La mostra Over, under and in between di Mona Hatoum, allestita nella Cisterna della sede milanese di Fondazione Prada fino al 9 novembre 2026, rappresenta un punto di svolta nella pratica performativa e scultorea dell’artista: un progetto site-specific che non si ferma a occupare uno spazio, ma lo interroga, lo riplasma e lo mette in crisi.
Hatoum, nota per la sua capacità di trasformare materiali quotidiani in dispositivi emotivi e politici, qui articola la sua ricerca in tre sezioni concatenate che esplorano le tensioni tra visibilità e occultamento, prossimità e alienazione, corpo e infrastruttura. Le tre opere-installazione che costituiscono la presente mostra personale si dispiegano come un trittico interpretativo, ciascuna concentrata su un motivo strutturante del lessico visivo di Mona Hatoum: la ragnatela, intesa non soltanto come metafora di fragilità ma come rete di relazioni e sorveglianze che intreccia corpi, storie e poteri; la mappa, rielaborata in chiave critica come superficie di cancellamento e di contesa che ridefinisce appartenenze, confini e memorie; e la griglia, trasformata da ordine formale a dispositivo perturbante che rivela le tensioni tra norma e resistenza, misurazione e deformazione. Combinando materiali vulnerabili e strutture rigorose, ciascuna installazione decostruisce e reinscrive questi motivi in nuove geografie affettive e politiche,
Attraverso l’uso di elementi sospesi, masse sovrapposte e installazioni che occupano il soffitto e le pareti, Hatoum ripropone il tema ricorrente della minaccia latente — non dichiarata, ma percepibile — che ha segnato molte delle sue produzioni precedenti. Nella sala d’ingresso della Cisterna, la visione si apre su un firmamento contenuto: una costellazione di sfere di vetro soffiato a mano, ciascuna unica nella sua imperfezione, sospese e connesse da fili sottili che tessono una ragnatela aerea sopra il capo del visitatore. L’installazione non è soltanto un gioco di luce e leggerezza, ma un dispositivo poetico che sospende il tempo e invita a una lettura stratificata: il vetro, fragile eppure resistente, diventa corpo di memorie, mentre la rete che le tiene insieme suggerisce legami che sono al contempo protezione e vincolo.
Il motivo della ragnatela, ricorrente nell’opera di Hatoum, si dispiega qui in una doppia valenza metaforica. Da un lato evoca l’idea di intrappolamento: i fili, invisibili fino a quando la luce non li rivela, possono essere interpretati come legami sociali o personali che vincolano i soggetti in circuiti di dipendenza e controllo. La seconda sezione, Il pavimento in cemento della sala centrale della Cisterna si trasforma in una mappa vivente: un mare di oltre trentamila sfere di vetro rosso, traslucide e libere, disposte a delineare i contorni dei continenti ma ostinatamente indifferenti ai confini politici.
L’installazione sottrae la geografia al registro della sovranità e della divisione, restituendola alla qualità fluida dei paesaggi e delle relazioni: qui il mondo è una superficie tattile e potenziale, non una somma di stati delimitati. Il rosso, insieme simbolo di avvertimento e di vitalità, rende la mappa al contempo familiare e straniante; la translucenza delle sfere introduce una profondità luminosa che fa tremare i contorni, suggerendo che ogni demarcazione è permeabile e soggetta a trasformazione. La mancata fissità degli elementi — sfere non ancorate al pavimento — è il gesto concettuale centrale. Ogni sfera è un’unità autonoma, un micro-atto di presenza capace di essere spostata, aggregata o dispersa: la “cartina” non è un sistema chiuso ma un paesaggio in equilibrio precario, esposto alle sollecitazioni del corpo, del tempo e degli eventi esterni.

Questa instabilità non è solo formale ma etica: l’opera propone una riflessione sulla fragilità delle istituzioni geografiche e politiche e sulla possibilità (o rischio) di ricostruzione continua. L’artista definisce il campo come “un territorio aperto e indefinito”: una formula programmatica che smonta le certezze cartesiane della mappa e introduce la nozione di potenzialità politica — un’area che può essere riappropriata, ridisegnata, destabilizzata.
L’imponente installazione cinetica all of a quiver occupa la terza sala della Cisterna come un organismo architettonico in stato di semivita: nove livelli di cubi aperti, sovrapposti in una maglia metallica rigorosa, richiamano tanto l’impalcatura di un cantiere quanto lo scheletro di un edificio precarizzato. La geometria rigida della griglia contrasta con la dinamica interna del pezzo: pur essendo ancorata al pavimento e misurando 8,6 metri d’altezza, la struttura è progettata per mettere in scena un perpetuo oscillare tra distruzione e reinvenzione, trasformando il materiale in protagonista drammatico.
Il movimento motorizzato, lento ma inesorabile, scandisce una coreografia di cedimenti controllati: la discesa a zig‑zag verso il basso evoca l’atto del collasso, mentre i suoni — scricchiolii metallici e tintinnii — funzionano come un controcanto sonoro che antropomorfizza la macchina, conferendole un respiro e una vulnerabilità quasi organica. L’effetto scenico è quello di un corpo architettonico che respira ed è sul punto di spezzarsi, ma che viene costantemente ricomposto da forze interne; quando la struttura raggiunge il limite e risale, il tremito finale (quiver) rappresenta un lampo di consapevolezza o dolore prima della ricomposizione.
Questa oscillazione ciclica organizza la lettura simbolica dell’opera su più livelli. In primo luogo, come metafora della precarietà contemporanea: l’edificio che non è né stabile né definitivamente crollato restituisce l’esperienza di condizioni sociali ed economiche che si ripetono in forme di crisi senza soluzione definitiva.
Attraverso l’intera mostra, Hatoum conferma la sua predisposizione a far dialogare estetica e politica: le scelte formali non sono mai neutre, ma portatrici di significato. L’architettura stessa della Cisterna diventa co-autrice del progetto: l’acustica, la verticalità, le geometrie inusuali vengono integrate nelle opere e ne accentuano la carica simbolica. Le installazioni funzionano come apparati sensoriali che sollecitano non solo la vista, ma l’udito, il tatto immaginato, la memoria storica; così la fruizione si completa come esperienza corporea e cognitiva. È un’indagine sulla condizione contemporanea: la precarietà degli spazi politici e personali, le relazioni ambivalenti con i corpi e le infrastrutture, la difficoltà di stabilire punti fermi in un mondo segnato da flussi e dislocazioni.
Over, under and in between non offre risposte definitive, ma impone una riflessione profonda sulle stratificazioni che costituiscono il nostro vivere collettivo, trasformando la Cisterna in una sorta di laboratorio critico dove l’arte agisce come dispositivo diagnostico e immaginativo insieme — capace di rivelare ciò che è nascosto, di mettere in crisi ciò che appare scontato.
Mona Hatouma
Over, under and in between
29 gennaio 2026 – 9 novembre 2026
Fondazione Prada, L.go Isarco, 2 Milano
www.fondazioneprada.org
@fondazioneprada
Immagine di copertina: Immagine della mostra Over, under and in between di Mona Hatoum. Foto Roberto Marossi, courtesy Fondazione Prada – Mona Hatoum Map (red), 2026
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