Bisogna assolutamente ricordarsi di passare da Macerata per Renata Boero! Almeno fino al 9 novembre!
E perché mai proprio a Macerata, mi chiederete? Perché, oltre al fascino di una città che offre gli ingredienti tipici delle stupende località del centro Italia – storia, chiese, monumenti, palazzi, piazze, teatri, cibo e vino – in questo periodo vi è da ammirare anche una strepitosa mostra di Renata Boero.
Sì, perché ci deve essere qualcosa di misterioso nel rapporto che Renata Boero ha con Macerata, un’attrazione magnetica che di tanto in tanto la porta qui a esporre le sue magnifiche opere. Infatti, dopo la mostra personale del 1977, l’artista è tornata anche nel 1995 e nel 2010, in occasione di due collettive.
Ecco allora che per questa sua importante retrospettiva, la bella città marchigiana mette a disposizione il prestigioso Palazzo Buonaccorsi, sede dei Musei civici, dove vengono esposte opere monumentali a parete realizzate tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Duemila, rigorosamente senza telai e perciò lasciate libere di fluttuare nello spazio.
Si tratta di lavori prodotti attraverso la scelta di materiali – minerali e vegetali – che vengono trattati con bolliture e manipolazioni varie, nei quali vengono fatte macerare le sue tele, spesso tele marine, ossia – da brava genovese qual è – vele ormai troppo usurate per la navigazione.
Le opere esposte in questa mostra appartengono a diversi cicli, dai Cromogrammi alle Ctò-nio-grafie, alle Fioriture, perlopiù caratterizzate dalle tipiche piegature e scansioni che costituiscono una sorta di marchio di fabbrica.
Pur nella sua pluridecennale carriera, quello che non è cambiato è il suo rapporto con la natura, che lei sente in modo viscerale; celebre, a questo proposito, l’aneddoto secondo il quale lei, giovane studentessa che si trascina una tela sulle colline liguri, invece di guardare al paesaggio, si interessa alla riproduzione di una zolla di terra, tanto da incuriosire un signore anziano che ne chiede il motivo. Il fatto è che il distinto signore si chiamava Felice Casorati.
Le cose, poi, si evolvono e maturano anche grazie ai viaggi nei posti più disparati della terra, atteggiamento che fa risaltare il carattere alchemico e antropologico del suo operare, caratterizzato dall’intento di indagare le memorie archetipiche dell’uomo universale.
Secondo le belle parole della curatrice Vittoria Coen “Tutti i sensi coinvolti, sguardo, tatto, odorato, olfatto, udito (sentire il silenzio), portano Renata Boero a vivere in un’immersione completa e coerente, ad entrare nella materia naturale per poi lasciarla andare, a considerarla un’alleata. La ritualità del gesto, le campiture, le pieghe, tutto parla, tutto è respiro avvolgente, è la ricerca di una totalità dove l’inesorabilità della materia naturale, abbandonata ogni mediazione linguistica, accompagna direttamente la vita”.
Organizzata e promossa dal Comune di Macerata, dall’Accademia Belle Arti e dall’Università degli Studi di Macerata, la mostra è patrocinata dalla Provincia di Macerata con la Fondazione Marche Cultura, ed è accompagnata da un catalogo pubblicato da Sagep Editori con le immagini delle opere esposte e testi di Vittoria Coen, Gianni Dessì e Giuliana Pascucci.
Immagine di copertina: Renata Boero, ritratto – Ph. credit Andrea Veneri
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