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Emanuele Beluffi

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: sulla locandina di un concerto del 2016 Diamanda Galas ficca i suoi, di occhi, nell’abisso dell’inconscio da un angolo della giungla che Sergio Padovani abita a Modena. Se fosse ancora tra noi e scrivesse un racconto intitolato Visita a Padovani, lo scrittore e giornalista e critico d’arte Giorgio Soavi (padre del regista Michele Soavi) probabilmente parlerebbe proprio di una giungla, come quando nel suo racconto dedicato all’amico pittore Mino Maccari (in Tenero è il mostro, Rizzoli 1977, poi in Il sogno continua, Rizzoli 1982 e Guardando, Einaudi 1991) scrisse di un torchio “soffocato come un Nautilus ai limiti della giungla marina”.

 

Sergio Padovani
L’artista nel suo studio.

 

Soavi descriverebbe con la stessa parola lo studio di Padovani, dove un cavalletto nero, costruito da lui, sta fisso e sussistente “soffocato come un Nautilus ai limiti della giungla marina”, appunto, in una congerie proteiforme e magmatica di creature animali in tassidermia, vasetti in formaldeide, libri, scritte sul muro e fogli appesi e chiavi e croci: le “soaviniane” escrescenze arboree, l’arredo costitutivo dello studio di Padovani.

Lui, i quadri, li fa in realtà più spesso a parete, perché il cavalletto nero lo usa per le opere di più piccole dimensioni, ma il climax da profondità è lo stesso: un basso continuo, come diceva Schopenhauer, risuona idealmente e per suggestione, mentre le note vibrano dalle “cose” che popolano lo studio, accordatori pronti per realizzare l’opera, la sinfonia, il quadro in via di apparizione.

Gli elementi costitutivi sono tutti dei meccanismi individuati e singoli che risuonano, come un contrappunto in musica, rispetto alle idee, pensieri e sentimenti e visioni, simili ad argonauti che brulicano in quell’etere che è la “noosfera” di Padovani, la “terra del pensiero” che si fa azione, anzi pittura. Perché è la “cosalità” delle “cose”, qui, a produrre un suono come un’intro, un opening-to, un preludio al quadro: danno una direzione, sono la freccia che indica il senso dell’opera che sarà, se sarà.

Comunicazione visuale ma anche verbale: i libri, i tanti libri, “cose” fra le “cose” nello studio di Padovani, rappresentano una seconda giungla da scoprire di volta in volta. È lì che cerca, è lì che trova, il senso e la giustificazione di quella “vittima sacrificale” che è la tela. Perché quella di Padovani non è una pittura drammatica, ma piuttosto una ricerca continua. O una scelta continua, come una questione di fede. È il suo stile: la volontà di rinnovarsi sempre, ad ogni passaggio, ad ogni periodo. Ma restando fedele a se stesso, anche. C’è un insegnamento, che a ben vedere è anche un insegnamento per la vita: artisticamente, pittoricamente, non pare aver paura di affrontare l’ignoto, il totalmente-diverso-da.

 

Sergio Padovani
Sergio Padovani, L’inventore di Americhe, 2020, olio, bitume, resina su tela, cm 100×200.

 

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