Fino al 23 novembre 2025, Punta della Dogana ospita la prima grande mostra in Italia dell’artista tedesco Thomas Schütte, nato nel 1954 a Oldenburg.
L’evento, curato da Camille Morineau, conservatrice e curatrice indipendente, e da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, offre un’opportunità unica per addentrarsi nell’universo creativo dell’artista.
La mostra si propone di indagare i temi e i motivi ricorrenti nelle opere dell’artista, tracciando un arco temporale che va dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Al centro dell’esposizione vi è un’eccezionale selezione di quasi cinquanta sculture provenienti dalla vasta Pinault Collection, arricchita da prestiti dell’artista e da un centinaio di opere su carta, molte delle quali presentate per la prima volta al pubblico.
L’allestimento non segue una sequenza cronologica, ma piuttosto una trama che mette in evidenza la genesi delle forme artistiche di Schütte e le loro trasformazioni nel corso dei decenni. Attraverso un confronto tra le sue sculture e le pratiche del disegno, dell’acquerello e della stampa, la mostra esplora le interconnessioni tra i diversi linguaggi espressivi dell’artista.
A partire dalla fine degli anni Settanta, la sua produzione si è arricchita di un repertorio eterogeneo e in continua evoluzione, comprendente sculture, modelli architettonici, fotografie, disegni e incisioni. Questa pluralità di forme espressive evidenzia l’intento di Schütte di indagare e interrogare la realtà che ci circonda, distorcendo e sfumando le certezze consolidate. L’opera dell’artista tedesco si configura come un’indagine attenta sui limiti e le potenzialità della forma e della materia, con un obiettivo fondamentale e quasi metafisico: “arrivare al silenzio”. Questo silenzio, non inteso semplicemente come assenza di suono, ma come uno stato di purezza, di raccoglimento e di ascolto attento, rappresenta la condizione ideale nella quale materia e forma possono esprimersi in tutta la loro autenticità. L’approccio di Schütte si inserisce in un contesto filosofico che richiama le riflessioni di Heidegger, il quale considera il silenzio come una condizione preliminare e necessaria alla comprensione autentica del mondo e dell’io.
Per Heidegger, infatti, il silenzio non è un vuoto, ma un “luogo vuoto” nel quale si radicano le possibilità della rivelazione e della comunicazione autentica. È nel silenzio che l’essere si mostra e si nasconde al tempo stesso, permettendo a chi osserva di aprirsi alla profondità delle cose, andando oltre le apparenze superficiali. In questa prospettiva, il silenzio diventa propedeutico alla comprensione, poiché crea uno spazio di ascolto in cui il dialogo tra materia e forma può manifestarsi senza disturbi, lasciando emergere quei segni essenziali che rappresentano l’autentico linguaggio delle cose. L’arte di Schütte si può leggere come un percorso che mira a eliminare ogni elemento superfluo, a codificare attraverso la forma e la materia un’essenza che necessita di essere compresa nel suo più profondo significato. La materia si fa portatrice di una presenza silenziosa, in grado di comunicare senza parole, di parlare tramite il suo peso, la sua consistenza, la sua resa formale. La tensione dell’artista verso il silenzio si inserisce nella volontà di creare uno spazio di interazione in cui l’osservatore sia invitato non solo a guardare, ma a percepire, ad ascoltare l’essenza della materia, lasciandosi coinvolgere da una comunicazione sottile e intensa. È come se l’artista volesse facilitare un atto di reciprocità tra l’opera e chi la osserva, un dialogo silenzioso che si sviluppa nel rispetto delle rispettive nature. Quella reciproca apertura è, secondo Heidegger, la condizione fondamentale affinché si possa instaurare un’autentica partecipazione all’essere, un’esperienza di comprensione che va oltre il superficiale e si radica nel silenzio condiviso. Il passaggio da una concezione puramente estetica a una visione della forma come entità che invita alla contemplazione e alla riflessione rappresenta una svolta profonda nel modo di intendere l’arte e l’esperienza estetica. In questo processo, la forma si disgiunge dalla funzione di mero contenitore estetico per assumere invece il ruolo di catalizzatore di un’esperienza sensoriale e spirituale più alta, fondamentale per il processo di auto-riduzione e di immersione che l’osservatore è chiamato a compiere. La forma diventa così uno spazio di attesa e di ascolto, un campo in cui l’interiorità ha la possibilità di emergere e di entrare in comunicazione con l’opera stessa.
La volontà di Schütte di puntare sul silenzio come elemento centrale evidenzia non solo un desiderio di trascendere il rumore e la frenesia tipici del nostro tempo, ma anche di creare un ambiente in cui il silenzio diventa un vero e proprio linguaggio. In un’epoca dominata dall’ipercomunicazione e dal continuo flusso di informazioni, questa introduzione del silenzio si configura come un atto di resistenza e di apertura verso una comprensione più autentica, più profonda. La relazione tra artista, opera e spettatore si configura così come un “rispondere” al richiamo dell’essere, un’attenta reciprocità che presuppone l’abbandono dell’utile e del superficiale. In questo senso, la forma si fa quindi veicolo di una spiritualità laica, che richiede l’attenzione e l’apertura dell’interlocutore, invitandolo a partecipare attivamente a un’esperienza di senso.
Immagine di copertina: Thomas Schütte, Fratelli, 2012, Pinault Collection; Criminali, 1992, Collection of the artist. Installation view, “Thomas Schütte. Genealogies”, 2025, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi – Pinault Collection © Thomas Schütte, by SIAE 2025
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