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Encounters Giacometti

Encounters: Giacometti, Alberto Giacometti in the studio, Photo Michel Sima, Before June 1951, Archives Fondation Giacometti © Succession Alberto Giacometti, Adagp, Paris 2024
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L’Araba Fenice si deve ferire, deve bruciare, perdere la sua interezza e il suo stesso corpo, per rinascere dalle sue ceneri. Eravamo rimasti a questo punto la scorsa volta e da qui ripartiamo. 

L’arte si lega indissolubilmente al dolore umano; una persona completamente sana, stabile e serena nel corpo e nella mente non potrebbe mai comprendere gli anfratti più terribili, le depravazioni più estreme e le emozioni più contorte e incoerenti che l’arte è in grado di mostrare.

Noi sentiamo per empatia, quindi un’opera deve entrare dentro per essere compresa, deve squarciare il nostro involucro e colpire le corde più nascoste della mente, per essere amata.

L’arte è illimitata, non ha confini, riesce sempre a superare sé stessa. 

Adoro la limitatezza delle biografie, delle descrizioni critiche e di questo stesso testo, che mi auguro sia interessante ma irrimediabilmente incompleto. Ecco che, qualsiasi cosa si tenti di scrivere, l’arte è già oltre. Appena afferriamo un concetto, un altro fugge lontano. 

Una tematica così ampia come quella che dà il titolo alla mia rubrica, porterebbe sicuramente alla confusione, quindi chiamo in mio aiuto un artista che è stato il protagonista della mia tesi in Estetica della filosofia, qualche anno fa. Siamo stati insieme per mesi interi perché, Alberto Giacometti, della distruzione e della rinascita ne sapeva qualcosa. Tanto che se non ci fosse stato suo fratello Diego, altro grande artista, di Alberto non rimarrebbe quasi nulla oggi. 

C’era anche un suo amico con noi, era un filosofo, tra i più grandi della storia, si chiama Jean-Paul Sartre. 

Giacometti sfaldava così tanto la materia che alla fine, di un violento corpo a corpo, restavano quelle che Sartre designava come “figure dell’estremo”, che nelle mani dell’artista si muovevano in un ciclo di ritorno dalla polvere alla polvere. Dalla visione delle sculture di Giacometti, nacque per Sartre il concetto di “polvere di spazio”. L’artista riusciva a creare uomini di pietra senza però pietrificarli, non apparivano come cadaveri, sembravano vivi seppur figure ridotte all’osso. Il concetto di eternità è inesistente, sono opere spesso destinate a durare solo una notte. Precarie, come l’esistenza umana. 

Eppure il caso, l’amore del fratello Diego o forse la Storia dell’Arte stessa hanno deciso di renderle eterne. 

Il filosofo definiva l’amico come “il perfetto artista esistenzialista”, fu il primo a decidere di scolpire le figure a “distanza assoluta”. Effettivamente, un soggetto se visto da una certa distanza può apparire concluso nella sua forma precaria. 

Chissà se anche l’Araba Fenice, nel suo sfaldarsi, bruciare, perdere il corpo e rinascere, prova il disgusto di Roquentin, protagonista della “Nausea”, che scuote le anime di Sartre e Giacometti. 

Penso proprio di sì. 

Egli sente una metamorfosi della visione in cui tutto si disgrega, i corpi divengono oggetti e gli oggetti subiscono trasformazioni continue, tanto da rendere tutto incerto, eliminando ogni convinzione sulla veridicità delle forme apparenti. Ecco la Storia dell’Arte, priva di sicurezze, in continua metamorfosi di sé stessa. Non le è permesso il riposo, non esistono certezze, tutto va a modificarsi.

L’Arte, in quanto Araba Fenice, è l’antitesi del “gattopardismo” anche se non annulla completamente la frase: “Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”.

La Storia dell’Arte, come ha dimostrato nei secoli dei secoli, premia chi dopo aver fatto tesoro della cultura a lui o a lei giunta, accetta di perdere il suo corpo e tutte le sue certezze, per bruciare, rinascendo con la consapevolezza di aver dato vita a qualcosa di nuovo. 

Dall’8 maggio 2025, la scultura di Alberto Giacometti viene celebrata al Barbican di Londra attraverso la mostra dialogica Encounters: Giacometti, realizzata grazie alla collaborazione con la Fondazione Alberto Giacometti. Negli spazi inglesi la ricerca del maestro è messa a confronto con le opere di tre artiste contemporanee: Huma Bhabha, Mona Hatoum e Lynda Benglis.

In questo numero abbiamo visto l’Araba Fenice distruggersi e ricomporsi per sottrazione di materia. 

Nel prossimo come avverrà la metamorfosi?


Immagine di copertina: Encounters: Giacometti, Alberto Giacometti in the studio, Photo Michel Sima, Before June 1951, Archives Fondation Giacometti © Succession Alberto Giacometti, Adagp, Paris 2024


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