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Giovanna Lacedra

Arte e violenza da Artemisia a Pippa Bacca

 

Lei fatica a stare in piedi, si appoggia alla poltrona, la veste le cade sulla spalla sinistra. Lui se ne sta immobile, accanto al letto, nella penombra, con le spalle al muro e le mani in tasca. E la guarda. La guarda come un trofeo che non vuole più toccare. La guarda pago della sua stessa brutalità. Siamo nel dopo. Un indumento femminile giace sul pavimento, ai piedi del letto.

La fendente crudezza di una violenza non esplicita, ma intuibile, viene dipinta proprio dal cosiddetto pittore delle ballerine e degli spettacoli al teatro de L’Opéra, Edgar Degas, in un olio su tela dal titolo inequivocabile: Lo stupro.

Stuprare qualcuno vuol dire abusarne sessualmente. Chi subisce uno stupro viene preso con la forza. Viene usato, minacciato, messo a tacere, umiliato nel corpo e nella dignità. Non ha libertà di scelta e soggiace ad azioni che diventano torture.

Nei casi più tragici ed estremi, poi, lo stupro culmina con l’uccisione della vittima, sostanzialmente per il timore che questa possa denunciare. Avviene frequentemente, la cronaca ce lo riferisce. E avviene soprattutto sul corpo e sulla vita delle donne.

Ma in che modo l’arte ci racconta la piaga dello stupro e quanto, in questo caso, la vita dell’artista e la sua opera si intrecciano o coincidono?

Facciamo un passo indietro rispetto alla Parigi di Degas e torniamo in Italia, nella Roma Barocca, durante i primi decenni del Seicento. Qui vive una ragazza, primogenita di cinque figli, orfana di madre ma con un padre pittore.

Si chiama Artemisia Gentileschi ed è considerata la prima donna nella storia a denunciare uno stupro.

Ha un grande talento, vuole fare la pittrice, ma questo nel diciassettesimo secolo non è certo un mestiere da donne.

Orazio, suo padre, la affida a un collega, Agostino Tassi, perché apprenda da lui le tecniche della prospettiva. L’uomo si invaghisce di lei e, stando agli atti del processo, la sera del 6 maggio 1611 la possiede con la forza, deflorandola.

Artemisia ha soltanto diciassette anni e lui – trentenne fascinoso e con precedenti – dopo l’abuso la tranquillizza, promettendole un matrimonio riparatore. A distanza di alcuni mesi, però, si scopre che Agostino è già sposato. A quel punto, con il sostegno del padre, Artemisia decide di denunciarlo al Tribunale della Santa Inquisizione.

Durante il processo la ragazza tollera indicibili torture, senza mai ritirare l’accusa. Grazie a una visita da parte di due ostetriche dimostra la perdita della sua verginità e dunque il Tassi, che pure aveva ingaggiato falsi testimoni, viene condannato a cinque anni di esilio che, peraltro, non sconterà del tutto.

Dopo questo accadimento Artemisia traslerà la sua rabbia e il suo desiderio di rivalsa in opere popolate da eroine storiche e bibliche, colte nel tentativo di sottrarsi a una molestia o nell’atto di vendicarsi del loro oppressore.

Tra le più celebri ricordiamo Giuditta che decapita Oloferne e Giaele e Sisara, realizzate con una tecnica caravaggesca in cui la luce fende l’oscurità teatralizzando la scena. Su queste tele Artemisia dipinge autoritratti en travesti, si immedesima, cioè, nelle protagoniste, che spesso hanno le sue stesse fattezze.

Una in particolare è, a mio avviso, degna di attenzione. Si tratta dell’opera che vede come protagonista Lucrezia, moglie del politico Collatino all’epoca della Roma monarchica. Secondo Tito Livio questa viene abusata da Quinto  Tarquinio, figlio del Re Tarquinio il Superbo, nella sua casa, esattamente come accade ad Artemisia. Ma se la pittrice si ribella e denuncia, Lucrezia capitola e, per la vergogna, decide di suicidarsi, conficcandosi un pugnale nel petto.

 

Stupro
Artemisia Gentileschi, Lucrezia, olio su tela, 1630-1640.

 

La Lucrezia di Artemisia, però, non appare così arrendevole e neppure sembra rivolgere il coltello verso se stessa. Piuttosto, emergendo da un fondale buio, pare direzionarlo verso qualcun altro. Qualcuno che sembra seguire con lo sguardo. La Lucrezia di Artemisia appare inesorabile, come Giuditta o Giaele. O come l’artista stessa che con un coltello, quella sera, aveva tentato di attaccare il suo stupratore.

