Luchita Hurtado e Giuseppe Carrino. Due storie contemporanee di oblio

Luchita Hurtado, Encounter, 1971. Oil on canvas. 127 x 243.2 cm / 50 x 95 3/4 inches; 130.5 x 246.7 x 5.7 cm / 51 3/8 x 97 1/8 x 2 1/4 inches (framed). © The Estate of Luchita Hurtado. Courtesy The Estate of Luchita Hurtado and Hauser & Wirth. Ph. Jeff McLane
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Due personalità artistiche cadute nell’oblio di un mondo dell’arte troppo spesso preso a inseguire notorietà effimere; due esemplari “rinunciati” da un oblio fatto di sciatteria e poca attenzione al valore vero delle cose: Giuseppe Carrino, napoletano di nascita e formazione e Luchita Hurtado, venezuelana vissuta negli Stati Uniti.

Mentre il primo continua a “pascere” nell’oblio di una memoria corta e distratta, la seconda è stata “ripescata” dalle istituzioni britanniche che le hanno organizzato la sua prima mostra personale internazionale alla Serpentine Gallery di Londra solo nel 2019, a 99 anni! Mentre il County Museum di Los Angeles (dove la Hurtado viveva da anni) ha ospitato la medesima mostra nel Febbraio 2020 a pochi mesi dalla sua morte (Agosto 2020) e all’età di quasi 100 anni. Oggi l’Harwood Museum of Art, sito a Taos, in New Mexico, ospita un grande progetto espositivo dal titolo Luchita Hurtado: Earth & Sky Interjected fruibile fino al 23 febbraio 2025.

Si scopre col tempo finalmente che la Hurtado non era solo la moglie di John Mullican e la madre di Lee Mullican, due artisti di fama internazionale rispettati e adorati dalla critica, ma “anche” un’artista ella stessa che senza mai accettare alcun tipo di compromesso ha lavorato per tutta la vita relegata a dipingere di notte, in cucina, mentre la sua famiglia dormiva.

Forse non si tratta solo di oblio ma di inconsistenza culturale e di razzismo di genere che ha costantemente accompagnato il mondo dell’arte per secoli, e pare ancora duro a scomparire. Il mondo dell’arte spesso ha la memoria corta, ma una società che dimentica è una società malata tout court.

E veniamo al “nostro” Carrino che è nato a Napoli nel 1910 e ivi aveva iniziato la sua carriera da autodidatta prima di trasferirsi a Francavilla e a Pescara, dove aveva poi stabilito la sua residenza.

Da quei primi passi la sua carriera è maturata e si è sviluppata incessantemente approdando a vere e proprie vette dell’arte quali il Premio Michetti nel 1949, la Quadriennale di Rom,a fino alla partecipazione a due Biennali di Venezia nel 1954 e nel 1956. Ha tenuto personali nelle maggiori città italiane tra cui: Roma, Venezia, Milano, Napoli, Firenze. Sue opere si trovano nel Museo Storico di Benevento, presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma e alla Galleria Nazionale del Lussemburgo.

Estroverso, di spirito intraprendente, Giuseppe Carrino è una figura a sé stante, separata anche dal contesto culturale generale del suo tempo, che per vari motivi assume l’aspetto di autentico “personaggio”. Autodidatta, autonomo, singolare, un artista libero da tutti gli schemi, anzi “bastian contrario” dei luoghi comuni; l’arte per lui è un sentimento ineffabile e trascinante, un bisogno impellente più che un’attività o un esercizio. Artista da zero compromessi come la Hurtado, accetta l’oblio come un evento necessario e ineluttabile della sua esistenza senza mai negare a se stesso la libertà dell’essere artista.

Ha un suo modo particolare di esprimersi, umoristico e drammatico insieme, o lirico ed elegiaco, se non addirittura epico-popolaresco. Con disinvoltura riesce ad accordare colori arditi, di una sonorità esplosiva, una colorazione vivace, e al contempo la malinconia dei suoi toni scuri tra il nero e il marrone che lasciano trapelare quella istintività tutta napoletana e molto “defilippiana ”, sempre in bilico tra tragedia e commedia.

Luchita Hurtado, 2020. © The Estate of Luchita Hurtado. Courtesy The  Estate of Luchita Hurtado and Hauser & Wirth. Ph Fredrik Nilsen
Luchita Hurtado, 2020. © The Estate of Luchita Hurtado. Courtesy The Estate of Luchita Hurtado and Hauser & Wirth. Ph Fredrik Nilsen

I paesaggi sono spesso fatti di case ammassate in un urbanesimo che descrive il progresso e la gentrificazione che si svolgeva sotto i suoi occhi alla metà del XX secolo; la folla in movimento, mai statica, è una umanità pulsante che affolla le stazioni, una umanità rappresentata da figure sottili e scure quasi a indicare la somiglianza dell’essenza del genere umano, perché nonostante le differenze delle singole individualità, l’uomo nella sua essenza rimane lo stesso.

