Eternità e mercato si guardano, si sfiorano, a volte si mordono. Perché se è vero che l’estetica nasce da una tensione verso l’assoluto, è altrettanto vero che senza un prezzo appiccicato sopra, non esiste.
Viviamo un’epoca schizofrenica, in cui un’opera d’arte deve essere, allo stesso tempo, immortale e virale, profonda e monetizzabile, spirituale e digitale. Le fiere d’arte showroom, con artisti che oscillano tra l’ascetismo creativo e il branding personale, e nel frattempo, il collezionismo si trasforma in una sorta di borsa valori in cui le firme contano più delle pennellate.
Ma fermiamoci un attimo. Cos’è l’estetica oggi? È ancora ricerca? È ancora un valore? O è diventata un’arma di seduzione per far scivolare un’opera da un magazzino a un’altra collezione, come un asset di lusso con un pedigree?
E non fraintendetemi, io adoro gli asset artistici di lusso, sono gli unici asset proiettati nell’eternità. E dipingere l’eternità è sempre stato il sogno dell’arte.
I Greci costruivano statue per sfidare il tempo, Leonardo progettava opere per sopravvivere alla dissoluzione, Rothko cercava una dimensione mistica del colore che andasse oltre la materia. Oggi, però, il concetto di eterno si è frantumato in una costellazione di trend. L’estetica si fluidifica, ma si piega troppo spesso per necessità.
Quello che faccio oggi, ha senso solo se funziona oggi. Il tempo lungo è stato sostituito dall’istantaneità. Se un’opera non genera engagement in una settimana, è già vecchia. Se un artista non è collezionabile, è già dimenticato.
Pensiamo a Basquiat: geniale, esplosivo, passato da 10.000 dollari a 100 milioni.
Per quale motivo? Eternità.
Ma l’eternità è l’unico concetto che dovrebbe essere preso in considerazione da critici d’arte (e sedicenti tali), il mercato è diretta conseguenza.
E qui arriva il punto: il mercato dell’arte non è il nemico. È il motore. È la fiamma che tiene accesa la produzione artistica. Senza collezionismo, non c’è arte che sopravviva. Il problema non è il denaro nell’arte, ma il fatto che il collezionismo sta diventando un gioco per pochi, mentre i veri nuovi investitori, i giovani, stanno uscendo dalla partita.
I millennials e la Gen Z spendono migliaia di euro in sneakers da collezione, in orologi, in memorabilia di cultura pop. Ma l’arte? L’arte viene ancora percepita come qualcosa di elitario, distante, una cosa da vecchi. E di chi è la colpa? Del sistema che puzza di naftalina.
L’arte non è solo per chi può permettersi un Fontana o un Basquiat. Esiste un intero ecosistema di artisti emergenti che oggi possono essere collezionati con poche migliaia di euro e che domani potranno valere dieci volte tanto. Ma serve una cultura del collezionismo che la riporti alla sua vera natura: un investimento emozionale, culturale e sì, anche economico.
E l’estetica ultra-contemporanea, è la chiave per definire il valore della nuova eternità.
Immagine di copertina: Forever now – CC0
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