Salvatore Montemagno. Il paradosso dell’estraneità

Salvatore Montemagno, La prisonnier, Courtesy l’artista
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Salvatore Montemagno è tra i grandi autori della fotografia artistica italiana, i suoi scatti rievocano la pittura del Novecento, i suoi soggetti dai volti antichi e nostalgici attraggono lo spettatore per l’emotività trasmessa, come fossero dei frame di un film. Le immagini realizzate da Salvatore Montemagno hanno un originale narrazione dove con delicatezza emerge la femminilità inserita in contesti decadenti, una ricerca intimista verso la bellezza e gli abissi dell’anima.

Quando ti sei avvicinato alla fotografia?

Ho incontrato la fotografia tantissimi anni fa, grazie a un collega che ne era appassionato, ricordo ancora il mio primo scatto, fatto proprio con la sua macchina fotografica, dalla finestra del nostro ufficio, realizzai una foto banalissima che ancora conservo! Eravamo ancora nella cosiddetta “era analogica”; tempi difficili per chi come me voleva fare fotografie artistiche e non aveva a disposizione una camera oscura e non poteva permettersi  tanto tempo libero. Le delusioni per risultati sempre poco soddisfacenti  relegarono così la fotografia piano piano a una mia passione secondaria, che mi ha però sempre accompagnato negli anni ma in forma latente, sino all’avvento della fotocamera digitale. La fotografia tramite il mezzo digitale rappresenta l’anno zero per me, ha dato una svolta alla mia ambizione creativa perché mi consente di avere il controllo totale sulle mie fotografie, dallo scatto alla stampa, passando dalla post produzione che reputo una vera e propria fase creativa, fondamentale per la realizzazione delle mie immagini, tanto quanto la fase di scatto, se non di più.

Cosa vuoi raccontare con i tuoi scatti? 

Faccio fotografie perché è una cosa che mi fa stare bene, creo le foto che mi piace realizzare, la mia non è una fotografia documentaristica; è piuttosto una fotografia intimista. Tutti i lavori che produco parlano di me, in fondo, in un modo o nell’altro, anche se la protagonista è una modella; con un approccio molto pittorico, parlo di me, riproduco scene che ho dentro la testa, ricordi, dettagli rinchiusi nella mia memoria. Prima del mio avvicinamento alla fotografia, mi piaceva molto scrivere, scrivevo molto, ma da anni preferisco raccontare e raccontarmi attraverso le immagini. Usare lo stesso le metafore, la sintassi, trovare la luce che rappresenti la parola giusta. 

Salvatore Montemagno, Out of the water, Courtesy l’artista
Salvatore Montemagno, Out of the water, Courtesy l’artista

In ogni tua fotografia insieme ai soggetti emergono luoghi dalle atmosfere antiche, come scopri le location che rappresenti?  

Nella mia fotografia la location è importantissima, ha quasi la stessa importanza del soggetto. La modella è la parte esterna, è ciò che si vede, mentre l’ambiente che la circonda vuole essere un suggerimento di ciò che non si vede, rappresenta la parte interna, è lo stato d’animo esteriorizzato, ha spesso carattere evocativo d’altro. Molto spesso scelgo come location per i miei scatti ambienti tormentati, sofferti, brutti che contrappongo alla bellezza della modella. Si tratta di posti che trovo in vari modi, grazie ai suggerimenti di altri fotografi ai quali chiedo informazioni dopo aver visto dei loro lavori che mi abbiano colpito in modo particolare, altre volte sono posti in cui m’ imbatto per caso viaggiando. Oppure, è successo in alcuni casi,  sono luoghi di cui trovo delle foto navigando in internet. Sfuggo le location da matrimonio, scelgo piuttosto ville abbandonate, zone paludose, antiche dimore nobiliari decadute, pietraie, cave di pietra. Una sola volta ho scattato in una villa adibita a matrimoni, ma ho utilizzato uno stagno semi dimenticato e maleodorante in cui cresceva qualche ninfea. 

