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Alberto Dambruoso

Chiunque abbia messo piede anche solo una volta in vita sua in una galleria d’arte si sarà posto la fatidica domanda: chissà quanto costa quell’opera?

La domanda, si badi bene, può essere intesa in due modi contrapposti: da una parte potrebbe significare che colui che si è posto questo interrogativo ha un’ammirazione per l’opera vista, la vorrebbe per sé ma si rende anche conto che è fuori dalla sua portata economica; dall’altra parte, potrebbe significare, al contrario, una critica nei confronti di un’opera ai suoi occhi insignificante, la quale, solo per il fatto di essere esposta in uno spazio qualificato, ha con tutta probabilità, un prezzo elevato.

Negli ultimi tempi avverto un malcontento nei confronti di certa arte contemporanea e mi sembra che la maggior parte della gente che si ponga la domanda di cui sopra non lo faccia tanto con la volontà di esprimere un giudizio positivo ma, semmai, con un intento ironico-derisorio. L’ormai tristemente famosa banana di Cattelan esposta lo scorso anno alla fiera di Miami e da poco entrata nella collezione del Guggenheim dopo che un “generoso” collezionista l’aveva donata al Museo, è, se vogliamo, l’emblema di tanta arte fatta ai nostri giorni, che vale solo ed esclusivamente perché chi l’ha prodotta, chi l’ha esposta, chi l’ha comprata e chi infine l’ha musealizzata, fa parte di un circuito molto ristretto di gente che conta e che ne decide le sorti. Se non ci fossero stati questi presupposti, la banana non avrebbe avuto alcuna chance né di essere venduta né di essere “storicizzata”. Tutt’al più si sarebbe venduta solo nel luogo normalmente a lei deputato: un banco ortofrutticolo.

 

arte al capolinea
Angry Dan, More Drama, Tottenham Mural, painted Sunday 12th March 2019.

 

L’arte contemporanea dagli anni Novanta ad oggi è cambiata, io dico in peggio, a causa di alcuni fattori concomitanti: la difficoltà di reperire sul mercato le opere dei cosiddetti “old master painting” unita alla crescente richiesta di investimenti artistici da parte delle nuove nazioni che si sono aperte negli ultimi anni ai mercati internazionali (vedi Cina ma anche Russia, Emirati Arabi) hanno comportato una massiccia immissione di opere che prima ancora di avere una qualche rilevanza artistica hanno avuto fin dal principio una rilevanza economica. La banana di Cattelan, prima di comparire all’interno della fiera dove poi è stata venduta, non era mai stata esposta in una mostra.

È evidente che ci troviamo di fronte a un’abile operazione commerciale. In altre parole, ciò significa che non è più importante esporre al pubblico, far comprendere le ragioni di una ricerca, ma si va direttamente al sodo della questione: l’opera d’arte è prima di tutto una merce e così va trattata.

Vista da questa prospettiva, l’arte sembra ormai destinata ad essere solo un investimento economico. Alla speculazione artistica, ovvero alla capacità dell’arte di creare e immaginare mondi, educare la mente e stimolare lo spirito, si è sostituita la speculazione commerciale.

Il dibattito non è nuovo, ma il punto è capire se siamo ancora in tempo ad invertire questo circolo vizioso e riportare
l’arte a una dimensione più consona al suo statuto originario.
Non si vuole negare che l’opera d’arte abbia un costo. Ce l’ha sempre avuto ed è giusto che sempre ce l’abbia. Ciò che occorre ristabilire è una corretta determinazione del costo a partire dalle qualità intrinseche dell’opera, che riguardano contemporaneamente gli aspetti esteriori e quelli interiori. La vecchia formula dell’etica e dell’estetica,
della forma che deve sposare il contenuto.
La critica d’arte dovrebbe ritornare ad essere severa nei confronti di tante boutade che non fanno altro che allontanare la gente dall’arte. Spesso la critica si è autocompiaciuta, facilitando l’apparizione di fenomeni scomparsi con la stessa velocità con la quale si erano manifestati.
Dopo i critici, chi decide il valore di un’opera sia dal punto di vista artistico sia economico sono le gallerie. Figure come quelle di Sargentini, Minini, Sperone, Marconi, hanno contribuito alla fortuna di molti artisti degli anni 60 e 70. Finita questa generazione mi sembra siano pochi quelli che possono vantare una simile attitudine alla scoperta e
alla valorizzazione degli artisti.
Critici, galleristi, direttori di museo, tutti dovrebbero contribuire a tornare a dare dignità all’opera a scapito delle furbe trovate commerciali.
Di conseguenza è del tutto evidente che la valutazione di un’opera d’arte si scinda in due diverse categorie: quella dell’apprezzamento formale di natura estetica e quella di natura economica. Il problema è dunque quello di far conciliare queste due diverse sfaccettature dell’opera d’arte. Il giudizio estetico dovrebbe contare decisamente molto di più di quello economico. Ed è proprio qui che sta il nocciolo del problema: fare in modo che i due criteri di valutazione possano convergere senza che vi siano delle prevaricazioni tali da provocare delle disparità evidenti nel processo valutativo.
L’opera d’arte ha estremo bisogno di ritornare a parlare di sé stessa prima di tutto per la sua capacità di farci sorprendere, di scuoterci e di farci pensare e non perché raggiunge cifre astronomiche. Lasciamo questi ultimi aspetti alla cronaca, ma non alla storia dell’arte.

 

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