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Giacomo Balla

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Va al maestro del Futurismo l’invenzione dell’Astrazione

La celebrazione delle ricorrenze si rivela il più delle volte funzionale all’approfondimento sull’autore o sull’argomento prescelti, alla luce delle novità maturate nel tempo. Per quanto riguarda Giacomo Balla, di cui si è appena celebrato il 150° della nascita (18 luglio 1871), così come, in ambito artistico analogo, si era verificato sia per i centenari del Futurismo (2009), che della morte di Umberto Boccioni (2016).

Grazie alla celebrazione del centenario, si è riusciti a fare un po’ di chiarezza all’interno del Futurismo, saccheggiato, depotenziato o semplicemente oscurato per interminabili decenni: certificando la sua importanza seminale e il suo periodo di operatività dal 1909 al 1944 nella sua compattezza, marginalizzando diciture di fantasia diventate di uso comune quali primo e secondo, eroico, storico o altro.

“Giacomo Balla attraversa, in modo quasi miracoloso, tutti questi presupposti, sia da futurista che da astrattista, o ancor meglio da Astrattista Futurista”

Nel 2016 si è poi rivalutata la portata mondiale di Umberto Boccioni, anche come scultore e teorico e oggi, con Giacomo Balla, si ribadisce una via italiana all’Astrazione che inizia proprio in quegli anni e proprio con quei protagonisti, nel tentativo di superare l’atavico complesso d’inferiorità della ricerca nazionale rispetto a quella europea.

Giacomo Balla attraversa, in modo quasi miracoloso, tutti questi presupposti, sia da futurista che da astrattista, o ancor meglio da Astrattista Futurista, come avrà modo di firmarsi nella Ricostruzione futurista dell’Universo, pubblicato con Fortunato Depero, nel 1915.

 

Giacomo Balla
Lo “studiolo rosso” di Casa Balla a Roma, in via Oslavia. Courtesy MAXXI – Roma. ©GIACOMO BALLA, by SIAE 2021.

Vista la ghiotta occasione, è quindi venuta l’ora di attribuire compiutamente a Giacomo Balla la primogenitura storica dell’Astrazione, con le sue Compenetrazioni iridescenti del 1912, assegnata ancora impropriamente a Vasilij Kandinskij, grazie al suo (retrodatato) acquarellino del 1910.

Non è affatto più accettabile riconoscere come storicamente rilevante la stessa dichiarazione dell’artista russo nel merito: “A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio, vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito, ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto”.

Quindi il quadro in questione, generosamente considerato come l’origine dell’Astrattismo, sarebbe, per stessa ammissione del suo autore, frutto del caso, di una coincidenza fortuita ex-post e non di una consapevolezza teorica ex-ante. Vista l’evidenza, negli anni, si sono verificati timidi tentativi di accennare ai meriti di Giacomo Balla in ambito astratto, o indirettamente, all’espressionismo di Kandinskij, dissoltisi tuttavia al momento del consequenziale cambio al vertice.

La corretta attribuzione di espressionismo astratto alla ricerca di Kandinskij non è una novità di oggi: infatti risale al 1929, quando Alfred Hamilton Barr jr., il primo direttore del MoMa di New York, già annota il carattere espressionista delle opere di Kandisnkij, fin dagli anni Dieci. Tutto cambi, purchè nulla cambi, è sembrato l’assunto della storiografia, fino ad oggi.

È paradossale che si tentenni ancora di fronte alle sperticate dichiarazioni di Giacomo Balla rifererite specificamente all’Astrazione: nel suo testo Tutto si astrae (1912-14), appare infatti evidente il riferimento alle rigorose Compenetrazioni iridescenti, nonché alle sue realizzazioni ambientali di casa Löwenstein a Düsseldorf, dove anche i mobili e le suppellettili minimali si rivelano antesignani del moderno design.

Anticipazioni foriere dello sviluppo scultoreo dei Complessi Plastici del 1914, prime, autentiche sculture astratte, della spettacolare scenografia astratta dello spettacolo Fuoco d’artificio, andato in scena al Teatro Costanzi di Roma, il 30 aprile 1917, nonché delle migliaia di oggetti d’uso personalizzati: dai paralumi agli armadi, dalle porte agli appendini, alle scarpe, agl’indumenti, fino alle pareti e ai soffitti di Casa Balla e del locale Bal Tic Tac, miracolosamente recuperato a Roma, solo da pochi mesi. Un mondo intero, un Universo, citando il suo famoso scritto, declinato in astratto.

