzare gli scatti.

Arriviamo al tuo ultimo ciclo, che al momento ha dato vita a un unico scatto, presente in mostra. Qui siamo immersi in un universo distopico, dove la pelle e i tessuti diventano plastici e perturbanti.

Anche in quest’opera c’è un rimando al passato: i drappi richiamano il Rinascimento, la posa la Venere di Tiziano però, allo stesso tempo, c’è molta plastica, molti riflessi contemporanei che ho voluto mantenere, senza nascondere la finizione. I riferimenti in questa opera sono molti, dal cinema di David Lynch alle tele di Casorati, c’è anche molta teatralità.

Ho scritto tantissimo prima di realizzare diversi scatti, utilizzando tessuti diversi, varie pose, differenti maschere che richiamano il mondo delle cure estetiche, degli interventi chirurgici di bellezza. Ho realizzato tantissime foto. La serie esiste ma, al momento, quella in mostra è l’unica opera che ho deciso di esporre.

Debora Garritani, Nihil sub sole novum #5 2018, Stampa giclee su carta cotone, cm  60x60
Debora Garritani, Nihil sub sole novum #5, 2018 – Courtesy l’artista

Le tue opere sono spesso degli autoritratti. Durante il Covid hai smesso di fotografare te stessa: cosa è accaduto?

Non sono più riuscita a fotografarmi. Prima era un esercizio, non solo un lavoro artistico, era proprio un esercizio quotidiano, uno studio sulla luce. Ogni giorno era un esercizio. Ho sempre lavorato da sola, con tutte le difficoltà che l’autoscatto comporta. Sembra semplice ma invece è una cosa difficilissima, pensa banalmente al fatto di mettere a fuoco dove non c’è nulla.

Durante il Covid ho iniziato a spostare la mia attenzione sugli oggetti, che si trasformavano in simboli. Ho iniziato a fotografare questi oggetti; sono diventati i protagonisti delle mie opere. Sono stata troppo tempo con me stessa, avevo bisogno di portare l’attenzione fuori da me, probabilmente.

Questi elementi, in realtà, erano presenti anche nelle mie primissime opere. Penso ai corvi, che erano un soggetto ricorrente. Oltre a fare foto di me stessa, fotografavo in modo compulsivo questi uccelli che sembravano morti. Con gli anni sono diventati degli oggetti; ho utilizzato degli animali giocattolo che, divenuti protagonisti delle opere, mi hanno permesso di parlare del rapporto tra realtà e finzione.
Questi lavori hanno un forte legame con il teatro, un universo dove sappiamo che è tutto finizione.
Non voglio che nei miei scatti un animale finto appaia reale, non voglio creare questa ambiguità, voglio che la finizione sia evidente, desidero il gioco della teatralità.

Cercando una perigliosa sintesi, come definiresti il tuo lavoro, in poche parole?

Affronto temi esistenziali che riguardano ognuno di noi, e potrebbero riguardare qualunque epoca storica. Come per le tematiche affrontate da Rachele Bianchi, cambiano i tempi ma alcune cose restano sempre quelle.
Indago la società facendo riferimenti ai social e al rapporto fra realtà e finzione che agisce sulla nostra vita quotidiana.
La mia fotografia è molto simbolica, ci sono sempre dei simboli che rimandano a qualcos’altro, e la costruzione delle immagini riprende il modus operandi dei pittori che creano qualcosa che in realtà non esiste; allo stesso modo realizzo dei set dove tutto è costruito, è un mondo molto teatrale, molto scenico.

Ora sento molto la necessità di lavorare col corpo, non più rappresentato come immagine statica ma corpo in movimento. Sto facendo molto teatro, teatro sociale, e credo nasceranno delle video performance, o anche delle performance. Io sono sempre stata una persona timidissima ma ora avverto l’esigenza improvvisa di questa apertura, un’apertura verso l’esterno che mi porta a lavorare in maniera condivisa, come avviene appunto nel teatro.


RETI 2025
Opere di Debora Garritani in dialogo con i lavori di Rachele Bianchi
06 novembre 2025 – 30 novembre 2025
Archivio Rachele Bianchi, via Legnano 14 Milano

www.archiviorachelebianchi.it
@archiviorachelebianchi


Immagine di copertina: Debora Garritani, Metaxis (dettaglio), 2025 – Courtesy l’artista


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