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Stefano Antonelli

JR dice che è una ferita. Sul sito di Palazzo Strozzi puoi leggere che si tratta di una “riflessione sull’accessibilità dei luoghi nell’epoca del Covid-19”, che è “uno squarcio visivo sulla facciata di Palazzo Strozzi”, un “collage fotografico”, una “anamorfosi”, che è una “ferita simbolica ma dolorosa, che accumuna tutte le istituzioni culturali italiane e non solo”. Sono perplesso, c’è una ferita e nessuno fa niente. C’è una ferita alta 28 metri e questi stanno lì a contemplare, a fare metafore, si preoccupando di dirci che attraverso uno squarcio puoi vedere cosa c’è dentro (grazie), parlano di “epoche” ma nessuno sembra comprendere che una ferita non si contempla, si cura.

L’arte, la cultura, sono tecnologie della mente, tecnologie del “noi” e in quanto tali sono dei pharmaka come osservano Derrida prima e Bernard Stiegler poi riprendendo Platone. È pharmakon tutto ciò che è un rimedio e allo stesso tempo un veleno. Se ci pensate, sono proprio quelle idee, quella scienza e quella tecnica che hanno garantito sviluppo e prosperità alla civiltà occidentale che ora la stanno avvelenando.

 

jr

 

Tutte le tecnologie sono pharmaka. Se ne era accorto Paul Valéry quando nel 1919 denunciò la caduta del valore-spirito europeo osservando la catastrofe causata della tecnologia al servizio della prima guerra mondiale, se ne sono accorti gli artisti la cui medicina per quel disastro fu il Dada, se ne è accorto JR che ha aperto una ferita sul simbolo del rinascimento italiano, luce guida della modernità occidentale.

Di che genere di ferita si tratta? E come si cura? Investito dall’ideologia economica, il museo oggi è un perimetro di consumo culturale basato su un modello di fruizione contemplativo disancorato dalla realtà, che sembra recedere dall’investimento sociale rimanendo immobile davanti al mutare del mondo e delle istanze sociali, un museo che non “prende parte” a ciò che Jacques Rancière chiama “le partage du sensible”.

Esiste una cura per questo male? Servirebbe una farmacologia dell’arte che ci indichi posologia, eccipienti, principi attivi, esiste dunque una tale scienza? Esiste in Italia un fronte di pensiero e di pratiche di “nuova musealità” che vanno da Farm Cultural Park di Florinda Saieva, dove vengono aperte scuole di architettura per bambini, al Museo Condominiale di Tor Marancia, dove un condominio attira più visitatori di musei-astronavi del contemporaneo, dall’Ecomuseo Casilino di Claudio Gnessi che assume il territorio come patrimonio culturale comune e lo formatta affinché possa essere elaborato dai suoi stessi abitanti, ai playable museums di Fabio Viola che mette l’incredibile capacità di coinvolgimento delle pratiche di gaming a servizio della conoscenza e del pensiero critico, al Tunnel Boulevard di Christian Gangitano che con l’arte ricartografa la fisionomia urbana sulla base di modelli rizomorfi imperniati su processi territoriali di coesibilità sociale.

Musei, ma come non li avete neanche mai immaginati. Dispositivi culturali che operano al livello di ciò che Husserl chiama la Lebenswelt, il mondo della vita. Geocostruttivismo. Con il suo lavoro, JR dà intensità e consistenza estetica in primo luogo ad un pensiero del “fuori” che ha alimentato le pratiche artistiche degli ultimi venti anni, in secondo luogo ad una ferita etica, “dolorosa, che accumuna tutte le istituzioni culturali italiane e non solo” – proprio come è scritto sul sito di Palazzo Strozzi – che la contingenza pandemica e il lavoro di JR hanno solo mostrato in tutta il suo distruttivo divenire.

La buona notizia è che, come per il Covid-19, una farmacologia è stata fondata ed è al lavoro in tutte le esperienze miracolose sopracitate. Farmacologia che con budget ridicoli e lavoro territoriale riesce a curare le disfunzionalità del rapporto tra cultura e società, arte e pubblico, tra estetica e politica ripartendo dalle istanze di partecipazione e coinvolgimento di una società stanca di esperienze di consumo e desiderosa di risonanze emotive durevoli, di intensità.

JR dice che è una ferita quella su Palazzo Strozzi, e le ferite non si contemplano, si curano.

 

 

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