“Paura, spazio, luce, arancione, blu, cicatrici, sintomi, piede, punteggiatura, silenzio, passato, presente, futuro, futuro, futuro, futuro, trasparenza, irrisolvibile”.
Alla scoperta del lessico potente e romantico di Martina Rota.
Come ti sei avvicinata all’arte contemporanea e cosa ti coinvolge maggiormente di questo universo?
Tutto è iniziato molto presto. In realtà ho sempre voluto fare l’artista, nei suoi significati tra ieri e oggi ancora sconosciuti; per me era una figura che si sottraeva alle regole degli altri, per imporsi delle proprie, e questo mi affascinava e mi affascina tuttora. Ho sempre desiderato incontrare l’universo immaginifico dell’arte. Sono sempre stata una bambina che disegnava molto, faceva gli esperimenti, che chiedeva sempre di fare i lavoretti!
Durante il liceo ho avuto la fortuna di avere tanti bravi insegnanti che mi hanno permesso di sperimentare; questo credo sia stato fondamentale. Ricordo un lavoro di progettazione artistica dove ho passato tre giornate a raccogliere i capelli delle persone che entravano in classe; chiedevo a tutti i loro capelli perché volevo costruirci un albero.
La prima artista che ho incontrato è stata Marina Abramović. Era il 2010, anno in cui lei stava realizzando la performance The Artist is Present al MoMA. Ricordo di aver ricevuto come regalo uno dei suoi libri e lì mi si è spalancato tutto l’universo della contemporaneità. Subito dopo il liceo volevo andare a studiare a Parigi proprio perché lei insegnava lì. Ho tentato l’iscrizione ma non sono stata presa. Così poi sono rientrata in Italia e ho partecipato alla Biennale College Danza con Boris Charmatz, uno dei tanti incontri che mi hanno cambiata.
Hai parlato di Marina Abramović. Vorrei partire da lei per collegarmi a quello che credo sia uno dei punti chiave del tuo lavoro, il concetto di trauma. Abramovic si occupa di traumi personali e collettivi; un esempio su tutti la celebre performance del 1997 Balkan Baroque. Nel tuo lavoro come affronti questo concetto di trauma collettivo e come pensi l’arte contemporanea possa agire su questa tematica?
È una bellissima domanda, non so se avrò un’unica risposta. Sicuramente le mie modalità di ricerca sono molto distanti dalle sue, nonostante il mio grande amore verso di lei.
Marina ha lavorato, e continua a lavorare, con grandissimo coraggio ed estremismo; affronta, sempre in prima persona e poi con le/gli altri performer, il dolore. Ai miei occhi parla di trauma, rievocandolo.
Mi sono accorta che, specialmente in questi ultimi anni, non mi interessa rievocare il dolore, mi chiedo invece come possiamo andare oltre, cosa un trauma ci lascia, quello che resta in noi. Sto pensando a un lutto, un lutto di una persona che amiamo, che magari si consuma per morte naturale ma che comunque rimane un grande dolore; quella vita passata e quel ricordo continuano a vivere dentro di noi, continuano a trasformarsi, continuano a rigenerare. Ognuno di noi può pensare questo lutto in sé, ma lo possiamo pensare anche a livello storiografico, collettivo. Ultimamente sto lavorando molto attorno al tema dell’acqua. Un grande trauma, credo italiano, abbastanza recente, è il disastro della Diga del Vajont. Non ho personalmente vissuto questo trauma ma ho ascoltato molte testimonianze; immagino ci siano diversi strati attraverso i quali questo disastro è atterrato nella vita di ognuno di noi, come può atterrare anche nel mio corpo e nella mia coscienza.
Io posso solo empatizzare con questo dolore, che viene tramandato da famiglia in famiglia, da comunità in comunità, da persone che sono sopravvissute e si sono ritrovate a continuare la loro vita in un territorio diverso, a elaborare un lutto. Mi interessa capire come si trasformano queste cicatrici, che cosa diventano sia sul piano anatomico sia sul piano emozionale; soprattutto, mi interessa capire che responsabilità abbiamo rispetto a queste cose, che responsabilità ha l’arte, come può aiutare a riconciliare, a illuminare un accaduto, a interrogarsi sull’avvenire.

Portando uno sguardo “complessivo” sul tuo lavoro mi sembra di percepire un corpo privato e un corpo collettivo, un corpo percipiente e un corpo esposto. Volevo chiederti come convivono questi opposti nella tua ricerca.
