La prima volta che mi sono imbattuta nelle opere di Niki De Saint Phalle (1930 Neuilly sur Seine Francia/2002 San Diego Stati Uniti) ero tra le Alpi Svizzere a Martigny, nel magnifico giardino d’arte della Fondazione Pierre Gianadda.
Nel centro del prato soleggiato e verde smagliante danzavano leggere le imponenti Nanas, rotonde e festose, della Saint Phalle. Le allegre ballerine si distinguevano da qualunque scultura esistente nel parco rigoglioso di arte e cultura; niente a che fare con le meraviglie in mostra di Moore o di Cézanne o di Renoir, nella loro stravagante ironia, le Nanas sono un inno alla vita attraente e irresistibile.
Ma cosa c’è dietro questa gioia colorata e unica nel suo genere?
“Ero una giovane donna arrabbiata, ma ci sono tanti giovani uomini e donne arrabbiati che non diventano artisti. Sono diventata un’artista perché non avevo scelta, non avevo bisogno di prendere una decisione. Era il mio destino”.
La Saint Phalle è una delle prime artiste che lottano per affermare i diritti delle donne combattendo le vessazioni e le ingiustizie subite non solo dal genere femminile ma da tutte le fasce sociali più deboli e disadattate. Il suo è un grido di rivolta: “La rivoluzione va fatta, è il modo per affermare i propri diritti”. In un libro l’artista svela ciò che più l’ha tormentata: lo stupro subito dal padre in giovane età. Niki non perdona e combatte con tutte le sue forze contro il sovra potere maschile e la condizione femminile fatta di etichette e stereotipi come il matrimonio, spesso visto come meta e unico futuro della donna. Nel 1970, durante la sua prima mostra a Milano alla Rotonda della Besana, Pierre Restany e Guido Le Noci organizzano in Piazza Duomo una performance in onore del decimo anniversario del Nouveau Réalisme: l’unica performance che sarà ricordata sarà in Galleria dove Niki, davanti a una folla numerosa e sbigottita, si esibisce in un tiro al bersaglio, con tanto di pistola, contro un tabernacolo di tre metri fatto di animali impagliati, santi, madonne e crocifissi. Esplodono bombolette di pittura rossa che imbrattano i poliziotti e i passanti, e l’aria è densa di fumogeni. L’irriverenza è totale. E lo è anche lo scandalo in Galleria, a pochi metri dal Duomo. L’anticlericalismo della Saint Phalle deriva dall’educazione in istituti religiosi e non è contro Dio ma contro la Chiesa e il suo bigottismo. In effetti è un modo per combattere tutto ciò che è imposto e precostituito, la sua è una ribellione simbolica e senza vittime, mirata a ribaltare ogni forma di potere, soprattutto maschile, ma anche politica e clericale. Siamo negli anni Sessanta, in un momento caldo, di violenza imperante con la guerra in Algeria, il conflitto secessionista in Congo, la Guerra fredda.

Dopo aver sparato contro il potere e gli stereotipi di genere, Niki crea la sua scultura più iconica: le Nanas, con l’intento di edificare una nuova società matriarcale dove la donna assume un’identità diversa in nome della libertà e dell’indipendenza. Le Nanas librano leggere nell’aria non curanti delle loro rotondità e curve generose perché sono libere da tutti i dogmi che la società impone alla donna e, soprattutto, sono grandi, possenti per sovrastare l’uomo: è il riscatto della donna che vuole la parità dei diritti e le stesse opportunità maschili, e lo fa con leggiadria, vestita di colori e ironia. E con le Nanas, Niki de Saint Phalle realizza a Capalbio la sua più grande opera, il suo capolavoro di scultura monumentale pubblica: Il Giardino dei Tarocchi. Il terreno le fu offerto da Carlo e Nicola Caracciolo, grazie all’amicizia dell’artista con Marella Agnelli Caracciolo. Le sculture invadono tutto il giardino e rappresentano le 22 carte dei Tarocchi in una dimensione fantastica, che incanta e stupisce per l’originale creatività e la natura fiabesca: oracoli, principesse, draghi e profeti, a volte di dimensioni monumentali, possono essere abitati proprio per offrire un rifugio solido, lontano dagli affanni e dai dolori che turbano i nostri cuori.
La Saint Phalle ha un modo tutto suo di interpretare l’arte, infatti si dedica a progetti collaborativi: non desidera il merito per sé ma vuole che solo l’Arte sia protagonista assoluta, l’Arte che ha il potere di migliorare la società. L’artista, con la stessa determinazione rivolta ai suoi ideali, si batterà sempre per i più deboli, per i dimenticati, per coloro che più hanno bisogno di visibilità per far valere i propri diritti, trascurati da una società sorda e concentrata sull’effimero. I suoi temi degli anni Sessanta e Settanta purtroppo sono estremamente attuali ancora oggi: farà una serie di Nanas Nere per richiamare l’attenzione sulle popolazioni più svantaggiate e così pure sarà la prima a rivendicare i diritti umani dei malati di Aids al grido di Kissing doesn’t kill. Nel 1998 ritorna sulla questione della rappresentazione degli Afroamericani nell’arte, con la serie dei Black Heroes, dedicata ai musicisti e agli atleti neri.
“Quanti neri ho fatto? Perché io, una persona bianca, faccio dei neri? Mi identifico con tutte le persone che sono emarginate, che sono state perseguitate in un modo o nell’altro dalla società”.
Niki de Saint Phalle abbraccia tutte le culture mondiali, le sue opere sono dedicate a mondi, fantasie e mitologie diverse, spaziando dall’America al Messico, dall’Europa all’Oriente.

“Mi sento unita agli altri esseri umani e le altre culture sono una parte di me stessa”.
L’artista, come Andy Warhol, promuove l’arte attraverso lo schermo e i media. Esistono moltissime interviste e video dove Niki racconta, spiega e riesce a rendere vivo e attuale il suo pensiero; cosa che farà anche con la pubblicazione di diversi libri; scrivere ha su di lei un effetto terapeutico: raccontare ed esternare certe emozioni profonde riesce a esorcizzare i suoi dolori e le sue paure.
La mostra al Mudec, fruibile fino al 16 febbraio, è veramente notevole; la curatrice Lucia Pesapane riesce a restituire un’immagine completa ed effervescente, direi, dell’artista, declinando la mostra in otto sezioni esaustive e ben coordinate. Autrice di fama internazionale, ha portato le opere e i racconti di Niki de Saint Phalle in tutto il mondo promuovendo mostre solide e importanti, mettendo in luce, in maniera magistrale, la qualità delle opere e il pensiero dell’artista. La mostra è collegata a quella di HangarBicocca dedicata a Jean Tinguely, col quale Niki de Saint Phalle ebbe un matrimonio felice e passionale. I due artisti, anche se differenti nel modo di interpretare l’arte, sono legati da profonde affinità elettive.
Milano, fin dagli anni Sessanta, è legata sia alla Saint Phalle che a Tinguely, avendo ospitato la prima esposizione di quello che sarebbe diventato il gruppo dei Nouveaux Realiste, al quale i due artisti parteciparono insieme a Klein, Spoerri, Villeglé, Rotella, Arman e altri ancora.
Immagine di copertina: Niki de Saint Phalle, exhibition view, Mudec, 2024 – Courtesy Mudec, © 2024 NIKI CHARITABLE ART FOUNDATION, All rights reserved. Ph. Carlotta Coppo
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