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Pietro Guglielmin

Il Palazzo (sur)Reale

 

“Verso i pilastri della foresta/ Verso i fusti della diga/investita in un angolo da turbini di luce”, così recitano gli ultimi versi di “Marine”, di Rimbaud, una poesia che sembra trovare la propria controparte visiva proprio nell’opera di Max Ernst.

 

“Passato forse in sordina rispetto ai colleghi surrealisti ben più roboanti quali Dalí o Bretòn, Ernst si dimostra essere, sul piano pittorico, il più meticoloso sperimentatore del gruppo”.

 

Gli aspetti che rendono questo pittore un autore degno di nota sono molteplici, dalle opere alle sue relazioni con altri personaggi di rilievo. Nato nel 1891 e morto ormai quasi cinque decenni fa, nel 1976, Max Ernst è sicuramente uno dei più curiosi artisti del ‘900.

 

Max Ernst
Max Ernst, La festa a Seillans, 1964, olio su tela, 130 x 170 cm Centre Pompidou, Paris, Musée national d’art moderne/Centre de création, industrielle, © 2022. RMN-Grand Palais / Photo- grapher: Georges, Meguerditchian, © Max Ernst by SIAE 2022

 

Di origine tedesca si naturalizza cittadino prima parigino, poi americano, avendo avuto come moglie la collezionista Peggy Guggenheim. Aderisce al gruppo dei surrealisti dopo aver partecipato a movimenti espressionisti e dada. Passato forse in sordina rispetto ai colleghi surrealisti ben più roboanti quali Dalí o Bretòn, Ernst si dimostra essere, sul piano pittorico, il più meticoloso sperimentatore del gruppo.

 

“Max Ernst era indubbiamente un artista del dettaglio: in ogni sua opera vi è una cura, una minuzia che si può difficilmente trovare in altri artisti a lui coevi”.

 

Si evince infatti la sua origine germanica: le sue opere sono il risultato di una pratica processuale ed analitica, non priva di una certa follia onirica, frutto di un’operazione tanto visionaria, quanto lucida e consapevole. Delle ricche iconografie mitologiche sempre al limite dell’astrazione, surreali appunto, colpisce sicuramente la tecnica con cui esse sono realizzate, sia essa un frottage, una decalcomania o un più tradizionale (ma non per questo banale) olio su tela.

Max Ernst
Max Ernst, Gli uomini non ne sapranno nulla, 1923 Olio su tela, 80,3 x 63,8 cm, Tate, acquisito nel 1960, © Tate, London, 2022, © Max Ernst by SIAE 2022

 

 

Confesso di avere non poche volte dovuto leggere la didascalia per comprendere come alcuni dipinti fossero stati risolti, tanto la tecnica è intrecciata e nascosta dal soggetto. André Castel ha accostato l’opera di Ernst a quella di Bosch, come fosse la reincarnazione del pittore rinascimentale dalla caratteristica iconografia quasi delirante, che si tratti di foreste minacciose e aggrovigliate o dei variopinti alter ego provenienti dal mondo ornitologico.

La semplicità quasi ridicola con cui vengono creati scenari primordiali, abitati da strane creature derivate da ricci di castagne, foglie secche o qualsivoglia oggetto di uso comune, ben restituisce il guizzo creativo dell’artista che non resisteva alla tentazione di mettere su carta (o tela) ciò che colpiva la sua attenzione.

Max Ernst era indubbiamente un artista del dettaglio: in ogni sua opera vi è una cura, una minuzia che si può difficilmente trovare in altri artisti a lui coevi.

 

Max Ernst, L’angelo del focolare, (1937), olio su tela, 114 x 146 cm, Collezione privata, Svizzera, Classicpaintings/ Alamy Stock Photo, © Max Ernst by SIAE 2022

 

Curato da Martina Mazzotta e Jürgen Pech, presso Palazzo Reale di Milano, il progetto nasce dal Comune di Milano-Cultura; è la prima retrospettiva dell’artista tedesco tenuta in Italia.

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