Sono due percorsi in qualche modo complementari, che si uniscono, si influenzano, che si muovono in parallelo con tempistiche diverse, come nella favola della lepre e della tartaruga attribuita a Esopo. Due ritmi diversi ma che seguono una stessa via. Spesso il punto di partenza è il corpo o le visioni che una persona, che posso essere io o una persona con la quale lavoro, ha. Il minimo comun denominatore del corpo personale e di quello collettivo è l’esperienza, che sia il risultato finale del lavoro o un processo nascosto; mi interessa nella ricerca che porta all’opera, l’esperienza che possiamo fare per arrivare li, in termini di pensiero o anche, come spesso accade, su un piano più fisico, pragmatico. Ho avuto un’insegnante, Franca Ferrari, che ripeteva sempre che il corpo ha un’intelligenza diversa, che spesso si traduce in una sintomatologia che anticipa il pensiero cosciente e razionale. Ecco, mi affascina molto questa dimensione pre-verbale legata agli organi, all’anatomia, ma anche all’occulto, a qualcosa che tentiamo tremendamente di tradurre nei vari linguaggi ma che ci precede, che rimane sempre in uno stato di mis-conoscenza, di inafferrabilità. L’arte abita spesso questa dimensione, tra il non sapere e il saputo. Mi sono avvicinata al movimento fisico proprio per curiosità e per una paura legata a dei sintomi e dei disturbi che ho provato negli ultimi anni. Mi sono avvicinata al corpo chiedendogli di parlare al posto mio
Ripenso oggi a tutto questo, al privilegio di poter lavorare in questo modo, in un momento in cui molte persone stanno vivendo una situazione di guerra e il loro corpo, la loro vita, la loro identità si trovano costrette a una sopravvivenza forzata; dove la dimensione dell’ascolto deve essere seppellita, insieme ad altre cose, in una voragine che poi chiederà pegno a loro, e a noi, di tanta crudeltà. Questi traumi, che si generano ciclicamente su un piano storico, non solo rimangono e creano dei segni nelle vite di chi li vive “come protagonista” ma provocano un effetto farfalla anche in noi che osserviamo, nel paesaggio, negli altri organismi. Tutto è molto più collegato da un principio di interdipendenza di quanto riusciamo a rendercene conto. Ogni “segno mondiale” può disegnare dentro di noi una finestra, se gli concediamo una dimensione di ascolto. Lo studio delle sensazioni viene da un’esigenza primaria, da una necessità; è proprio uno stato urgente per me. Si tratta di qualcosa di centrale, credo. Quella spinta per me è fondamentale; captare l’urgenza che muove tutto. In un dialogo con gli spiriti delle cose.
Nelle tue opere sono presenti due figure di corpo apparentemente divergenti: il tuo corpo femminile e il corpo muscoloso di alcuni bodybuilder. Quali differenti messaggi vuoi comunicare al pubblico e come pensi esso possa reagire?
Per me è sempre molto importante riuscire a lasciare delle immagini, un ricordo. Mi interessa molto questa idea dell’arte come ricordo. Tutti i miei grandi amori artistici sono opere che, avendole studiate o avendole incontrate, mi sono rimaste precisamente stampate in testa, che viaggiano con me nello spazio e negli anni. Vorrei che chi vedesse le mie opere, chi incontrasse il mio lavoro, potesse avere questa stessa sorta di innamoramento, sia in senso positivo, ma anche negativo.
L’esposizione dei corpi, il mio o quello dei bodybuilders, si lega all’epoca in cui stiamo vivendo, alla performatività estetica a cui tutti noi, su diversi livelli, siamo soggetti.
