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Michela Ongaretti

Ormai tutti lo sanno, è un processo irreversibile. La supremazia del digitale costruirà i nostri giorni. Se la pandemia mondiale ha accelerato di almeno dieci anni il processo, c’è stato chi da tempi meno consapevoli ha costruito la sua ricerca artistica sull’interferenza del black mirror. Nicolò Tomaini dipinge la contraddizione dei nostri tempi, materialistica e virtuale al contempo.

Lo schermo del cellulare, con la sua estetica e con la sua usabilità è un filtro che intercorre anche nella fruizione dell’opera d’arte: dall’osservazione dei visitatori nei musei scatta la riflessione pittorica di Nicolò Tomaini. Tra le persone e le opere c’è l’inquadratura di una foto che poi conta sia condivisa, mostrata sui social. Non è il contatto fisico e intellettivo ad avvicinare al capolavoro. Così l’artista nei suoi Loading Portraits accosta due mondi e due visioni, enfatizzando l’ossimoro tra ritratti ottocenteschi recuperati e linguaggi digitali come l’icona del caricamento.

 

Nicolò Tomaini

 

Che non si tratti di un semplice espediente estetico ma un monito verso la direzione evanescente del virtuale lo dichiara la separazione geometricamente insanabile: da un lato una porzione di pittura celebrativa e tradizionale, vecchiotta ma schiettamente descrittiva, fatta di materia costruita dalle pennellate, dall’altro la sintetica impossibilità di compiutezza di senso, una visione di immediatezza inceppata.

La visionarietà distopica non è tuttavia così disturbante; innesca un dubbio sull’identità umana di fronte al controllo, e alla manipolazione comunicativa della macchina, ma è un confronto ancora quasi sostenibile.

Seppure aliena dal giudizio definitivo e più invitante alla riflessione sull’uso della tecnologia, è incalzante l’ingerenza dell’intelligenza artificiale nell’evoluzione dell’opera di Nicolò Tomaini. Nella serie dei Silici l’immagine umana, quella impersonificata dalla tradizione pittorica, perde sempre più terreno rispetto alla macchina.

Lo strumento inizia ad insinuarsi nella raffigurazione, con il suo potere di diventare artefice del suo stesso creatore. I ruoli sono ribaltati con la progressiva supremazia dei codici sorgenti di programmazione, oltre la metà del dipinto prima dedicata solo alla figura.

Il glitch, difetto di sistema non prevedibile dell’era elettronica, si sprigiona invadendo e frammentando con i suoi algoritmi l’immagine, lasciandola in una sospensione eterna che cristallizza l’attenzione sul processo. Per le fonti ispirative di Nicolò Tomaini ricordo la mostra “Tridente”, che nel 2015 collegava l’eredità della Scuola di Piazza del Popolo ad alcune personalità artistiche giovani o più affermate.

L’artista si dichiara molto legato alla scuola romana, che nel testo di Duccio Trombadori introduce storicamente una vera e propria estetica dello schermo. Ma oltre a sentire il passaggio di testimone “tra il tubo catodico e lo smartphone, tra le tele emulsionate di Schifano, la sperimentazione di Tano Festa e Fabio Mauri”, leggiamo nei lavori di Tomaini la passione per Agnetti e Anselmo, per lo scivolamento concettuale della parola, il significato in lotta feroce col significante.

Nicolò Tomaini ha riempito le sale. Ha infatti inaugurato il 22 maggio al Palazzo delle Paure di Lecco l’ultima mostra personale. La sua quasi insostenibile leggerezza del digitale sui ritratti interrotti, dalla tela al Silicio, in uno spazio pubblico e istituzionale fino all’11 luglio.

 

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