La Platea dell’Umanità. Un ricordo di Sarenco

Sarenco, La Platea dell’Umanità, installation view, Villa Campolieto, Ercolano, 2025. Ph. Enrico Amici
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@fondazioneentevillevesuviane

Vi è mai capitato di trascorrere una giornata così strana, intensa e coinvolgente da pensare poi che non fosse vera, che fosse tutto un sogno? A me è successo quando ho conosciuto Sarenco.

Era un giorno d’inverno, a metà degli anni Novanta. Mi ero trasferito a Brescia da poco, conoscevo poche persone al di fuori del lavoro, a Telemarket. Frequentavo soltanto mio padre Gigi e qualche suo conoscente, per alcune belle cene casalinghe. E Paolo Berardelli, con il quale trascorrevo volentieri giornate intere. 

Quella fredda mattina, mi chiama Paolo dicendomi: vieni a pranzo, ti voglio presentare un amico. E fu così che conobbi Sarenco, o meglio, che venni travolto dal ciclone Sarenco. Sinceramente, ripensandoci oggi, mi sembra impossibile che tutto quello che mi disse e mi raccontò quel giorno me lo abbia potuto raccontare una persona sola, in un solo giorno. Ma Sarenco, lo ho capito poi, frequentandolo, non era una persona sola. Incarnava varie anime, era un personaggio avvolgente e dalle molteplici personalità. Infatti, già nei primi momenti di quel primo incontro mi raccontò di Lotta Poetica e dell’amata Africa, dell’Opporre Opposizione come sintesi poetica del proprio lavoro e di non so quanti milioni di milioni di aneddoti vari su persone arcinote del mondo dell’arte e del mercato. Ovviamente, senza chiedere il permesso a nessuno! 

Questa frase la ripeteva spesso durante il torrenziale racconto di sé e, sorridendo in maniera radiosa, un po’ se ne vantava. Quando Paolo ci aveva presentati, mi disse, senza alcun tipo di convenevoli e nessun formalismo, sbrigativo e quasi ridendo: ti ho visto in TV, parlare senza sosta per quattro ore. Mi sei sembrato me, solo che a te ti pagano! 

E poi, mettendomi una mano sulla spalla: e, lasciatelo dire, non ho sentito grandi cazzate, mi sei sembrato pure intelligente. Un’occhiata ammiccante a Paolo, una sonora risata e io già ero stordito da quella personalità così schietta. Passammo la giornata fra le mille opere d’arte della collezione di Paolo e, per ognuna, Sarenco aveva qualcosa da dire, un ricordo, una battuta, un giudizio.

Ecco, mi colpirono davvero tanto i giudizi, che sentenziava con un garbo acutissimo, con una lucidità tagliente, sia che fossero negativi, oppure entusiastici. Opere vere o presunte, così come artisti, critici, mercanti e collezionisti, ma anche politici e personaggi storici: tutto e tutti erano per lui materia di analisi e giudizio. Ci conoscevamo da poche ore, ma mi parlava come a un amico, a un confidente. Ero emozionato. Il poeta guerrigliero, l’artista d’avanguardia rivoluzionaria di cui avevo sentito narrare le gesta quasi avventurose, mi sembrava un vicino di banco di scuola ritrovato, un compagno di giochi. E quella giornata corse via, come un brivido sull’ottovolante, con Paolo che ci battezzò salutandoci: non so se sia un merito, ma sono felice di avervi fatto incontrare!

E poi, un ricordo per me indelebile e caro, il viaggio in auto per rientrare a Brescia, io e Sarenco. Appena saliti, salutato Paolo, lui mi fa: e ora parliamo di figure retoriche. Incredibile! Non so come, forse ascoltandomi durante le dirette in TV, aveva capito della mia passione per la paronomasia e la sineddoche, per la litote e l’ossimoro. Fu un breve viaggio, ma cementò un rapporto.

Ci siamo poi frequentati sovente, ho ricordi speciali di alcune occasioni speciali: al MART di Rovereto, per l’inaugurazione di La parola nell’arte, con tanti amici artisti e Sarenco a fare l’Anfitrione; a Marcon, per una video intervista tanto spassosa quanto rischiosa; a pranzo con Paolo, per raccontare di un viaggio in Madagascar appena concluso. E gli appuntamenti mancati, le telefonate interrotte, le battute sibilate.

Conoscere Sarenco è stato un privilegio. Quel primo giorno non fu un sogno, era tutto vero. Il poeta avventuriero, il poeta di montagna, Sarenco l’Africano è stato per me un amico. Di quelli che si possono frequentare poco o tanto, nulla cambia. Tanto sai che su certe cose, quelle che contano davvero, come le figure retoriche, la pensi sempre uguale. Una parola può cambiare il mondo, bisogna provarci. Senza chiedere il permesso a nessuno.

Il percorso artistico e culturale di Sarenco è fruibile al grande pubblico, fino alla fine di gennaio 2026, negli spazi di Villa Campolieto a Ercolano, grazie a La Platea dell’Umanità, la più ampia antologica dedicata all’artista nel Sud Europa, realizzata a cura di Oriano Mabellini e Franco Riccardo.


Immagine di copertina: Sarenco, La Platea dell’Umanità, installation view, Villa Campolieto, Ercolano, 2025. Ph. Enrico Amici


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