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Michele Ciolino

All’Hangar Bicocca il dramma della Generazione X

Samuel Beckett costruito attorno alla condizione dell’attesa. Didi e Gogo stanno aspettando su una desolata strada di campagna un certo “Signor Godot”. Sulla scena è collocato solo un albero e la caduta delle foglie scandisce il passare dei giorni. Godot non compare mai sulla scena e nulla si sa sul suo conto, ma in realtà il suo spirito è sempre presente. L’aspettativa pervade l’intera narrazione e la condiziona…

L’aspettativa, l’attesa, la sospensione e la contestuale presenza assente dell’ingombrante Maurizio (Cattelan) pervade la cattedrale dell’Hangar Bicocca allestita/disallestita con “Breath Ghosts Blind”. L’ennesimo capitolo della vita artistica di Maurizio Cattelan ci riporta a Didi e Gogo, ci ritroviamo nuovamente a parlare di Maurizio assente (la mostra non è stata preceduta da alcuna conferenza stampa) e, nonostante il suo lavoro “visibile”, ancora aspettiamo
di incontrarlo…

Forse il primo ad aspettare sé stesso è proprio l’artista, oggi ancor più maturo. Un artista ancora sorpreso dalla sua stessa identità, da una potenzialità creativa che lo stupisce e lo meraviglia e al tempo stesso lo fa sentire come se “dovesse ancora succedere qualcosa”. In questo senso, più che mai, la drammaturgia dell’opera teatrale “Breath Ghosts Blind” ci riporta al dramma esistenziale della Generazione X, la “Generazione Mtv” di Douglas Coupland.
Maurizio Cattelan appartiene a questa generazione figlia del tramonto dell’idealismo e tormentata da dubbi e contraddizioni oltre che da un certo scetticismo verso il sistema istituzionale e i valori tradizionali. Alle certezze della Guerra Fredda è succeduta una sorta di perenne interrogazione interiore.

 

Cattelan
Michele Ciolino dorme assieme ai protagonisti della scultura Breath.

 

Maurizio Cattelan si interroga quindi sul significato/peso di una certa educazione tradizionale (Charlie don’t surf ), sulla crudeltà delle attese della coscienza borghese (Crocefissione femminile Untitled), sull’ingombro della religione ma anche sulla sua dimensione effimera (La nona ora), sulla vita e sulla morte (All, We, Him). Gli interrogativi esistenziali che pervadono il suo lavoro lo portano a porsi domande amletiche sulla sua stessa identità di artista. Egli sbuca dal pavimento dei musei alla ricerca di sé stesso, in qualche modo aspettando Maurizio…

Succede così che, a Milano, varcato il sipario dell’Hangar/cattedrale si compie il primo atto del dramma e ci sdraiamo a fianco di quel cane dormiente e di quell’uomo mite assonato vicino al suo animale. Ci facciamo invadere dalla poesia e dalla dolcezza di quell’intimità, sospiriamo e respiriamo e rimaniamo in attesa, in attesa di comprendere cosa ci riserverà la vita che verrà. Proseguiamo attraversando le navate vuote osservati da questi fantasmi. È uno spazio da riempire con il nostro essere, appropriandocene. I fantasmi sono intorno a noi ovunque, ma lo spazio da riempire, lo spazio delle nostre vite, è vuoto perché a noi spetta la responsabilità di riempirlo e dobbiamo avere il coraggio di farlo autonomamente e liberamente malgrado i fantasmi.

Attraversate le campate giungiamo all’abside ove brutalmente e drammaticamente ci confrontiamo con quel monolite-monumento. Blind esprime l’estetica bella della tragedia. Già qualcuno aveva evocato nelle immagini dell’11 settembre 2001 qualcosa di artistico, con Maurizio Cattelan si compie la sintesi di quella che potremmo chiamare una sorta di “tragedia estetica”. L’evocazione di una riflessione esistenziale carica di dubbi e di interrogativi irrisolti è ancora lì davanti a noi: forse quella tragedia non appartiene soltanto al passato ma è ancora lì, ad incombere nel presente…

Queste e le altre domande risuonano dentro di noi e mentre continuiamo ad interrogarci, guardando in alto verso le
ali di quell’aeroplano, aspettiamo Maurizio…

 

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