Corpo, gesto e arte. In dialogo con Margherita Artoni

Margherita Artoni - Courtesy Margherita Artoni, ph credits RICCARDO FATTORE
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Margherita Artoni è critica e curatrice d’arte contemporanea. Formatasi fra le pagine di Flash Art scrive per alcune delle principali riviste di settore e ha diretto gallerie d’arte a Torino e New York, collaborando con alcune delle più importanti voci del contemporaneo come quelle di Theaster Gates, Ali Banisadr e Laura Owens.

Con Margherita abbiamo dato vita a un “percorso dedicato al rapporto fra corpo, gesto e arte, esplorato attraverso linguaggi e pratiche differenti — dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla performance — e nelle sue molteplici dimensioni: identità, memoria, esperienza, relazione e trasformazione”.


Margherita, quale rapporto esiste fra gesto e corpo all’interno dell’attuale contesto artistico?

Il corpo è il luogo attraverso cui guardiamo l’arte: non soltanto come soggetto da rappresentare, ma come materia, misura e dimensione dell’esperienza artistica. È il nostro primo strumento per conoscere il mondo e, in questo senso, è qualcosa da abitare, conoscere e custodire. Non necessariamente secondo un’idea di bellezza, ma nella consapevolezza delle sue possibilità, dei suoi limiti e della sua unicità.

La storia dell’arte ci mostra quanto questa relazione sia antica. Penso alla statuaria greca, dove la ricerca della forma nasce anche dalla disciplina, dall’esercizio e dalla cura del corpo: il bello non come modello a cui conformarsi, ma come esito di una tensione verso il proprio potenziale.

È qui che trovo interessante il rapporto tra gesto atletico e gesto artistico. L’atleta perfeziona il proprio movimento attraverso anni di esercizio fino a raggiungere quello che definiamo stato dell’arte. Allo stesso modo, per un pittore, uno scultore o un artista, il gesto è il risultato di anni di pratica, fatica, ripetizione e perfezionamento.

Dentro ogni gesto o segno c’è una storia di lavoro. Il gesto artistico non vale soltanto per il risultato che produce, ma per tutto ciò che incorpora: il tempo, l’esperienza, gli errori, la memoria del corpo.

E quando quel gesto incontra la materia, qualcosa accade: il corpo dell’artista entra nell’opera e, attraverso l’opera, arriva anche a chi guarda. Forse è proprio lì che comincia l’esperienza dell’arte: prima della parola, nel corpo.


In che modo entri in dialogo con gli artisti e verso quali tematiche si sta orientando la tua ricerca culturale e curatoriale?

Entro nel lavoro degli artisti cercando innanzitutto ciò che non è immediatamente dichiarato. Mi interessa l’urgenza che precede il discorso, ciò che rimane aperto, persino ciò che l’artista non riesce — o non vuole — tradurre in parole.

La mia ricerca si muove intorno al corpo e al gesto, ma soprattutto intorno a ciò che questi attivano: emozione, tensione, desiderio, memoria, distanza. Mi interessa la relazione quasi fisica che si stabilisce tra un’opera e chi la incontra. Penso, per esempio, alle mostre immersive che sempre più occupano spazio nei musei contemporanei: sono il segno di un desiderio crescente di entrare nell’opera, di viverla con il corpo e non soltanto attraverso lo sguardo.

È uno spazio che definirei il non detto dell’opera. Non qualcosa che manca, ma qualcosa che resiste alla spiegazione e che proprio per questo continua a produrre senso.

Forse il mio lavoro curatoriale consiste anche nel creare le condizioni perché questo non detto possa rimanere vivo, senza trasformarlo immediatamente in una tesi.


In un’epoca sempre più micro-affettiva quanto è importante mettersi in gioco in prima persona, correre dei rischi — come direbbe Nassim Nicholas Taleb?

Credo che oggi il vero rischio sia tornare a essere vulnerabili. Siamo abituati a controllare ciò che mostriamo, ciò che diciamo, persino ciò che proviamo. Tendiamo a proteggerci dall’imprevisto, mentre l’arte, per sua natura, dovrebbe continuare a esporci a qualcosa che non possiamo completamente controllare. Offrire un’incognita.

Per questo penso che anche il curatore debba mettersi in gioco. Non significa mettere se stessi al centro, ma accettare che un incontro possa modificare il proprio sguardo, mettere in discussione una certezza, aprire una direzione che non avevamo previsto. Anche scegliere un artista, costruire un percorso, sostenere un’opera significa assumersi una responsabilità e, in qualche misura, un rischio.

In questo senso trovo interessante il pensiero di Taleb: non tanto l’idea del rischio come azzardo, quanto la possibilità di esporsi a ciò che non conosciamo e lasciare che l’esperienza ci trasformi.

Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: di recuperare una dimensione meno protetta, più fisica e autentica del rapporto con l’arte e con gli altri. Una mostra non dovrebbe soltanto confermare ciò che già sappiamo, ma creare la possibilità di essere sorpresi, persino messi in crisi.

Se non c’è la possibilità di essere sorpresi, forse non c’è nemmeno un vero incontro.


@margherita_artoni


Immagine di copertina: Margherita Artoni – Courtesy Margherita Artoni, ph credits RICCARDO FATTORE


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