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Il moto dell’Araba Fenice: Van Gogh e Kiefer 

Anselm Kiefer, Untitled, 1963. Graphite and ballpoint pen on paper, 23.6 x 29.8 cm. Private collection. Photo_ Georges Poncet. © Anselm Kiefer
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L’Araba Fenice continua la sua incessante metamorfosi occupandosi questa volta di due colossi del tormento interiore, protagonisti indiscussi della storia dell’arte che abbraccia più di due secoli: Vincent van Gogh e Anselm Kiefer.

Il maestro e l’allievo, entrambi legati intensamente alle motivazioni di questa rubrica e protagonisti alla Royal Academy di Londra, di un intenso “dialogo artistico”.

Come ormai sapete, il significato dell’Araba Fenice è legato alla rinascita, alla morte nel fuoco che attraverso le proprie ceneri torna a rigenerarsi. Rinascere comporta però accettare di doversi ferire precedentemente. L’Araba Fenice deve bruciare, perdere la sua interezza e il suo stesso corpo per poter risorgere. Entrambi gli artisti, in modo seppur profondamente differente, fondano i propri linguaggi su queste tematiche. 

I temi di morte e rinascita sono centrali nell’opera di Van Gogh, spesso rappresentati attraverso la natura e la vita umana. La natura, in particolare i campi e i paesaggi, è vista come un ciclo continuo di decesso e rinnovamento, con elementi come le coltivazioni che simboleggiano la rinascita dopo l’inverno, la promessa di una nuova crescita e il deperimento. Questo discorso può essere facilmente ampliato a metafora stessa del ciclo di vita umano, visto come fugace, breve, labile ed effimero; come dice la radice stessa del termine “dura solo un giorno”. Quindi cosa resta dopo? La religione, se precedentemente era salvezza, adesso diviene un fallace rifugio. Quindi, viene spontaneo chiedersi il perché, che senso mai potrebbe avere continuare a vivere se la meta è il Nulla?

La risposta sta forse nei cieli dell’artista che indicano talvolta un’ansiosa ricerca di una dimensione trascendentale accogliente e immersa nel chiarore, altre volte esprimono l’inquietudine e il tormento interiore attraverso la rappresentazione di un cosmo dinamico, travolgente e vorticoso. Il blu intenso è l’eterno, il giallo degli astri è speranza e collegamento tra mondo materiale e spirituale. Perché, come testimonia l’Araba Fenice, il passaggio da una dimensione all’altra, da una vita all’altra, da una situazione solo in apparenza confortevole a una totale metamorfosi che è salto nel vuoto, non è semplice, ferisce e arreca dolore ma è l’unico modo per poter rinascere. 

Se la riposta del cielo non è sufficiente allora dobbiamo camminare con lo sguardo proprio nelle nature, affondando, scavando con gli occhi nel terreno per cogliere la profonda connessione di Van Gogh con l’uomo comune e il mondo vegetale e animale che diventano metafora di un’energica resilienza e coraggio di fronte a un destino inevitabile. L’artista spesso andava a fonderli, dipingendo la natura in relazione alla figura umana, suggerendo un forte legame tra l’esistenza individuale e le leggi più ampie della natura e del tempo, che mostrano un continuo dialogo tra morte e rigenerazione. 

Anselm Kiefer, oggi ottantenne, è legato a Vincent van Gogh da una profonda e duratura ispirazione artistica che ha accompagnato l’intera carriera del pittore tedesco. Kiefer iniziò a coltivare questa ammirazione giovanissimo, compiendo un “pellegrinaggio” in Olanda e Francia sulle orme dell’artista olandese. Nel 1962, a diciassette anni, ricevette una borsa di studio che lo portò a viaggiare nei Paesi Bassi, in Belgio e nel sud della Francia (Arles), luoghi fondamentali per la vita e l’opera di Van Gogh. Questo viaggio rappresenta un “pellegrinaggio” alla scoperta dei luoghi del suo idolo. Van Gogh è stato la prima grande ispirazione artistica di Kiefer, influenzando sia i suoi soggetti sia le tecniche dei suoi monumentali dipinti e sculture. Kiefer ha creato opere che fanno riferimento ai Girasoli dell’olandese e ai suoi paesaggi, e questa connessione artistica è stata messa in evidenza in importanti mostre, come quella alla Royal Academy of Arts di Londra, realizzata a cura di Julien Domercq e fruibile fino al 26 ottobre 2025.

Nei suoi lavori, Kiefer esplora i temi della morte e della rinascita attraverso un processo ciclico di distruzione e rigenerazione, utilizzando la materia e i simboli per rappresentare il decadimento e la potenziale resurrezione. Concetti come la combustione, le rovine, i semi e l’oro vengono impiegati per esprimere la trasformazione, la caducità dell’esistenza e la possibilità di un nuovo inizio, riflettendo su storia, mito e cosmologia. I girasoli, l’erba essiccata e i semi dipinti dal maestro olandese diventano materia stessa da inserire nelle composizioni per simboleggiare la promessa di rinascita e la forza vitale che persiste anche nel decadimento. Il piombo è un materiale chiave, l’unico in grado di “sostenere il peso della storia umana” con tutte le sue ferite e lutti, mentre il fuoco è utilizzato per distruggere e rigenerare i materiali tramite la combustione. 

Di fronte alle opere lo spettatore si sente inevitabilmente pervaso da un senso di abbandono, immobile davanti a un sovrumano “canto delle macerie”. L’isolamento interiore è potente ma contemporaneamente la visione delle sue, molto spesso, enormi tele e strutture trasmette un senso di completezza, come se dopo la fine, nascesse qualcosa di nuovo attraverso dei misteriosi processi alchemici. È come se all’interno di quelle apparenti macerie, ridotte così dalla violenza di una catastrofe, di una guerra o di chissà quale sconvolgimento galattico, si nascondesse una certa regalità, un certo orgoglio che i suoi dipinti trasudano nella loro resistenza e nel loro essere al mondo. 

Van Gogh e Kiefer sono entrambi consapevoli che la materia contenga uno spirito, un’inesauribile energia, e che l’artista abbia la capacità di evocare questo spirito attraverso la manipolazione dei materiali o della tavolozza, per poter ricostruire dalla devastazione una nuova vita, dal buio una nuova luce, nella perpetua dualità dell’esistenza metamorfica come L’Araba Fenice.


Immagine di copertina: Anselm Kiefer, Untitled, 1963. Ph. Georges Poncet © Anselm Kiefer


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