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Il Parco di Pinocchio a Collodi. Una fiaba a cielo aperto di arte e architettura

Il Parco di Pinocchio, Courtesy Fondazione Nazionale C. Collodi
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C’era una volta… un pezzo di legno. C’era una volta – e ci sarà certamente ancora – una buona ragione se la fiaba italiana più conosciuta al mondo non inizia con un re, una principessa, un castello incantato, ma con un pezzo di legno di scarto che, sotto i colpi di uno scalpello sapiente, si trasforma nella meravigliosa avventura della vita umana.

Ci sono tante storie in metafora della creazione: un anziano falegname che si sente troppo solo e allora si inventa un figliolo perché gli faccia compagnia; un tronchetto di legno buono, ma così capriccioso, curioso e ingenuo che a un certo punto inizia a battergli dentro un cuore di bambino vero. Un bambino eterno, perché la storia di Pinocchio ha una radice profonda nella potenza generatrice dell’arte, e allora è bello che ci sia un luogo dove proprio gli artisti sono stati invitati a trovare un altro modo raccontarla. Di raccontare, cioè, il mistero della vita che nasce dalle “cose”, restituendo alla narrazione una forma tridimensionale, immersiva, tangibile ma senza effetti speciali, nell’incantamento che nasce dall’incontro di forme e immaginazione, proprio come si faceva “una volta”, ai tempi di Geppetto.   

Ed ecco, allora, che c’era una volta e c’è ancora il Parco di Pinocchio, un’isola che “c’è e non c’è”, una terra rustica e magica dove incontrare la Fata e il Pescecane.

Un luogo dove vivere percettivamente e fisicamente i progetti di alcuni dei più importanti artisti, architetti e paesaggisti del secondo dopoguerra, muovendosi tra fauci spalancate, scherzi d’acqua, labirinti e foreste di bambù, senza l’obbligo di orientarsi, saltellando, come burattini sfuggiti ai fili, per destreggiarsi tra Mangiafuoco, Il Gatto e la Volpe o il Grillo Parlante, inseguendo un sogno di libertà.  

Il parco letterario, che oggi è una grande area per il divertimento tra le più storicizzate d’Europa, si trova a Pescia, nella verde anima della Toscana, nei pressi di Collodi, borgo d’infanzia di Carlo Lorenzini (Firenze, 1826 – 1890). Lo scrittore aveva tanto amato quelle quattro case di pietra incastonate sulla collina da farne il proprio nom de plume e si firmava già Carlo Collodi, quando, nel 1883 pubblicò il portentoso romanzo di formazione che tutti ricordano come “Le Avventure di Pinocchio”. Nasceva così quello che sarebbe presto diventato il libro non religioso più diffuso al mondo, una storia tanto evocativa da meritare traduzioni in tutte le lingue e adattamenti letterari, teatrali, televisivi e cinematografici che hanno alimentato l’immaginario di intere generazioni, basti pensare all’indimenticabile  cartone animato della Walt Disney (1940) o all’ultima versione dark di Guillermo Del Toro (2022). 

L’idea di celebrare il successo di Pinocchio a Collodi era venuta all’amministrazione pubblica fin dal 1953, quando, nel clima di rinascita culturale del dopoguerra, si iniziò a pensare a un concorso per un monumento. Come si poteva ricordare quel formidabile intreccio di emozioni, delusioni, incontri, amori, paure, debolezze, errori, buoni sentimenti, reconditi significati esoterici, prediche moraleggianti, fantasticherie e realismo, animali parlanti e miserie, condensati in 236 pagine di racconto? Al bando, che prevedeva l’abbinamento di architetti e scultori, parteciparono 165 progetti, ma fu subito chiaro che non si sarebbe potuto trattare di un monumento convenzionale e, così, ha iniziato a prendere forma l’idea del parco, partendo con due opere capolavoro, pionieristiche per l’epoca, in cui il gioco e la ricerca formale trovano un preciso equilibrio: il gruppo scultoreo di Pinocchio e la Fatina di Emilio Greco e la grande Piazza dei mosaici di Venturino Venturini, sul cui perimetro decorato il racconto si dipana in episodi narrati con un’ironia ancora oggi fragrante. Negli anni seguenti, per volontà di una Fondazione Nazionale appositamente costituita, il parco si è arricchito di nuovi elementi: l’Osteria del Gambero Rosso progettata da Giovanni Michelucci (1963), il percorso di ventuno sculture con i personaggi della fiaba realizzati in bronzo e acciaio da Pietro Consagra e il Grande Pescecane di Marco Zanuso e Augusto (Bobo) Piccoli, fino al Laboratorio del Fare e del Dire (da uno schizzo di Michelucci) dove vengono allestite mostre e laboratori creativi; il tutto circondato da un sistema di verde scenografico progettato nei primi anni Settanta dal grande paesaggista Pietro Porcinai.  

Ancora molto visitato e amato soprattutto da famiglie e turisti stranieri, grazie a una recente campagna di restauri, sostenuti con un finanziamento di due milioni di Euro del PNRR, il parco è dunque un vero museo a cielo aperto dove letteralmente giocare nell’arte, dialogando con i personaggi e i luoghi simbolici della storia con una spensieratezza che proprio nella finzione trova la sua verità più felice.

C’era una volta una storia che fece il giro del mondo, ma poi tornò nel piccolo borgo dal quale era stata ispirata, e qui si trasformò in un giardino dove tutti si sentono un po’ bambini, persino i bambini veri, quelli che non sanno mentire anche quando dicono le bugie. 


@parcodipinocchio

Immagine di copertina: il Parco di Pinocchio, Courtesy Fondazione Nazionale C. Collodi


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