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Sognando la democrazia. Dal palco di Fiuggi alla televisione

Francesco Boni in dialogo con Ingrid Floss, 2026 - Courtesy Francesco Boni
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Era il 1960 quando, per la prima volta e ancora giovanissimo, riuscii a salire su quel palco che avevo guardato per tutta l’infanzia con ammirazione e mistero. Quello di Fiuggi, su cui mio padre batteva le sue aste mentre io sbirciavo silenziosamente ogni dettaglio, ogni segreto.

Sono passati tantissimi anni da allora, completamente dedicati a una passione estrema, a quello che da miraggio si è subito trasformato nel mio lavoro, lo stesso che non ho più abbandonato fino alle prime apparizioni televisive, all’inizio degli anni Ottanta.

Ecco allora una vita piena di sorprese e sempre in movimento: prima un susseguirsi di vendite all’asta tra Fiuggi, Montecatini e Chianciano, le stazioni termali in cui nei mesi estivi amava soggiornare l’élite economica italiana. Poi ancora i miei tour di esposizioni e vendite in ogni angolo del paese, insieme alla gestione di gallerie d’arte a Firenze e Bologna e della casa d’aste «Palazzo Bernini» a Roma.

Non avevo certo il problema di trovare cose da fare, insomma: la difficoltà arrivò invece proprio insieme alle prime proposte televisive. Il mio carattere timido e riservato non mi avrebbe aiutato ad affrontare la visibilità dell’apparire in televisione, ma il destino era evidentemente segnato. Così vinsi le mie iniziali perplessità e portai con me il ricco bagaglio delle esperienze vissute fin lì sul teleschermo. Il tutto grazie, soprattutto, a un desiderio di fondo che mi ha sempre animato: riuscire a utilizzare questo mezzo estremamente potente (e suadente), per far sì che un pubblico più vasto si potesse interessare al fenomeno artistico in ogni sua manifestazione. Allargare la platea, accogliere.

Al centro ci ho messo la pittura, il mio amore più grande, con la preoccupazione costante di provare a liberarla dalla gabbia in cui era stata chiusa dalla critica fino a quel tempo. Volevo riuscire a democratizzarla, ho sentito mia la missione di avvicinare anche coloro che non erano già specialisti al mondo dell’arte. Un universo elitario, quasi per natura, sin dall’antichità. Egizi, babilonesi, greci e romani, l’umanità intera aveva seguito sempre la stessa strada fino a pochi anni prima. Con noi, invece, è arrivata l’intuizione per provare a cambiare finalmente direzione, usare lo strumento televisivo con la finalità nobile di diffondere una passione e più in assoluto la bellezza.

È stato come prendere in prestito un metodo che aveva già funzionato su più ampia scala: l’esempio è da ricercare allora nelle memorabili lezioni del Maestro Manzi, in uno dei primissimi format televisivi di assoluto successo: «Non è mai troppo tardi», un caso virtuoso in cui la capacità di penetrazione della tv nel paese si è rivelata semplicemente fondamentale per l’alfabetizzazione degli italiani.

Con grande soddisfazione posso dire di essere riuscito in gran parte a realizzare questa mia “folle” ambizione. Con le trasmissioni televisive abbiamo creato centinaia di migliaia di nuovi collezionisti, coinvolto e appassionato giovani che poi sono diventati con il tempo studiosi e professionisti eccellenti, fatto sì che i visitatori di mostre museali siano aumentati a dismisura. Non è raro, oggi, vedere centinaia di persone in attesa per visitare un museo o una mostra. Quando mi capita di riscontrarlo personalmente mi brillano gli occhi, perché ricordo bene quando negli anni sessanta mi ritrovavo con i “soliti” quattro appassionati in un contesto molto meno frizzante.

La considero una piccola vittoria personale, ma è stata anche e soprattutto una grande battaglia da combattere, che non è ancora giunta alla sua fine. La semplificazione estrema del linguaggio, il processo alla base del nostro successo, non è stata digerita in alcun modo dal sistema storico dell’arte. Prima di noi, nel contesto artistico, la parola era stata sempre usata in maniera criptica, astrusa, incastrata in un modo di comunicare costruito appositamente per evitare di diventare popolare nel senso più letterale e puro del termine. Come se l’arte dovesse essere riservata esclusivamente a un’élite, certamente economica e probabilmente solo pseudoculturale. Il nostro progetto di diffusione ha trovato oltre a tanto scetticismo, per fortuna, anche moltissimi professionisti pronti a collaborare, eminenti studiosi che non hanno esitato a partecipare, così come artisti di altissimo livello che hanno capito e aderito.

Non voglio citarne i nomi, per non dover fare lo stesso con chi invece ci ha ostacolato e ci ostacola ancora. Servirebbe soltanto ad alimentare una polemica sterile, cui preferisco il sano e disteso concetto di ringraziamento: a chi ci è stato vicino, per il prezioso aiuto. Così come a chi si è opposto, perché ci è servito da stimolo a perseverare. Le risposte più importanti sono arrivate dal mercato, che ci ha donato la soddisfazione di poter improvvisamente avvicinare alle masse i mostri sacri della pittura, a prescindere dal prezzo. Ci teniamo anche il merito di aver ripresentato sulla scena tanti artisti che il mercato aveva dimenticato o trascurato, riconducendoli prepotentemente alla ribalta.

L’attualità racconta però, quando ormai sono passati quarant’anni da quegli esordi televisivi, che la battaglia è ancora tutta da combattere. Nonostante i fatti e le evidenze, resiste un mondo di personaggi – soprattutto nelle grandi città italiane – che continua a ghettizzare la cultura: accademici, mercanti, addirittura artisti affascinati da quel sistema che pensa esclusivamente a conservare i propri privilegi. E poi ancora il nuovo microcosmo commerciale, per cui la conoscenza dell’arte (e di conseguenza il possesso delle opere) deve essere riservata a chi è in grado di costruire speculazione economica, a vantaggio di pochi promotori di una sorta di regime che basa i propri interessi sulla pubblicizzazione di artisti già inseriti (culturalmente ed economicamente) nel regime stesso. Chi detiene lo scettro economico sceglie gli artisti congeniali al proprio potere, usa il denaro per finanziare mostre pubbliche, costruisce un valore economico crescente attraverso le aste e infine vende ad un’élite economica. In un cerchio solo apparentemente perfetto, consolidato e immutabile.

Siamo riusciti ad allargare il pubblico dell’arte, ma non ancora a scardinare queste regole che limitano pesantemente il diffondersi di conoscenza e cultura. Pensavamo di aver portato a termine una rivoluzione, che invece è ancora lì da fare. L’arte è di tutti, non riconoscerlo o dimenticarlo è un peccato imperdonabile.


Immagine di copertina: Francesco Boni in dialogo con Ingrid Floss, 2026 – Courtesy Francesco Boni


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