E poi i binari e i tralicci elettrici dei suoi particolari “Scali ferroviari”, che pur nella loro schematicità geometrica di organizzazione dello spazio pittorico rappresentano vie di comunicazione, vie di incontro e di separazione dove flussi di vita e di vite si dipanano e si intersecano quotidianamente senza mai incontrarsi.

La velocità dei treni sfreccianti è la medesima del tempo che passa; la velocità della trasformazione di stato che Carrino viveva nella sua quotidianità: l’Italia della metà del Novecento, del dopoguerra, che si trasformava velocissimamente per diventare finalmente una nazione moderna.

Un artista singolare e unico che ha affrontato temi sociali e contemporanei con un lessico del tutto nuovo, avulso da parametri standardizzati dell’espressione pittorica del tempo. Un linguaggio visivo intenso e carico di significati; la visione del mondo resa da un osservatore attento delle cose e degli uomini; un occhio disincantato ma partecipe degli avvenimenti e un racconto sempre fluido e penetrante senza indulgere al descrittivismo.

Lontanissimi fisicamente e culturalmente ma avvinti da una imprescindibile esigenza di fare arte, Hurtado e Carrino accettano l’oblio continuando caparbiamente e senza mai demordere a dipingere fino all’ultimo istante di vita, partecipando così intensamente alla vita, alla società e al mondo che li circonda.

La Hurtado si muove attraverso il tempo e i tempi dell’arte con un’evoluzione inesorabile e lenta: Lucita attraversa gli anni Quaranta focalizzandosi su un primo accesso all’astrazione che pervade l’arte americana del periodo post-bellico, esplorando nel contempo anche paesaggi surreali e figure totemiche; fa propri gli anni Cinquanta attraverso una chiara influenza di Roberto Matta in termini di forma pittorica, elaborando però un deciso orientamento coloristico inedito e dalle combinazioni azzardate con gli ocra e i rossi purpurei che si intersecano “pericolosamente”. L’introspezione si inserisce nel corso degli anni Sessanta quando inizia a relazionarsi pittoricamente con il proprio corpo che diventa oggetto e soggetto della sua arte.

Ma la visione del corpo è e resterà per sempre assolutamente unica e dirompente: il suo sguardo avviene dall’alto della sua testa verso il basso dei suoi piedi, esplorando così quello che del proprio corpo ogni essere umano può esaminare se non ha uno specchio a disposizione: il seno, il ventre, la rotondità verticale di una coscia, perfino la metamorfosi data dalla maternità sono protuberanze che fuoriescono da una linea verticale rigida dando sinuosità, movimento e sensualità al corpo umano. La maternità vissuta attraverso questa visione di se stessa dall’alto dei propri occhi che vedono affacciarsi una testa, una vita tra le sue cosce è una visione intima, inedita, personalissima. Un segno, un “taglio” pittorico talmente unico che rimarrà tale fino al mondo dell’arte di oggi. E poi le esperienze femministe degli anni ’70, il gruppo di artiste di Los Angeles che si raccoglie nel Los Angeles Council of Women Artists, un movimento per l’affermazione della propria “voce” in quanto donne e che vede la Hurtado non solo partecipe ma creatrice di un “eco-femminismo” pittorico attraverso la fusione del proprio corpo con il paesaggio e la terra che lo circonda. Una esplorazione del femminile, della “femminilità” come fusione cosmica tra donna e natura: corpo e terra sono parte di un unico, grandioso sistema e organismo: il corpo diventa paesaggio tout court.

La Hurtado attraversa circa un secolo dipingendo sistematicamente e irrinunciabilmente senza mai accedere a notorietà e senza nemmeno “sognare” una mostra personale a livello museale. Una cecità culturale e colpevole delle istituzioni pubbliche e private in un contesto, quello americano, apparentemente aperto e inclusivo.

Ma l’invisibilità culturale non afferisce e non penalizza solo Lucita Hurtado e Giuseppe Carrino, essa è un cancro che danneggia fortemente il mondo dell’arte globale e costantemente si rinnova e si espande in tutti i settori artistici. Questo comporta appiattimento del collezionismo, del sistema museale e del mercato che si attestano sul “sicuro” senza dare adito a ricerca e sperimentazione.


@harwoodmuseum

Immagine di copertina: Luchita Hurtado, Encounter, 1971. © The Estate of Luchita Hurtado. Courtesy The Estate of Luchita Hurtado and Hauser & Wirth. Ph. Jeff McLane


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