Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Pietro Quattriglia Venneri

La scoperta di Madrid apre l’era dell’attribuzione mediale

Era l’ennesimo pomeriggio di un noioso fine lockdown lombardo, pochi giorni prima della seconda Pasqua in era pandemica, quando svogliatamente scorrevo l’ennesimo catalogo online di un’asta spagnola.

In mezzo ad un’infinità di oggetti buoni come legna da ardere nei mesi invernali e dipinti di più che opinabile qualità un lampo squarcia il cielo.

La descrizione del lotto n 229 cita testualmente “Circle of Jusepe de Ribera – The Crowning with Thorns, un olio su tela di circa 110×80 cm, estremamente ingiallito da spessi strati di vernice che ormai aveva “virato”, come si dice tra noi quadrari, ma di evidente e delirante qualità.

Una composizione cruda, violenta e immediata.

Al centro un Cristo ormai intimamente raccolto nel suo dramma umano, anticipato in maniera scenica perfetta da un Pilato che si sporge verso l’osservatore rompendo lo spazio pittorico e anticipando di almeno tre secoli le inquadrature del miglior Jim Jarmusch nel suo capolavoro Dead Man.

Alle spalle di tutti, uno scherano che si sporge verso destra quasi più interessato a ciò che avviene tra la folla, completa l’umiliazione di un Cristo già coronato di spine ed insignito di una canna come scettro con un mantello purpureo a coprirgli le spalle.

Il quadro è intriso di tensione e di quella crudeltà immediata che riesce a prenderti allo stomaco, dritta come un pugno che ti ribalta le viscere… e tutto questo già dal solo schermo di un telefono.

Ma il capolavoro non è tanto rappresentato dal dipinto in sé, quanto più dalla sua stima: 1.500 / 2.500 euro. Sì, avete letto bene, non ho omesso nessuno 0, nessun errore di battitura, millecinquecento / duemilacinquecento.

L’aumento spasmodico di salivazione avuto in quel preciso istante si verifica solitamente davanti a tre cose: la pizza di Angela e Giulio, il risotto d’amare del Gambero a Calvisano e le impeccabili selezioni di bollicine proposte da Darione (manager palermitano con un palato infallibile).

Nel novero generale dei colpi di fortuna che un mercante d’arte può avere, questo avrebbe riscattato il rigore di Baggio nel 1994, era qualcosa di incredibilmente assurdo che ha immediatamente messo in moto la macchina delle ricerche e dello scambio di pareri.

In una delle molteplici conversazioni telefoniche di quei giorni caldissimi scappa anche una previsione: “vedrai che il quadro farà un botto e lo passeranno come il suo originale scomparso”, ma tutti avevamo quasi paura a pronunciare quel nome, “il” nome.

Se ne sentivano di tutte i colori, dall’anonimo spagnolo fino a quel Bartolomeo Manfredi che in “gergo tecnico” rappresenta il gradino immediatamente sotto al maestro lombardo; era come se un’ombra grigia percorresse tutte le speculazioni e le congetture che in quel momento si succedevano.

Il dipinto sarebbe stato battuto l’8 aprile e quindi due giorni prima richiedo le definitive fotografie in sovraesposizione di luce ed in alta definizione, ignaro di quanto le cose fossero ormai precipitate: il sogno di poter concorrere su un quadro del genere, valutato così miseramente, era completamente volato via… gone with the wind.

Dalla Spagna rispondono che l’opera è stata ritirata dall’asta. La frittata è fatta, il quadro è stato scoperto. In poche ore Calle de Alcalà 52 a Madrid (sede della casa d’aste) diventa il centro del mondo, lì c’è un grande quadro… lì c’è un Caravaggio.

Sfidando le restrizioni imposte a livello internazionale dai protocolli antipandemia, mercanti d’arte di importanza planetaria ed esperti di fama mondiale accorrono come i pastori alla capanna di Betlemme tutti pronti a scattarsi un selfie davanti al dipinto (peraltro esposto in mezzo a croste immonde) e a rivendicarne la paternità della scoperta, dell’attribuzione.

Una giungla mai vista di fotografie davanti alla sede della maison de vente, una sfilata di improbabili personaggi che vogliono testimoniare quanto anche loro ci fossero, pronti ad instagrammare il momento per venderlo ai propri follower.

Ma prima di tutto questo i gesti, per lo più sconsiderati, di questi big dealers che si presentano al cospetto dell’attonito direttore di Ansorena offrendo, così di botto, cifre vicine ai 30 milioni per un dipinto stimato qualche migliaio d’euro e provocandone ovviamente il ritiro dall’asta.

Probabilmente traditi dalla troppa emozione, hanno contravvenuto a due dei principi cardine di questo mondo: la riservatezza e la capacità di saper trattare; in soldoni, non si offrono tutti quei soldi per un dipinto stimato così poco… qualcuno potrebbe insospettirsi. E così è stato.

 

caravaggio
L’Ecce Homo scoperto in un’asta a Madrid e attribuito a Caravaggio.

