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Massimo Bignardi

Lo spazio narrato della pittura

Il collante che, nella pittura di Marco Pellizzola, tiene insieme l’immagine e lo spazio virtuale che l’accoglie, esplicita il tendere dell’artista a rendere percezione l’inesprimibile che abita il suo immaginario. Lo fa, dando forma all’immagine, affinché essa si faccia largo nella nostra visione e, al tempo stesso, si fermi a riflettere sulla cosa, in pratica sul mondo nel quale si cala.

O, meglio ancora, restituisca il senso di una Weltbild, così come nell’accezione heideggeriana, quale moderna, contemporanea visione del mondo. Lo è, in particolare, per le opere realizzate di recente, nei primi mesi di quest’anno, all’indomani di quel tempo sospeso dettato lo scorso anno dalla malattia pandemica che, ancora oggi, ci rende inquieti.

 

 

In tale registro creativo. si iscrivono le opere che danno vita al ciclo “Un Pensiero”; sono dipinti che, sul piano dei medium e della tecnica, recuperano esperienze precedenti, insistendo nuovamente sulla carta da lucido, ma anche sulla tela, la matita grassa, i pastelli, con l’inserimento di minimi interventi, eseguiti con la foglia d’oro.

Dipinti nei quali Marco Pellizzola concentra la sua attenzione compositiva sul profilo, reiterato, di un giovane sul cui capo poggia un uccellino; dunque, un’iconografia che ci indirizza verso l’attualità, facendoci attraversare i territori del simbolico.

In effetti, il ricorso al chiaroscuro, alle sfumature, date con minimi scarti di grigi che, in alcuni punti, si velano di colore, come è per Ancora un pensiero, testimoniano la necessità dell’artista di dichiarare l’identità esistenziale con il proprio presente.

Sono immagini cariche di lirismo, fortemente evocative, che testimoniano il passaggio del tempo, reso esplicito dall’inclinarsi dello sguardo verso la superficie del supporto, lasciando su di essa una figura ben più complessa di quelle che, come sagome, sostavano nello spazio dei dipinti e dei disegni, realizzati fino al 2019. Di tale momento, ne è testimone, per esempio Il bacio della civetta.

Voglio dire che, rispetto alle precedenti esperienze pittoriche, Marco Pellizzola ha coscientemente lasciato allo spazio di fare la sua parte; in pratica, di accogliere la figura nella sua complessità plastica, immergendola in un bagno di luce che avvolge e delinea i tratti somatici, concedendo, al chiaro scuro e allo sfumato della matita grassa, la sua capacità di rendere quella realtà che sfiora il suo sguardo, ma che tocca la sfera dell’essere.

Realtà in senso soggettivo, intesa non quale visione corrispettiva alla concretezza delle cose, bensì come misura di un accesso alla dimensione interiore, con i segni di un dramma che ha tenuto e tiene prigioniera la nostra idea del tempo.

 

Marco Pellizzola
Marco Pellizzola, Notte di San Lorenzo, 2013, tempera e carbone su tamburato telato, cm 120×120. Foto Stefano Ghelfi.

 

Figura di una esperienza gnoseologica, sia dei segni del tempo vissuto, vale a dire della coscienza, sia di quelli che si proiettano al di là del presente, verso il tempo al quale aspira l’arte nella sua funzione che è, auspicava Bauman, quella di “ispirare e spingere le persone a continuare il lungo viaggio verso l’idea di dignità umana”; pensiero che fa da guida al mio approccio all’arte contemporanea.

In fondo, sfogliando rapidamente l’intera esperienza creativa di Marco Pellizzola, scorgiamo quanto in essa vi sia stata sempre la volontà di tenere insieme la vitalità del processo creativo, che è proprio della sua pittura, ben chiaro fin dagli anni dell’esordio e reso evidente nelle opere della fine del primo decennio del Duemila.

Penso a lavori, quali In gabbia e Giocoliere nel vuoto, entrambi del 2008, per i quali ha utilizzato, quale supporto, la carta da lucido e, come medium, la matita grassa e i pastelli, oppure all’ampio e ricco ciclo “Notte di San Lorenzo”, del 2013, che registra declinazioni oggettuali e di videoarte.

Vitalità, mista a una inclinazione caratteriale che ha accompagnato ed accompagna, con una crescente attenzione per il sociale, le esperienze di operatività ambientale che lo vedono tra i maggiori interpreti della scena artistica italiana.

 

Marco Pellizzola
Marco Pellizzola.

 

In tal senso, l’attenzione si sofferma sulle grandi realizzazioni, direi in scala urbanistica che, dal Giardino del Gigante – il parco urbano realizzato a Cento, aperto al pubblico nel 2006, dopo sei anni di lavoro la cui genesi è stata ricostruita da chi scrive, insieme a Enrico Crispolti e a Valeria Tassinari –, agli interventi Porta Celeste, al Parco Nord di Milano del 2008-2009, a L’Ombra del Lupo, per il Parc Gilson a La Louvière, in Belgio, ultimato nel 2014.

Di lì a poco, la Piazza Costellazione, realizzata nell’ambito dell’Expo per la stazione della Metropolitana Rho-Fiera, tra il 2015 e il 2016.

In quest’ultima, come per quelle che Marco Pellizzola ha progettato e realizzato in questi ultimi due anni, per uno degli ipogei dei Sassi di Matera e per il giardino del museo di Pieve di Cento, il tema ci riconduce a quello delle costellazioni, che avevano animato lo spazio pittorico del citato ciclo “Notte di San Lorenzo”.

Operatività ambientale che, attraverso grandi complessi plastico-architettonici, rimette in gioco le relazioni che l’immaginario tesse attraverso la pittura e la scultura, dando a esse una cifra etica, vale a dire di impegno per  il sociale, mirando ad una diretta responsabilità dell’arte contro ogni “sfarinamento” dei luoghi, prospettando nuovi spazi di relazione.

 

Marco Pellizzola, Giocoliere nel vuoto, 2008, matita grassa, chian bianca su carta da lucido, cm 42,5×31. Foto Stefano Ghelfi.

 

È chiaro quindi che i recenti dipinti lascino affiorare il senso di questa responsabilità, offrendosi come luoghi immaginifici di una relazione che l’artista instaura con lo sguardo dello spettatore: una relazione che interpreta la necessità di novità, ossia di un tempo che chiuda ogni retrotopia.

Una prospettiva operativa che conserva la memoria come tempo vissuto, come coscienza che si fa partecipe del presente. D’altra parte, siamo consapevoli, affermava Miró, che il lavoro dell’artista – accogliendo tutti i linguaggi della creatività – traduce “una vita intellettuale che prende tutto”, ossia che si fa grammatica della visione che guarda all’esterno e all’interno del nostro essere; un processo di riconoscimento del sé nel sé collettivo.

 

 

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