Nell’estate in cui il termometro supera implacabile i 40 gradi, l’idea di città ideale torna a misurarsi innanzitutto con un bisogno primario: trovare refrigerio, una condizione minima di benessere fisico in un clima sempre più ostile. Il caldo afoso sembra rendere invivibile la pianura e le aree urbanizzate, costringendoci a ripensare lo spazio della vita quotidiana come qualcosa che deve nuovamente accordarsi con le stagioni, con l’altitudine, con l’ombra. In questo scenario, il Giardino dell’Eden – paradiso terrestre, luogo biblico di perfezione – appare come una città ideale originaria, ma segnata da una frattura: la corruzione introdotta dal peccato originale. Se l’Eden è il mito di un giardino perfettamente armonico, la nostra epoca ci mostra il contrario, un habitat ferito, dove la ricerca di equilibrio tra umano e natura è diventata urgenza più che sogno.
Animato da questa consapevolezza e ricerca (anche di refrigerio), ho visitato (Future) Paradise Gardens, la Biennale Gherdëina 10 .
Il titolo – (Future) Paradise Gardens – che diviene tema, è espressione di questa tensione volta a proporre una riflessione sul giardino ideale in uno dei paesaggi più spettacolari e fragili delle Dolomiti: la Val Gardena. Immaginare un giardino tra le montagne è, come nota il curatore Samuel Leuenberger, insieme improbabile e necessario: improbabile perché l’altitudine, il clima imprevedibile, le escursioni termiche e una stagione fertile ridotta rendono la coltivazione un esercizio di limite; necessario perché proprio qui il giardino smette di essere decorazione e fantasia di controllo totale, diventando una negoziazione con le circostanze, una coreografia di cura, un esercizio di umiltà e persistenza. Il paradiso, tradizionalmente pensato come recinto perfetto, si riscrive in forma di paesaggio montano in cui ogni pianta, ogni intervento artistico, convive con rocce, legno, nebbia, lavoro umano, memoria storica.
La biennale si articola in una costellazione di luoghi che dilatano la nozione di giardino/città ideale: la sala Trenker, il seminterrato del celebre Hotel Adler, un negozio vuoto incastonato nel tessuto urbano di Ortisei, il vecchio albergo delabrer Ladinia, il Ladins Museum Gherdëina a Cesa, fino ad alcune opere che si incontrano salendo lungo un sentiero con dislivello di 300m a Pilat, verso l’Alpe di Siusi. Il format di arte diffusa richiama i modelli nomadi europei come “Manifesta” o il progetto italiano “Panorama”, ma con una specificità marcata: qui il territorio montano non è solo sfondo, è parte costitutiva del progetto. Gli spazi dismessi, le soglie degli hotel, i vuoti commerciali diventano camere di risonanza in cui il giardino ideale è interrogato come dispositivo politico, ecologico, affettivo.
Leuenberger struttura la mostra attorno a sei nuclei concettuali che fanno del giardino un prisma complesso: Commoning, in cui la coltivazione e la condivisione del cibo, la cura e la preservazione di ogni forma di vita diventano priorità; Divine Love and Growth, che guarda al giardino come luogo di fioritura spirituale; Violent Garden, dove emerge l’urgenza di decolonizzare il giardino e di sfidare le visioni antropocentriche, aprendo spazio ad animali e natura come soggetti autonomi; Queer Ecology, che indaga la percezione della natura come intrinsecamente queer e la diversità e fluidità degli ecosistemi; Botanical, focalizzato su classificazione e ordinamento vegetale; Gardens as Spaces for Reflection and Poetry, in cui il giardino si fa ambiente di introspezione e immaginazione.
In questo quadro, il giardino paradisiaco del futuro non è luogo senza conflitti, ma spazio in cui imparare a stare nel conflitto in modo diverso, riconoscendo l’interdipendenza, sostituendo l’innocenza con responsabilità.
