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Pierluigi Panza

Anni fa pubblicai un libro intitolato L’inventore della dimenticanza (Bompiani) che ricostruiva con verosimiglianza la vita di un medico-alchimista sassone del primo Seicento chiamato Adam Brux. Il tema sotteso al libro era la messa in guardia verso un’ingenua fascinazione per il mondo digitale ritenuto salvifico, quasi un nuovo Paradiso e, in particolare, per la nuova arte della memoria artificiale, ovvero Wikipedia e i database, che affrancano gli individui dalla fatica di ricordare il passato. Questi problemi e atteggiamenti erano già presenti, in altra forma ma con analoghi entusiasmi, nella Germania di inizio Seicento.
Per ricostruire la vita di questo Adam Brux e la sua epoca viaggiai nei luoghi in cui aveva vissuto, visitai musei per ricostruire le città e le immagini del suo tempo, frequentai le biblioteche per consultare i testi dell’epoca che lui leggeva, in particolare quelli della cosiddetta Grande opera, i manifesti dei Rosacroce, i manuali di alchimia e di medicina con annesse immagini simboliche.
Mi ritrovai coinvolto in una foresta di simboli segreti messi a punto da società esoteriche, come quella dei Carpofori, da eruditi alla ricerca del Terzo Elia, da sette religiose, da architetti-mistici come Salomon de Caus, il progettista degli iniziatici Giardini del Castello di Heidelberg ritenuti l’ottava meraviglia del mondo. Ovunque emergevano rebis, mandala, copule e simboli di ricette per il passaggio dalla nigredo all’albedo, per trasformare i metalli vili in oro, per creare fumi, profumi e balsami per guarire il corpo o modificare l’anima.
Quando vidi per la prima volta i quadri di Sergio Padovani dal suo collezionista Antonio Menon, li scoprii popolati dalle figure e dai simboli che avevo incontrato per scrivere quel mio libro. Padovani li conosceva, sebbene poi proceda in maniera istintiva, senza studio e senza disegno per realizzare le sue opere, con una pittura densa, un legame inconscio con quell’universo simbolico e sacro. C’è in lui, pittore modenese, un legame con i pittori di corte di Alfonso e Cesare d’Este, quest’ultimo riconosciuto legittimo signore del Ducato di Modena e Reggio da quel Rodolfo II d’Asburgo attorno al quale la Germania non ancora Germania attivò una rivoluzione religiosa, mistica e anche delle immagini, di cui pure il milanese Arcimboldo è stato testimonianza.
C’è una linea estense in Sergio Padovani e c’è anche una sottile linea lombarda che ha contribuito all’immaginario filosofico e alchemico della figurazione di cui Padovani sembra un erede in un’età in cui la grande Paura riappare nella forma dell’Altro, dell’invasore, della nuova peste…

 

Sergio Padovani
Sergio Padovani, La pesca eclettica, 2019, olio, bitume, resina su tela, cm 150×180. Courtesy The Bank Contemporary Art Collection.

Mescolando l’olio e la resina con il bitume, Sergio Padovani agisce su questo elemento minaccioso, medievale per fare emergere da questa lava nera, da questa “nigredo” una nuova contrastata “albedo”. Padovani lascia riemergere dall’inconscio figure che hanno popolato il Seicento alchemico, i giardini infernali di Bosch, l’Apocalisse di Dürer, le stampe dei manuali di “Arte Regia” e, andando a ritroso, La Deposizione dalla Croce di Rogier van der Weyden, che l’artista stesso ha riconosciuto come “una di quelle opere di cui non smetterò mai di ascoltare la grandezza”. Il sacro abitato dai folli dipinti da Sergio Padovani è uno spazio di lulliana “arte della memoria”, è una infinita combinatoria di figure e figurine che ritornano sullo scacchiere per una nuova arbitraria partita. Sottoposte sulla tela, sulla carta, sul  rame, sulle tavole a un costante processo sciamanico, le figure di Padovani sono soggetti che si ricompongono in zodiaci, decani, crittogrammi, sigilli. Con Sergio Padovani siamo nella bolgia dantesca e nell’Europa del Seicento, sulla scena dei contemporanei scontri religiosi, di civiltà e persino pandemici; siamo all’emergere della coscienza individuale di fronte all’assoluto in una dimensione subito connaturata di malinconia. I suoi personaggi, ora apollinei ora dionisiaci, sempre alla ricerca di qualcuno che estragga loro “la pietra della follia”. S’affacciano sull’ignoto con aria interrogativa: chi passa di qui? Chi parla? Chi sente? Qualcuno, per caso, conosce la Parola?
Già, la Parola. I quadri di Sergio Padovani, così ricchi anche di scritte esoteriche, che mi sono parsi adatti per essere accompagnati da poesie ermetiche, alchemiche esse stesse.
Ne avevo composte e pubblicate alcune anni fa, forse con un vago riferimento a quella che era stata la Poesia visiva e la poetica sperimentale della Neoavanguardia. Mi è parso che servissero per parlare “in poesia” dei quadri di Padovani, si coniugavano con i suoi personaggi, le impronte e gli scorticamenti che troviamo sulle tele. Poesie che ruotano anch’esse sul “far parlare” i simboli della cultura sacra della nostra età classica. Poesie come questa che riporto: “Ecco dov’è la copula del REBIS il dueinuno / è il pescecavallo che mastica la salamandra / Ecco, consumati di malinconia l’astragalo, la campanula barbata, il chenopodium… E dove sono gli sponsalia plantarum? / Vieni da me, bambino, vieni: te li mostrerò, ti farò correre, saltare”.
Credo che questo incontro con Sergio Padovani abbia consentito di riattualizzare questo frammento di storia della cultura europea con linguaggi contemporanei.

 

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