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Pietro Quattriglia Venneri
Paolo Masi, Geometria colore, 2011
Paolo Masi, Geometria colore, 2011

 

 

Da qualche giorno il mitico ABO, al secolo Achille Bonito Oliva, ha creato un incredibile scompiglio nei grandi salotti intellettuali e sulle più eminenti testate giornalistiche affermando quanto in realtà l’arte non esista come concetto in sé ma solo in relazione al sistema (dell’arte) che ne garantisce il suo sviluppo e il suo progresso.

Tale “sistema” sarebbe rappresentato da quella platea estremamente ampia composta da media, collezionisti, musei e critici rispetto al pensiero dei quali l’artista ha l’assoluta urgenza di allinearsi. In tal senso si andrebbe evidentemente incontro a un processo di restringimento totale delle possibilità di manovra del singolo uomo che sente, pensa e realizza una propria visione della realtà che lo circonda.

 

“Paolo Masi è anche un analitico. Ma al contempo è anche uno spazialista, è un ardente ricercatore astratto…”

 

Un genere di deriva, quella che abbiamo appena descritto, che sarebbe del tutto gravida di conseguenze nefaste e che potrebbe portare un certo tipo di intellighenzia verso un periglioso uso della produzione creativa in maniera del tutto trasversale. Ed è qui che, come nella sceneggiatura del più riuscito dei Marvel, il mondo ha bisogno di un eroe, di quel paladino dell’individualità che ruggendo davanti ai sostenitori della dipendenza della creatività dalla società (con annessi i suoi orribili gusti), riesca a ribaltare il tavolo: Paolo Masi, è lui!

La produzione del maestro fiorentino ci insegna in maniera chiarissima quanto, al contrario delle tesi sostenute da una certa tipologia di intellettuali, l’artista debba rivendicare con forza uno spazio di azione personale, all’interno del quale far materialmente convergere la soggettiva analisi del vero circostante. In questo senso mi è parso veramente fondamentale l’ultimo evento espositivo che lo ha visto protagonista in Italia con la mostra “A modo mio” tenutasi presso il DAV di Soresina tra l’ottobre ed il novembre del 2022.

È stata proprio questa l’occasione che mi ha permesso di poter stringere la mano a quella che personalmente ritengo sia attualmente una delle figure più influenti del panorama artistico italiano, Paolo Masi, un uomo con un incredibile carisma intellettuale e una spiccata lucidità che lo porta, alla soglia dei novant’anni, a essere di gran lunga più centrato di chi scrive. Senza dubbio.

 

 Paolo Masi, Senza titolo, 2010
Paolo Masi, Senza titolo, 2010

 

Per certi versi Paolo Masi mi ha ricordato ciò che diceva un altro gigante della pittura italiana, quel Vincenzo Irolli che poco amava gli “-ismi” ma che invece credeva fermamente nell’autenticità della sua ricerca artistica e personale, a volte quasi egoistica.

Per soddisfare quella sadica tendenza, tutta italiana, a dover inscatolare in categorie qualsiasi cosa e soprattutto gli artisti, si dice che Paolo Masi sia un pittore analitico, includendolo in quella fantastica stagione che negli anni ‘70 vede a Firenze un frizzante ambiente artistico.

Paolo Masi è anche un analitico. Ma al contempo è anche uno spazialista, è un ardente ricercatore astratto, è anche scultore con un’urgenza incessante di arrivare a definire una realtà che non ha bisogno di essergli dettata da fuori, da quel sistema così incensato da ABO, ma che gli proviene da un’esperienza personale fortemente influenzata da un livello di sensibilità personale sicuramente non comune nell’essere umano.

In realtà è proprio questo differente modo di sentire a rendere Paolo Masi un uomo e un artista del tutto unico e totalmente inimitabile. Nella sua vita, che per certi versi è lui stesso a definire del tutto scellerata in alcuni momenti, la costante fondamentale della curiosità lo ha portato a livelli di sperimentazione che sono comuni a personalità come Warhol o Schifano.

Negli anni Settanta anche Paolo Masi utilizza la Polaroid, “scattando tombini muri e pavimenti a New York” come nuovo orizzonte di ricerca ma, come ti confessa amabilmente, “E io rispetto a Mario ci facevo dell’altro” con quella marcata cadenza toscanaccia che lo contraddistingue.

Il suo essere persistente nell’uso del cartone, che rappresenta un elemento imprescindibile e autobiografico, lo rende estremamente riconoscibile ed evidentemente diverso da tutto quello che può stargli intorno.

 

Ritratto di Paolo Masi

 

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