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Che musica si ascolta in sogno?

Flamenco, Théâtre des Nations Appartient à l’ensemble documentaire,1962, ph. Roger Pic (Public domain)
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Se il sogno è la dimensione naturale dei surrealisti, allora la loro colonna sonora non poteva che oscillare tra l’incanto e lo choc, tra il ritmo tribale e l’armonia sospesa.

La musica, per Salvador Dalí e i suoi compagni, non fu mai semplice intrattenimento, ma un linguaggio parallelo, capace di aprire porte invisibili verso l’inconscio. Ci troviamo nella Parigi degli anni Venti: nei caffè fumosi, tra letture di Rimbaud e discussioni infinite, si levavano i suoni di Erik Satie. I suoi pianoforti sottili, ironici e rarefatti, sembravano disegnare un paesaggio liquido, dove il tempo si dilata e le convenzioni si sciolgono. Breton e gli altri vi riconoscevano un’arte che non obbedisce, che gioca e deride, proprio come il loro automatismo psichico. Accanto a Satie, le ombre impressioniste di Debussy e Ravel, fatte di chiaroscuri sonori, evocavano mari interiori e foreste di simboli, mentre Stravinsky, con la sua Sagra della Primavera, portava in città l’eco di riti arcaici e visionari: il corpo che danza come se fosse posseduto da un dio primitivo.

Eppure, accanto a questi autori, la modernità spingeva in un’altra direzione: il jazz. Giunto dagli Stati Uniti, incarnava libertà, improvvisazione, rottura di schemi. Nei club parigini, dove i fiati esplodevano e le percussioni rompevano il silenzio borghese, i surrealisti trovavano un corrispettivo sonoro delle loro poesie automatiche: un fluire senza rete, capace di trasformare l’errore in creazione. Dalí, da parte sua, seguì un percorso più teatrale, più eccessivo, più vicino alla sua stessa immagine specchiante e barocca. Se i compagni si abbandonavano all’incanto di Satie, lui preferiva l’oceano wagneriano. Wagner era per Dalí una visione totale, un’esplosione cosmica di suoni in grado di trasfigurare la realtà. Tristano e Isotta, Parsifal, L’Oro del Reno: ogni nota diventava specchio di un desiderio smisurato, di quell’“estetica del delirio” che Dalí traduceva in tele popolate di orologi molli e cieli apocalittici. Wagner era tempio e abisso, potenza e vertigine: la colonna sonora di un surrealismo che non teme il sublime.

E tuttavia, nelle pieghe della sua identità, Dalí non dimenticava la Spagna: il flamenco, i canti popolari catalani, il ritmo secco della chitarra. Quei suoni arcaici erano radici che riaffioravano in sogni mediterranei, in paesaggi arsi dal sole, in memorie di infanzia. Con gli anni Sessanta, il pittore si spinse ancora oltre, attratto dal rock psichedelico. Vide nei Jefferson Airplane e in Alice Cooper non semplici musicisti, ma eredi moderni dello spirito surrealista: il teatro, lo scandalo, l’immaginazione come arma contro la normalità. Come se Wagner e l’acido lisergico si fossero dati appuntamento sullo stesso palcoscenico. Così, la musica dei surrealisti non fu mai una sola. Fu un arcipelago sonoro: Satie che gioca, Debussy che evoca, Stravinsky che scuote, il jazz che improvvisa, Wagner che sommerge, il flamenco che arde. Ogni suono apriva una ferita, una finestra, un varco verso l’invisibile. Perché se il sogno ha un suono, non può che essere un’orchestra dissonante, dove convivono il silenzio e l’urlo, il rito e la parodia. E proprio lì, tra note e colori, i surrealisti cercavano l’essenza stessa dell’arte: il continuo, inafferrabile dialogo con l’inconscio.


Immagine di copertina: Flamenco, Théâtre des Nations Appartient à l’ensemble documentaire,1962, ph. Roger Pic (public domain)


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