Nel 1907 la pittrice tedesca Kathe Kolwittz realizza un’acquatinta intitolata Violentata, in cui la protagonista è una contadina riversa a gambe divaricate e piedi nudi in un campo di girasoli. La sua pelle e i suoi abiti sembrano macchiati di sangue, ma lo sguardo su di lei questa volta non è quello del suo carnefice, bensì di suo figlio, un bambino riccioluto che la osserva da sinistra, piegato dalla sua stessa impotenza.

E a proposito di sguardi, nel 1973 l’artista cubana Ana Mendieta decide di rimettere in scena uno stupro realmente accaduto pochi giorni prima nel campus dell’Università dell’Iowa, in cui studia e vive. Una sua compagna è stata abusata e uccisa. Ana ha venticinque anni. Sarebbe potuto accadere a lei. Lo sa. Una tragedia simile non può passare in sordina.

L’azione performativa diventa allora uno strumento di riflessione, un mezzo per ingenerare consapevolezza. Ana invita gli altri studenti nella sua camera, per un evento di cui non svela la natura. Ciascuno di loro arrivando trova la porta dischiusa, ed entrando vede lei, che emerge da un buio caravaggesco, come le eroine di Artemisia.

È nuda dalla vita in giù. Ha gli slip calati sino alle caviglie. I glutei e le gambe sono pregni di sangue. È piegata sul tavolo, coi polsi legati. È silente. Immobile. È carne da macello. Rape Scene è un pugno nello stomaco inevitabile, del quale resta un solo scatto fotografico.

Dalla necessità di denunciare i soprusi agiti sulle donne della popolazione Maya durante gli anni della dittatura, nascono invece alcune performance di Regina José Galindo, artista guatemalteca che ha fatto del proprio corpo un discorso politico. “Perra” in spagnolo significa “cagna”, ed è l’insulto che gli oppressori in Guatemala incidevano sul corpo delle donne di cui avevano abusato. Lo facevano dopo averle uccise.

Durante la sua performance del 2005, intitolata proprio Perra, Regina incide lo stesso insulto nella carne della sua coscia. Lo fa con la lama di un coltello (lo stesso coltello di Lucrezia e Artemisia). Il sangue che fuoriesce da ogni lettera lo rende leggibile.

Un anno dopo realizza Mientres, ellos siguen libres, una performance ancor più cruda, in quanto tratta il tema della violenza sessuale di massa agita su donne incinte, con l’intento di farle abortire. Regina è all’ottavo mese di gravidanza quando decide di realizzare questa azione.

Ascolta le testimonianze di diverse vittime di stupro, poi si reca nelle cliniche dove queste avevano abortito, recupera i cordoni ombelicali di quei feti nati morti e si sdraia nuda, a gambe aperte, su una brandina, usandoli per farsi legare mani e piedi. Come in Rape Scene della Mendieta, anche qui l’immobilità rende ancor più energico quel pugno nello stomaco che si chiama verità.

Chi invece, a dispetto di tutta questa violenza, continuava a nutrire una profonda fiducia nel genere umano era Pippa Bacca, artista milanese e nipote di Piero Manzoni, scomparsa prematuramente proprio durante la sua più celebre performance: Spose in viaggio. Era l’8 marzo del 2008 quando lei e Silvia Moro partivano alla volta di Gerusalemme, affrontando un viaggio che di fatto era una azione performativa itinerante, agita in autostop, indossando per tutto il tempo un abito da sposa.

 

Pippa Bacca durante la sua performance Spose in viaggio con Silvia Moro nel 2008.

 

Durante questo percorso, vissuto un po’ come una missione di pace, le due donne attraversarono la Slovenia, la Croazia, la Bosnia e la Bulgaria. Giunte in Turchia Silvia perse le tracce di Pippa, sino a quando, il 12 aprile, il suo corpo fu ritrovato senza vita. L’ultimo autista che le aveva dato un passaggio l’aveva stuprata e strangolata.

È stato qui che atrocemente, brutalmente, dolorosamente, l’arte è coincisa con la vita. Una vita strappata via proprio a chi desiderava dimostrare al mondo quando il bene fosse, invece, più potente della crudeltà.

 

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