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Tetti fragili, memoria resistente. Il Padiglione dell’Ucraina alla 19. Biennale di Architettura di Venezia 

Pavilion of UKRAINE. DAKH (ДАХ): Vernacular Hardcore, 19th International Architecture Exhibition of La Biennale di Venezia, Intelligens. Natural. Artificial. Collective. - Courtesy La Biennale di Venezia, ph Andrea Avezzù
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“Dakh” è una parola secca, un suono breve, lievemente aspirato alla fine, che in lingua ucraina significa tetto.

Una parola che oggi ha perso la sua voce rassicurante perché, pronunciata in questa lingua, entra immediatamente in connessione con l’iconografia martellante della guerra. Di fronte alle immagini di sistematiche distruzioni da bombardamento, che ci raggiungono quotidianamente nelle nostre case intatte, la parola tetto pronunciata in ucraino suona davvero come un appello alle coscienze. Nelle guerre contemporanee, nelle quali il cielo è il principale campo d’azione, sotto la minaccia di missili e droni, il tetto non è più schermo di protezione, ma il più devastante monumento alla paura; un diaframma fragile come un guscio d’uovo, un involucro inerte che collassa, e si apre oscenamente sulle vite private, sulle scene di disperazione, sotto gli occhi impotenti di chi sta al sicuro. Non più linea di confine tra il nostro abitare la terra e il cielo, ma punto d’accesso all’abisso di un’umanità folle.

DAKH: Vernacular Hardcore, il toccante e coraggioso padiglione che l’Ucraina ha presentato alla 19. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia (aperta fino al 23 novembre 2025), accosta all’immagine del tetto due concetti forti e contrastanti, appropriati a un clima di urgenza che richiede una comunicazione immediata: il “vernacolo”, inteso come paradigma tradizionale di costruzione dei tetti nei villaggi ucraini, e “l’hardcore”, inteso nell’edilizia come impasto di detriti e calcinacci di recupero, macerie che di norma vengono utilizzate per le fondazioni di nuovi edifici, e che ora costituiscono un elemento permanente nei territori più colpiti. 

Nel Padiglione, volutamente lasciato in penombra, la memoria “vernacolare”delle costruzioni popolari, da tempo immemorabile realizzate in materiali naturali, è una presenza poetica e tangibile che domina lo spazio, grazie alla ricostruzione ideata dall’architetta e artista Bogdana Kosmina. Il grande tetto di paglia, allungato verso il soffitto, si pone come una forma affascinante e ancestrale, declinazione della nostalgia, ma anche dichiarazione di un  attaccamento sentimentale, identitario e caparbio. Intorno, una rassegna di immagini fotografiche documenta scene di ricostruzione, azioni spesso auto-organizzate al meglio nell’emergenza sfinente di una guerra ormai lunghissima, nel cui contesto reagire con i propri mezzi è segno di forza e resilienza dura, “hardcore”. 

Se c’era bisogno di dire qualcosa al mondo, di questi tetti ucraini che si vanno perdendo e ricostruendo con tenacia, non era semplice farlo. Tetyana Filevska – direttrice creativa dell’Istituto ucraino, un ente specializzato in diplomazia e relazioni culturali internazionali al quale è stata affidata la responsabilità di commissario del Padiglione – ha più volte sottolineato come, per un paese in situazione di conflitto, garantire una presenza significativa alla Biennale di Venezia sia molto oneroso sul piano economico e complesso sul piano politico e organizzativo. Ma è evidente che una vetrina internazionale come questa è al contempo un’occasione imprescindibile per affermare le proprie istanze, per ricordare al mondo la propria lotta e per sensibilizzare, attraverso l’informazione e la ricerca dell’empatia. Proprio per questo è stato scelto il progetto DAKH, proposto da Bohdana Kosmina con Michal Muravska e Kateryna Rusetska, che ha la capacità di conciliare un allestimento sobrio ma impattante, capace di far leva su valori universali, come quello della protezione, della condivisione, dell’importanza di continuare ad abitare nella propria terra d’origine, tema che tra l’altro è alla base del prezioso Atlante dell’architettura tradizionale ucraina, un progetto di ricerca durato cinquant’anni e portato avanti da tre generazioni di architette della stessa famiglia (Tamara, Oksana e la stessa Bogdana Kosmina). E se già gli elementi installativi e documentari sono in grado di costruire un racconto emotivo, un’installazione sonora immersiva contribuisce a rafforzare l’impatto, portando il pubblico nella dimensione straniante di un presente sempre più dominato dalla nuove tecnologie: “Dome of Drones”, appositamente progettato dall’artista americano Clemens Poole, evoca il paesaggio sonoro specifico di questa guerra, per ricordare il ruolo della comunità di volontariato “Klyn”, che produce droni da fornire agli insediamenti vicini alla linea di contatto, perché possano usarli a protezione dei tetti delle case durante gli attacchi nemici. 


Immagine di copertina: Pavilion of UKRAINE. DAKH (ДАХ): Vernacular Hardcore, 19th International Architecture Exhibition of La Biennale di Venezia, Intelligens. Natural. Artificial. Collective. –
Courtesy La Biennale di Venezia, ph Andrea Avezzù


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