Come ti relazioni con i soggetti che scegli per creare le tue immagini?

Quando si fotografano persone entrano in gioco dinamiche che hanno a che vedere con aspetti personali quali la propria sensibilità e capacità di entrare in relazione con altri in maniera positiva e propositiva. Fortunatamente riesco spesso a interagire con gli altri perché lo trovo piacevole. Il più delle volte le modelle con le quali collaboro conoscono già le mie foto e le apprezzano, quindi parto già da una posizione molto vantaggiosa. Dall’altro lato, da parte mia, se ho scelto una modella è perché l’ho voluto, perché la sua bellezza mi trasmette qualcosa purché la trovo adattissima ad interpretare la mia fotografia, perché ha la giusta aria. Realizzare ritratti “artistici” non è come fare un semplice ritratto; è più complicato, nel ritratto classico il fotografo descrive e rappresenta un soggetto, la riuscita della foto dipende solamente dalle capacità tecniche. Il ritratto artistico invece, mi  consente di rappresentare e raccontare qualcosa che esiste nella mia testa, di cui la riuscita dipende sia da me che dalla modella, dalla mia capacità di comunicarle cosa voglio rappresentare e dalla sua capacità di recepirlo e saperlo interpretare. Nel ritratto classico la strada deve farla tutta il fotografo, invece, nel ritratto artistico bisogna incontrarsi a metà strada, ciascuna delle parti può percorrere solo metà della strada.

Salvatore Montemagno, La prisonnier, Courtesy l’artista
Salvatore Montemagno, La prisonnier, Courtesy l’artista

Le tue foto ricordano dei quadri pittorici, delle scene di un film, quali sono le tue fonti d’ispirazione? 

Tutto per me è fonte d’ispirazione, dai film che vedo, i libri che leggo e che ho letto, la musica che ascolto, le persone che incontro e che ho incontrato e quelle che non incontrerò più. Sono come una spugna, assorbo vita, che poi anche in modo non volontario, inconsciamente, riverso nelle mie foto. Ovviamente prendo stimoli e ispirazioni anche da altri fotografi, famosi e sconosciuti, anzi credo che siano più i fotografi che prediligo tra nomi meno noti  (addirittura amici conosciuti sui social) che tra i famosissimi. Amo molto la pittura, adoro Hopper, così come adoro la pittura classica, la luce incidente di Caravaggio, gli ambienti e le donne di Vermeer. Tra i fotografi sicuramente uno che mi ha colpito molto è Gregory Crewdson, anche Elwin Olaf. Tra i nomi meno noti ci sono Dorota Gorecka, Eva Milkonskaya e Remi Rebillard.

Qual è la tua visione della nudità e del corpo femminile? 

Sono affascinato e incuriosito dal corpo umano, soprattutto da quello femminile. Lo trovo straordinariamente bello e trovo che possegga un’emotività e un simbolismo molto potente. Un corpo nudo ritratto in mezzo alla natura, diventa pura poesia, lo senti fare rima con ciò che lo circonda e acquista oniricità. Trovo che la nudità sia un’allegoria del nostro vero io. Il nudo è il modo migliore per descrivere l’identità e le emozioni dell’essere umano in modo autentico, sia nella sua grandezza che nella sua debolezza, senza alcun tipo di travestimento, senza nessuna maschera.

Hai in serbo delle esposizioni dei tuoi lavori?

Una mia mostra personale – Silenzi – Tra la quiete e l’inquietudine – è stata esposta per tutto il mese di febbraio a Iseo, nella Galleria Fiaf del Castello Oldofredi; è stato un bel successo. A inizio maggio dovrei inaugurare una mostra in Sicilia, a Polizzi Generosa, presso la sede della Fondazione PG 5 Cuori di cui è presidente e fondatore lo stilista Domenico Dolce. A settembre invece torno a esporre vicino a un lago, questa volta sul Garda esattamente nelle sale della Fondazione Cominelli di San Felice del Benaco.

@salvatoremontemagno

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