C’è un punto, nella vita di un artista, in cui la musica smette di essere un semplice accompagnamento e diventa una specie di geografia segreta. Accade anche a Damien Hirst, che spesso viene raccontato attraverso i suoi squali sospesi, i diamanti, le sale bianche dove la vita e la morte sembrano parlarsi da una porta socchiusa.
Ma se si abbassa per un istante il volume del clamore mediatico, resta il battito sottile della musica che ascolta: un paesaggio fatto di Beatles, Bowie, punk e improvvise planate nell’elettronica meditativa dei nostri anni.
Tutto comincia con i Beatles, come fosse un’infanzia di suoni puliti e melodie ingenue, quelle che ti entrano in tasca senza fare rumore. Per Hirst, è una prima forma di ordine: una musica che mette al mondo una promessa, come il bianco di una tela ancora da rovinare.
Poi, quasi inevitabile, arriva il punk. Entra come una scheggia, spezza la linea morbida dei primi ascolti, e trasforma il suo immaginario in qualcosa di più feroce, più urgente. C’è una somiglianza evidente tra il punk e certi suoi lavori: un gesto che non chiede permesso, un colpo di martello che diventa estetica.
David Bowie è un pianeta a parte, una costellazione che Hirst torna a osservare ciclicamente. Lo affascina quella capacità di essere sempre altrove, di moltiplicarsi in identità senza mai cedere al caos. Bowie gli offre una bussola nel disordine, un’idea di trasformazione che non ha bisogno di spiegazioni: semplicemente accade, come una metamorfosi naturale.
Più tardi, nelle giornate di studio in cui dipinge chiuso dentro la sua concentrazione febbrile, Hirst alza il volume del rapper londinese Kano. È un’energia diversa, urbana, tagliente: una musica che non fluttua, ma cammina. È come se gli servisse un ritmo per non perdersi, una battuta regolare che tenga il tempo mentre lui organizza colori, gesti e intuizioni.
E poi c’è l’altro versante: l’ambient, le composizioni sospese di Max Richter, che sembrano fatte di aria immobile e luce liquida. Quelle musiche entrano nei suoi lavori come una corrente sotterranea, una lentezza consapevole che equilibra l’impulso istintivo del punk. Sono melodie che non chiedono attenzione ma la ottengono, e risuonano nelle stanze dove Hirst pensa, sbaglia, ricomincia.
Di tanto in tanto spunta anche il soul levigato di Leon Bridges, come una parentesi di eleganza inattesa, e i ritmi giamaicani che ascolta grazie ai figli, a ricordargli che l’arte, e forse la vita, non procede mai in una sola direzione.
Così, se si potesse vedere la musica che attraversa Damien Hirst, apparirebbe come una mappa disordinata, ma coerente: un filo che unisce Londra, le camere della sua giovinezza, le gallerie, gli studi di registrazione, i bar rumorosi, i silenzi notturni. E in mezzo, come un’unica linea continua, l’idea che ogni suono, dal più delicato al più brutale, è soltanto un’altra forma di guardare il mondo.
Una forma che, a modo suo, dipinge.
Immagine di copertina: Punkies en la estación de tren de Miranda de Ebro, 2011. Ph. Zarateman – CC0 1.0 Universal
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