 

Per tanti dei nostri lettori, probabilmente, analizzare questi avvenimenti potrebbe sembrare quasi inutile, ma fidatevi: non lo è affatto. Quanto avvenuto a Madrid sancisce un importantissimo “passaggio di stato” nella figura del fine arts dealer che passa dall’essere l’uomo oscuro, misterioso e machiavellico che fin qui è stato (o almeno stato considerato) al grande protagonista dei social, anche a costo di far saltare il banco.

È una nuova era, per davvero, e speriamo solo che i loro social media manager possano fare meglio di quanto non abbiano fatto loro stessi in maniera un po’ troppo amatoriale.

Ma c’è un altro elemento che per me appare ancor più rilevante soprattutto per comprendere quanto ormai l’informazione social abbia (quasi) definitivamente superato la televisione nella classifica del “fare testo”. Abbiamo assistito al primo caso di attribuzione a mezzo Facebook.

L’era delle corrispondenze tra un Longhi e un Volpe è ormai finita, il tempo degli infiniti epistolari e degli aspri confronti su riviste come “Paragone”, prima di attribuire un dipinto, è preistoria. Quelle splendide giornate di convegni, dove gli ingegni più raffinati della critica d’arte dibattevano di questioni stilistiche, cronologiche e documentaristiche appartengono a un nostalgico passato.

Oggi bastano delle buone foto e una certa credibilità per poter essere accreditati come esperti e presi in considerazione come magna auctoritas.

Badate bene, non sto scrivendo in qualità di vecchio e polveroso rappresentante di un Ancien Régime ancorato a principi di cavalleria medievale, ma come per ogni fondamentale cambiamento, serve qualche tempo per adattarsi e capirne le nuove dinamiche.

La cosa più curiosa è che una rivoluzione così importante avvenga nel segno di un pittore antico, di quell’artista che per me configura l’essenza del sublime perché è sconvolgente, quel Caravaggio che ha rappresentato la mia personale folgorazione sulla via di Damasco.

Ricordo ancora quel senso di sospensione infinita del respiro quando mi trovai per la prima volta faccia a faccia con il San Giovanni nel deserto di Kansas City a Roma alle Scuderie del Quirinale nel 2010.

Le diverse paste di bianco che aveva utilizzato per i carnati ed in particolare nel polpaccio sinistro del santo mi hanno letteralmente impaurito. Che uomo doveva essere costui per arrivare a un tale livello di perfezione, per arrivare a saper leggere e tradurre su tela l’animo umano nelle sue più profonde oscurità? Quale era il vuoto nella sua anima che cercava di colmare con la sua pittura?

Con il ragazzo di Kansas City ci siamo rivisti anni dopo a Milano per il grande imbarazzo di chi mi accompagnava, che mi vide essere preso di peso e spostato in modo tale da lasciare agli altri visitatori la possibilità di poterlo vedere.

Ma come si fa a non voler rimanere ore e ore a studiare come si muove nelle preparazioni del fondo, nella descrizione sommaria dei contorni delle figure, nei movimenti di queste pennellate che somigliano più a colpi di schiavona?

Ma ben al di là delle sottigliezze da connoisseur c’è un tema estremamente più importante in relazione alla figura di Caravaggio, ed è quello che lo lega alla modernità.

Oltre ad offrire ai suoi contemporanei un modo totalmente nuovo di dipingere, il Merisi apre il campo alla pittura psicologica offrendoci un vastissimo campionario di temperamenti dell’animo umano, per lo più oscuri.

Concepisce i suoi dipinti come un artista contemporaneo come Matteo Basilé penserebbe oggi i suoi soggetti, aprendo le porte alle intuizioni fotografiche già agli esordi del XVII secolo.

Può essere definito il progenitore dell’astrazione in pittura: se si analizza infatti il suo cammino dall’omicidio di Ranuccio Tommassoni fino alla morte nel 1610, vediamo come passi dai dipinti pieni e cromaticamente brillanti dei primi anni romani e del protettorato Del Monte a quelle composizioni pittoricamente più rarefatte del doppio periodo napoletano e siciliano.

Dopo Roma, Caravaggio tende a rendere la sua materia più rarefatta, il segno sembra sostituire i colori romani nella descrizione delle figure e i quadri siciliani come Il seppellimento di Santa Lucia e la Resurrezione di Lazzaro sono quadri “pieni per metà”.

Il suo non è più processo di addizione, bensì di sottrazione pittorica… astrazione, no?

Ancora una volta Caravaggio diventa protagonista del nostro tempo come aveva fatto in passato, d’altronde come diceva André Bern-Joffroy nel suo mitico Le Dossier Caravage, “ciò che inizia con l’opera di Caravaggio è molto semplicemente la pittura moderna”.

 

Abbonati ad ArteIN per ricevere il magazine.

 

 

Ti potrebbe interessare
ArteIN è un marchio di Napoleon srl, sede legale Via Aurelio Saffi 15, 25121 Brescia. Redazione: Via Giuseppe Di Vittorio 307 Sesto San Giovanni (Milano). PI/CF 04127660985. REA BS-590549. – Privacy PolicyCookie Policy