Per contro, nel 1911, Kandinskij è impegnato nella fondazione de Il Cavaliere azzurro, gruppo di estrazione espressionista, evoluzione sul versante spirituale del Die Brücke, nato nel 1905. Periodo in cui perfeziona anche lo scritto Lo Spirituale dell’arte, da molti erroneamente considerato come fondativo dell’Astrazione, che sintetizza invece le sue intuizioni sull’indispensabile presenza dell’interiorità nella ricerca artistica.

Testo in realtà abbastanza confuso, criptico, iniziatico, privo di linearità, permeato dalle più che probabili influenze dell’artista-teosofa Marianne von Werefkin, risultando molto distante dal rigore teorico dei successivi contributi di Boccioni, Malevič, Evola e Mondrian.

“Un libro di profezie laiche”, come avrà modo di affermare la storica Elena Pontiggia, nella prefazione all’edizione italiana del testo: “Kandinskij crede di annunciare”, scrive la studiosa, “pagine incerte e perentorie”, nelle quali il soggetto “non è l’arte, è la spiritualità”. Kandinskij, dall’intuizione espressionista-astratta, approderà compiutamente all’Astrazione solo dagl’inizi degli anni Venti, con la docenza al Bauhaus, elaborando un testo teorico titolandolo compiutamente: Punto, Linea, Superficie (1925), sintesi delle sue lezioni tenute nel prestigioso istituto, fin da 1922.

Ad ulteriore riprova delle differenti sensibilità in quel periodo, nel 1912, anno in cui Giacomo Balla elabora le sue Compenetrazioni, Kandinskij si esprimerà in modo inequivocabile sull’argomento: “Perché impoverire l’espressione artistica ricorrendo esclusivamente ai triangoli e a forme o corpi geometrici analoghi? […] Oggi l’artista non può lavorare con forme esclusivamente astratte”.

 

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Casa Balla, un dettagio del Corridoio, Foto M3Studio. Courtesy MAXXI, Roma. ©GIACOMO BALLA, by SIAE 2021.

 

Quanto a Giacomo Balla, paradossalmente, tale è il rilievo assoluto della sua ricerca, che risulta complicato stilare priorità nelle sue primogeniture in ambito astratto, tale è la sua qualità e varietà nelle applicazioni.

Giacomo Balla, da futurista, segue in modo a volte maldestro, ma anche con furbizia, la scia del suo allievo Boccioni, che lo coopterà nel Futurismo quasi a sua insaputa, come firmatario del Manifesto tecnico dei pittori futuristi (11 febbraio 1910), già sottoscritto da altri (analoga sorte toccherà anche allo spaesato Gino Severini, addirittura ignaro del suo ruolo), dopo averlo ignorato nella mostra seminale al Padiglione Ricordi di Milano nel 1911, per poi escluderlo impietosamente dall’epocale mostra del 1912 alla galleria Bernheim-Jeune di Parigi per inadeguatezza, pur essendo già in catalogo, probabilmente inserito da Marinetti.

L’opera pubblicata sarà infatti La lampada ad arco, datata da Giacomo Balla 1909, ma in realtà del 1911, che, pur di superlativa estrazione divisionista, non presenta alcuna caratteristica dinamica o compenetrata, come i dettàmi teorici boccioniani prevedono insindacabilmente.

Esclusione quindi legittima, ma storicamente sanguinosa per Balla, se si considera che l’immagine-culto del Futurismo diventerà proprio quella dei cinque in frac e bombetta (Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini), ritratti per le vie di Parigi, in sua assenza.

Per Giacomo Balla, in ambito futurista, risulterà risolutivo l’incontro con Boccioni nel suo studio romano il 23 dicembre 1912, solamente 10 mesi dopo la sua clamorosa esclusione dalla mostra di Parigi, dove asseconderà il dogma futurista, iniziando, con creatività vertiginosa, la straordinaria stagione delle Linee di velocità, aggiungendo così il Dinamismo boccioniano all’indispensabile e rigorosa intuizione astratta delle Compenetrazioni iridescenti.

Sorprendente evoluzione che lo riporterà ai vertici del Futurismo, con una serie di opere che segneranno indelebilmente la ricerca pittorica di quegli anni, reinserendolo, di fatto, nel suo ruolo-guida originario: già maestro dello stesso Boccioni, Severini, Sironi, Prampolini, Benedetta Cappa e molti altri.