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Christian Gangitano

Intorno e dentro alla street art, nella sua concezione attuale come elemento di rigenerazione urbana, c’è parecchio caos, con mezzi di informazione, disinformazione e social network che generano in loop una forte confusione, riunendo sotto un’unica voce pratiche ormai molto diverse tra di loro.

Nel calderone denominato Street art o Graffiti, infatti, troviamo già diversi concetti intorno ai quali gravitano nello spazio e nel tempo subculture e controculture urbane, azioni commerciali che vanno dallo storytelling pubblicitario al puro e bieco sciacallaggio, interventi e azioni di rigenerazione urbana portate avanti con minore o maggiore consapevolezza, richiami al degrado urbano da sistemare, oppure pratiche ormai obsolete di “controllo del territorio”.

Con questo contributo vorremmo fare un po’ di chiarezza in materia di Street art per la rigenerazione urbana, con tavoli aperti in diversi Comuni delle principali città italiane e con diversi “attori” coinvolti, tra operatori del settore, artisti, rappresentanti delle istituzioni, enti no profit e cittadinanza attiva: su tutti, come esempio di buone pratiche, annoveriamo Milano, Torino, Ravenna, Firenze, Genova, Roma, Napoli, Messina, ma anche piccolissimi centri come Bonito in provincia di Avellino o il borgo ligure di Vallecrosi.

In ogni città e municipio troviamo diverse regole e approcci, modalità di intervento nei territori che sono finalmente parte delle attività di auspicata sinergia tra comuni, territori, cittadini, artisti e operatori del settore, denominati “patti di collaborazione”.

La prima doverosa distinzione va fatta, quindi, tra operazioni di “rigenerazione urbana” partecipata tra artisti, pubblica amministrazione e istituzioni, cittadini e quartieri e, al contrario, attività che vengono “calate dall’alto” come astronavi di un’invasione aliena in stile Mars Attacks, che portano murales (a volte capolavori, a volte accozzaglie di brutti dipinti) ad apparire d’emblée su grandi facciate cieche di palazzi o su lunghe murate, spesso troy horse per banali operazioni di comunicazione e di advertising per brand commerciali, spesso anche per solleticare l’ego degli artisti, a volte per interessi personali o mancata lungimiranza e poco senso dell’arte pubblica da parte di alcuni organizzatori e artisti.

È proprio in questo momento di maggiore attenzione che urge distinguere tra pratiche di rigenerazione urbana nate “dal basso” e operazioni commerciali o speculative, tra riqualificazione dello spazio pubblico e operazioni di rigenerazione, che risultano quelle più difficili da valutare e decifrare, in bilico tra logiche di acritica esaltazione e attacchi di denigrazione, tra pubblicità sui muri spacciati come “abbellimento” di facciate cieche o beceri intenti speculativi in linea con la gentrificazione in atto in molti territori, e, invece, interventi virtuosi realizzati in un’ottica di committenza di comunità.

 

arte urbana
Tellas, Mimesi, E.P.ART Festival, Largo delle Terme Gordiane, Roma. Courtesy ©Luisa Fabriziani.

 

Negli ultimi anni ci siamo abituati a osservare nelle nostre città molte strade che mutano il proprio aspetto, con una vivace esibizione di opere d’arte en plein air sulle facciate cieche dei palazzi, su vertiginose infrastrutture o sotto tetri sottopassaggi periferici, o addirittura sugli anonimi blocchi in cemento armato dei cavalcavia. È la diffusione, ormai generalizzata, della Street art o, come la chiamano attualmente gli addetti ai lavori, Urban art. Si tratta di interventi, nelle metropoli o nei piccoli centri, che producono arte effimera, pubblica e accessibile a tutti, in perpetua evoluzione perché perfettamente allineata ai mutamenti urbanistici, socio-demografici e culturali in atto.

Siamo giunti a un bivio, a uno stadio evolutivo della Street art che ci pone davanti a scelte non facili e di fronte a un dibattito, a tratti “fratricida”, in corso tra gli addetti ai lavori, che vale la pena di condividere pubblicamente. Da un lato c’è infatti chi (come me) ritiene che le operazioni di vera rigenerazione urbana siano quelle partecipate “dal basso”, capaci di innescare collaborazione e co-progettazione tra artisti e cittadini, insieme agli enti pubblici che li amministrano; dall’altra, una fazione di duri e puri che credono che la “vera” Street art sia solo illegale, che non si deve vendere a chi criminalizza le espressioni urbane spontanee; dall’altra parte ancora, infine, una masnada dove conta solo l’ego (di nomi più o meno celebri) che cercano le facciate con maggiore visibilità solo per soddisfare la propria autostima, spesso con aziende e sponsor alle spalle, senza interesse a intessere relazioni e co-progettazione con chi questi luoghi li abita.

A voi l’ardua scelta e sentenza: è giunto il momento di prendere posizione, senza più tergiversare e procrastinare con facili ipocrisie, per scegliere quale sia l’arte urbana che oggi abbia più senso, tra rigenerazione, opere dell’ego o di controllo territoriale o addirittura solo becera speculazione.

 

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