“l’estetica è un’attività cerebrale”
C’è una bugia che ci portiamo dietro dai tempi delle caverne, cioè la comprensione ermeneutica dell’arte.
Il bisogno di dare un senso “coatto”
Ostinatamente chiamiamo questa rubrica Estetica Fluida, perché ci prendiamo il lusso di ribaltare tavoli, categorie, e anche qualche ego ben lucidato, per dire che l’estetica oggi non può più essere vista come rigida, né accademica, né solo concettuale: dev’essere, anzi, è liquida.
La chiave è ovviamente nel cervello. O meglio: in come il cervello reagisce alla visione estetica.
Un passo all’interno della Neuroestetica, cioè la mappa parziale – e proprio per questo interessante – di ciò che succede quando l’occhio si connette con la corteccia visiva e, da lì, accende tutto il resto, e no, non stiamo parlando di moda, chakra aperti o “scienza dell’anima”.
Vedere un’opera d’arte non è solo come guardare una mela. Il nostro cervello percepisce “di più”, percepisce il riconoscimento di una ferita, un’intuizione, un’ombra che ti assomiglia anche se non l’hai mai vista.
Non registra solo linee, colori e simmetrie, ma attiva emozioni, memorie, proiezioni.
Semir Zeki, colui che definì questa branca scientifica – quindi non il cugino pittore – sovente ci ricordava che l’estetica è un’attività cerebrale. E quindi mutevole, personale, sporca, fallibile.
Il righello non l’ho mai usato per misurare il mio membro, figuratevi “la bellezza”, come fanno molti manuali dell’arte, proprio quelli che, puta caso, giudicano “bello” ciò che GIÀ è stato canonizzato.
Grazie mille, che utilità, che acume.
L’estetica fluida nasce proprio dalla consapevolezza che ogni opera d’arte è un cortocircuito tra lo sguardo dell’artista e quello dello spettatore, dove il percorso di canonizzazione delle rotture estetiche avvenute durante la storia dell’umanità è stato ormai sorpassato da una velocità che non prende prigionieri.
Dove il linguaggio, che è struttura percettiva, certo può subire rotture e nuovi canoni, ma che non decanteranno mai abbastanza da poter creare un manifesto, se non puramente concettuale.
Un’installazione, un dipinto, un glitch, mai è il “cosa” ma il “come”, importa il modo in cui l’esperienza della restituzione estetica si infila nelle pieghe del nostro sistema limbico e ci fa qualcosa.
Non sempre qualcosa di canonicamente bello, ma qualcosa che resta.
La fluidità estetica non è solo uno stile.
È un’etica della visione.
È il contrario della posa. È la caduta verticale nel momento.
È l’arte che ti entra in testa senza chiedere permesso, come un trauma o un amore sbagliato.
È contemporaneità perpetua.
Il cervello, intanto, registra picchi nell’amigdala, flussi nel sistema dopaminergico, scosse nell’insula.
Chiamiamola bellezza, mentre parliamo di canoni, e chiamiamola attivazione, mentre parliamo di scienza.
L’estetica fluida è questo: uno spazio che si plasma su ogni cervello che guarda.
E per farlo serve arte che non vuole essere capita, ma guardata finché ti senti nudo.
Immagine di copertina: OZIO, Carlo Alberto Vandelli, 2021 – Courtesy l’artista e Galleria Barattolo (galleriabarattolo.com)
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