Gli artisti chiamati a popolare questi “paradise gardens” traducono in forme concrete questa tensione. Giulia Cenci, tra la sala Trenker e l’Hotel Ladinia, porta sculture che sembrano sospese tra crescita e collasso: corpi verticali in alluminio come fiori deformi, ibridi di ossa, rami e frammenti meccanici che si ripiegano su se stessi, una coesistenza precaria tra organico e industriale. Gabriela Oberkofler, in un negozio sfitto della zona pedonale, allestisce un laboratorio/infermeria per piante, dove specie provenienti da vecchi campi sono conservate in vetro, nutrite da luci infrarosse e circondate da disegni a inchiostro che intrecciano fiori, radici, rami in reti delicate: la cura si accompagna alla consapevolezza della perdita di paesaggi agricoli e culturali.

In piazza S. Antonio, Bosco Sodi dissemina piccoli dipinti monocromi rossi tra gli alberi, tele dense di pigmento, legno e materie grezze che si spaccano nell’asciugarsi, evocando terre arse, paesaggi minerali, portando la memoria di altre geografie nel cuore della città alpina. All’Hotel Ladinia, Evelyn Taocheng Wang (presente anche con una personale al Museion di Bolzano) appende attorno al bar e alla lounge i quadri della serie Princess and the Frog, dove la Principessa Ranocchio attraversa scenari urbani globali, quasi cliché della circolazione delle immagini. Il duo Dorota Gawęda & Eglė Kulbokaitė, sempre al Ladinia, costruisce un ambiente immersivo di sculture Dead Ringer, suoni e luci, in cui folklore est-europeo, ninnenanne, lamenti e canzoni d’amore si stratificano in una composizione polifonica che risuona con la montagna, trasformando l’hotel in un giardino sonoro di presenze fantasmatiche, tra umano e non umano.
Nel Ladins Museum Gherdëina, Andrius Arutiunian con The Black Banquet e il video Lethe lavora su un “banchetto di rocce” per spiriti, dove bitume, monete, vasi funerari e pietre tombali sono rielaborati da un algoritmo che genera nuove iconografie, estrattivismo e sonorità trance rallentata aprono a contronarrazioni del paesaggio. Altri interventi, come quelli di artisti interessati alla dormienza dei semi, alle forme di rifugio temporaneo o alle architetture smontate (fienili che diventano strutture modulari in equilibrio senza fissaggi nel centro di Ortisei), continuano a lavorare sull’idea di città giardino come organismo fragile, processuale, sempre in divenire.
Su questa trama si innesta idealmente la relazione con la Biennale di Venezia. La stagione primaverileestiva si è aperta, infatti, nei “Giardini” veneziani, spazio storico in cui l’istituzione ha codificato, da oltre un secolo, la rappresentazione della città ideale dell’arte: padiglioni nazionali incastonati in un parco ottocentesco, un giardino disciplinato, attraversato, quest’anno, da “In Minor Keys”, mostra che lavora su tonalità minori, su registri di attenzione, di vulnerabilità, su un’arte che non cerca la monumentalità ma lo scarto, la quieta dissonanza. Da qui, dunque, la riflessione sul giardino si sposta verso la Val Gardena: dai Giardini come infrastruttura storica e regolata, al giardino montano, diffuso, precario, di Gherdeina 10.
Il movimento Venezia – Val Gardena costruisce una traiettoria ideale: si parte dal giardino istituzionale dei padiglioni, si attraversano le “minor keys” di una città che deve confrontarsi con acqua, turismo di massa, crisi climatica, e si arriva al “difficile” giardino paradisiaco futuro delle Dolomiti, dove la cura prende forme disperse – sculture ibride, piante in infermeria, pittura materica esposta agli elementi, narrazioni queer, cosmologie sotterranee. In un’estate di caldo estremo, la città ideale non è più soltanto progetto urbanistico o utopia filosofica: è una rete di giardini che prova ad abbracciare l’umanità tutta, accettando la parzialità del controllo, la necessità di condividere il vivente e l’idea che, anche in paesaggi feriti, la possibilità di un nuovo Eden passa attraverso pratiche minute e radicali di cura.
Biennale Gherdëina 10 – (Future) Paradise Gardens
a cura di Samuel Leuenberger
31 maggio 2026 – 13 settembre 2026
Ortisei e varie sedi in Val Gardena, Dolomiti, Italia
www.biennalegherdeina.org
@biennalegherdeina
Immagine di copertina: Biennale Gherdëina 10 – (Future) Paradise Gardens, installation view, 2026, ©Tiberio Sorvillo
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