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Maddalena d’Alfonso

Una Biennale inconsueta è questa della 17 edizione dal titolo ‘How will we live together?’ presentata dal curatore Hashim Sarkis. Sarkis, meno noto al pubblico generico, è affermato tra gli addetti ai lavori. Già invitato a due edizioni della Biennale e membro della giuria internazionale del 2016, ha esposto al MoMA di NY negli Stati Uniti e alla Bienal de Arquitectura y Urbanismo di Valparaíso in Chile.

Il suo lavoro, sia da studioso e Preside della School of Architecture and Planning al MIT, e sia da architetto, attivo tra Boston e Beirut, è sempre stato mosso dai temi della sostenibilità ambientale e sociale.

Ultima Biennale della presidenza Baratta e la prima del neo-presidente Cicutto. L’insieme di queste circostanze unite all’incerta gestazione dell’apertura per la pandemia, l’ha resa memorabile ancor prima della sua installazione.

Chiude una lunga strategia di visione sul senso dell’architettura, aprendo la riflessione su un presente che appare fortemente compromettere il futuro.

Da Venezia nasce un’estetica dei luoghi fragili

L’architettura è sempre stata all’avanguardia nella creazione di strumenti per la redistribuzione delle ricchezze e l’urbanistica ha contribuito a progredire nelle linee guida, normative e spaziali per un progetto sociale più equo, in modo da generare luoghi salubri, belli e in grado di costruire un equilibrio tra le risorse territoriali e i sistemi transnazionali.

La mostra ci racconta che quanto è stato fatto finora è insufficiente, fallace e, a ragione, avvisa che mal riponiamo la nostra fiducia in una dinamica figlia della generazione Prince-Party like it was 1999, in cui “continuiamo a festeggiare come se fosse il 1999”.

 

biennale
How will we live together?, in Life Beyond Earth, Biennale Architettura 2021. Foto Moon Village © SOM | Slashcube GmbH.

 

Ci troviamo ormai nel 2021, in una realtà di integrazione internazionale nonostante le tendenze nazionaliste e un anno di isolamento fisico di Pandemia.

La mostra è una passeggiata nei due ambienti urbani dei Giardini delle Corderie e ci obbliga a guardare in una direzione altra in modo partigiano e fastidiosamente petulante.

L’esposizione infatti è un grido di aiuto proveniente da diversi angoli della terra nelle due sezioni “Across Borders” e “As One Planet” allestite al Padiglione Centrale e un moto di nuova radicale progettualità nelle tre sezioni “Among Diverse Beings”, “As New Households” e “As Emerging Communities” presentate alle Corderie.

Lo spazio sotto osservazione non è più quello urbano, della costruzione massiva delle megalopoli, delle metropoli e delle città; è invece uno spazio di connessione tra ecosistemi, quelli umani e quelli naturali.

Gli ambienti che ne emergono sono processuali, aprono alla dinamica procedurale, si muovono nella direzione di una negoziazione consapevole tra ciò a cui non possiamo rinunciare e ciò a cui possiamo dirigerci in nome di una nuova bellezza consapevole. È l’estetica di luoghi fragili, in cui lo spazio sembra assenza più che presenza riducendo la sua impronta materica e tecnologica.

L’architettura della storia anche moderna come disciplina del costruire è seconda all’architettura della ricerca, della sperimentazione, dell’interrogativo come disciplina del progettare il futuro.

Allo stesso tempo la mostra è aperta e luminosa, guarda con fiducia il presente, pensa allo spazio come un luogo politico e rinnovatore. Di questo atteggiamento dei 112 architetti e gruppi presentati, moltissimi dei quali emergenti, dei 61 curatori dei Padiglioni Nazionali di cui nuovi quelli di Grenada, Iraq e Uzbekistan, siamo grati.

Si tratta di una mostra impegnata, che sarà di certo molto discussa. Senza dubbio l’attesa della riapertura del comparto culturale, che ha richiamato in Biennale un insieme di persone legate al dibattito sulla sostenibilità e la politica internazionale, ha messo in luce un pensiero nuovo. Piaccia o meno, è un fatto.

 

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