Mi sono recentemente trovata in dubbio sulla necessità di mostrarmi, di espormi con il seno nudo in pubblico. Si trattava di un lavoro sull’autodifesa e mi sono resa conto che non avevo bisogno di creare un ulteriore livello di esposizione, evitando così ogni possibile oggettificazione dello sguardo. Spesso pensiamo all’esposizione come una rivendicazione, ma non c’è rivendicazione se non c’è coscienza e consapevolezza; mi sento di dire che la coscienza rispetto all’oggettificazione del corpo femminile è ancora ben lontana dall’essere uno strumento nelle mani di tutti. Non per questo bisogna censurare, o limitarsi, ma occorre sempre essere molto critici nei confronti di come scegliamo di veicolare la nostra immagine e quella degli altri, di come scegliamo di osservare, commentare, condividere l’infinito mondo delle immagini a cui sottostiamo. Molte volte mi è capitato, e mi capita, di esporre il mio corpo nudo. Capire come questa nudità verrà percepita non è sempre facile o sempre controllabile, rispetto alla storia dell’arte e, certamente, alla nostra contemporaneità. Ultimamente mi trovo a ragionare su come la presenza di un corpo in uno spazio pubblico sia una questione estremamente urgente, che viene violata e messa in discussione. Tornando al mio lavoro sull’autodifesa, ho deciso di “riprendere”, di riappropriarmi della strada con dei gesti che facessero meno rumore possibile, che fossero dei gesti quotidiani, anche un po’ ironici, come il rotolare sulle strisce, il gattonare o semplicemente lo stare in piedi vicino a una cabina. Facendo questo percorso cantavo un pezzo di una canzone di Rihanna, il brano è SOS. La presenza della voce nello spazio pubblico, sotto forma di canto, è un modo di occupare spazio, di creare un confine di difesa, di risposta a un’aggressione, se vogliamo. In questi giorni di proteste a favore della popolazione palestinese mi sono resa conto della difficoltà che proviamo ad alzare la voce, a cantare in uno spazio pubblico, che in realtà è il nostro spazio; abbiamo perso il senso della strada, delle piazze, dell’abitare, dei corpi che marciano e camminano ma piano piano lo stiamo riacquistando perché non c’è stato senza persone che abitano lo spazio con coscienza. In questo percorso non aveva nessuna importanza il fatto che io avessi il seno esposto, tinto di rosso; anzi, la mia sovraesposizione mi avrebbe fatta sentire in pericolo, non sarei stata tranquilla. C’era il vento, faceva freddo, e non avevo voglia di provare freddo banalmente. Non aveva nessuna necessità autoinfliggersi una sofferenza. Qui c’è una fondamentale differenza con il lavoro di Marina Abramović: lei va oltre i suoi limiti, i limiti del dolore. Io, invece, non voglio proprio incontrare il dolore, per certi versi. Lo voglio incontrare da un altro punto di vista; non lo voglio provare, c’è già troppo dolore, mi spaventa molto. Durante la performance non ero un corpo esposto, ero una presenza, e questo è bastato.

C’è un particolare rapporto con il cibo nel tuo lavoro, me lo puoi raccontare?
La mia performance preferita l’ho realizzata con i ghiaccioli, ma in questo caso non erano considerati come cibo. Sono partita dall’immagine di un bacio, dal tentativo di assaggiare il sapore dell’altro accostando due ghiaccioli di differenti gusti. Ero molto affascinata dall’estetica di questo gesto. I colori, quando si avvicinano si mescolano, però non svaniscono del tutto, è tutto molto effimero. Così è nata l’idea di qualcosa che naturalmente crea un ricordo, che alla fine non lascia traccia.
Non capisco il feticismo dell’oggetto. Lo puoi sempre vedere, osservare, lo hai sempre a portata di mano, non sfugge. Invece, quando qualcosa se ne va, ti abbandona, si “imprinta” maggiormente dentro di te, ti consuma.
Ho lavorato anche con le caramelle, amo questo universo dolciastro. Mi unisco felicemente alla grandissima schiera di artisti che ritrovano nel mondo infantile molta sorpresa, molta fascinazione, molto mistero, molta magia e al tempo stesso anche grande tristezza. Tristezza perché spesso i bambini non sono compresi, sono marginalizzati in un mondo, quello immaginifico e della fantasia, che all’esterno viene etichettato come inutile e/o dannoso. Nell’arte c’è spazio per questo mondo perché è qualcosa che non se ne va mai, solo cambia forma. Del cibo mi intriga il suo processo trasformativo, le sue forme pazzesche, qualcosa che entra in te, lascia sostanze che non puoi vedere e che subisci, qualcosa che crea vita e poi se ne va. Anche qui, se ci pensiamo, c’è una grande moltitudine; pensiamo di essere noi, ma siamo noi più tutto quello che ingeriamo, che è altra vita. Non è romantico?
A breve affronterai un nuovo progetto espositivo, puoi anticiparci qualcosa?
Certo, volentieri, è una mostra collettiva che riflette attorno al tema della neve. Ho deciso di staccarmi un po’ dal corpo per tornare all’immagine che arriva come un’epifania. È qualcosa che vola, che ci attraversa e se ne va.
Immagine di copertina: Martina Rota, When your fantasy become your legacy, 2025 – Courtesy the artist
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