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Collezionisti

Frans II Francken, Een kunstkamer,1619, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen
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  • “Io credo all’intelligenza degli oggetti d’arte, sanno riconoscere l’amatore, lo chiamano, gli fanno Pss! Pss!”  (Honorè de Balzac, Le cousin Pons, 1847).


Ho sempre pensato che ciò che l’autore della “Comédie humaine” faceva dire a Sylvan Pons fosse una grande verità: sono le opere d’arte che ci scelgono, richiamando la nostra attenzione. Ma sta a noi capirlo, sentire quel richiamo, sapersi voltare al momento giusto. Roger Thérond, scomparso nel 2001, è stato proprietario della rivista francese Photo, che aveva fondato. È stato uno dei primi e più grandi collezionisti di fotografia. Thérond sosteneva che la vita di un collezionista fosse contraddistinta da tre fasi: la fase del Cannibalismo, quella dell’Aggiustamento e, infine, quella del Godimento. La prima fase è rischiosa, seppur eccitante, perché in mancanza di un programma lucido si tende a innamorarsi facilmente di tutto, a voler possedere tutto ciò che si vede, ad aver paura di non ritrovare mai più quella certa opera e di perderla per sempre, se non la si prende subito. La seconda è appassionante, ammesso di avere la pazienza e la costanza di studiare, vedere tanto, confrontarsi con esperti e autori, e poi studiare ancora e vedere di più, formarsi un gusto. E poi il Godimento. Che, forse, per il vero collezionista non giunge mai a pieno compimento. È un godimento fatto di momenti, vibrazioni, particelle di soddisfazione. Un po’ come il godimento sottile che si prova quando si fa scorrere nel cavo della mano un pugno di sabbia fine. È soltanto con la qualità delle scelte che si evita quella che Susan Sontag ha definito la sindrome di Don Giovanni del collezionista d’arte.

Voltarsi al momento giusto, quando l’opera chiama. È quello il difficile, ma è anche l’emozione più grande. Pochi, quasi nessuno si lasciò chiamare dalle opere di Jackson Pollock quando Cardazzo le espose a Milano nel 1950, vendendole a 90.000 lire l’una. Già nel 1964 valevano decine di milioni, ne comprarono alcune i grandi collezionisti Carlo Monzino, dei Magazzini Standa, e Paolo Marinotti, erede della Snia Viscosa. Il conte Giuseppe Panza di Biumo, invece, comprò prima gli informali francesi a poco prezzo – Fautrier, Mathieu, Hartung, poi fu l’unico in Italia a comprare i quadri di Mark Rothko, pagandoli cari. Andava in America però a comprarli, infatti divenne il più grande collezionista di arte americana in Europa. Vedere chiaro, vedere lontano, avere gusto: per essere collezionista non basta avere molto denaro, essere molto informati, avere molte relazioni. Può servire, ma non basta, essere ben consigliati. Né Egisto Paolo Fabbri, il pittore benestante che comprò sedici Cezanne, suo contemporaneo, né Guglielmo Achille Cavellini, la cui collezione fu esposta nel 1957 nei musei di tutta Europa a rappresentare il gusto informale nascente, accettarono mai consigli. Si facevano chiamare, pss, pss, da opere mai viste prima, di artisti sconosciuti. Il collezionismo d’arte, il vero collezionismo, è un brivido. È sabbia nel palmo della mano. Un attore e autore da me molto amato, Steven Wright, le sue non sono soltanto battute, motti o facezie da comico, ma veri aforismi dal tratto spesso surreale, ha detto una volta: “Ho una vasta collezione di conchiglie, che tengo sparse per le spiagge di tutto il mondo”. Dedico questa meraviglia a tutti i collezionisti che leggeranno.


Immagine di copertina: Frans II Francken, Een kunstkamer,1619, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen


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