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Alessandra Redaelli

Ve lo ricordate il signore delle mosche? Quello che sbatteva gli squali in formaldeide e li vendeva a 12 milioni di dollari, scatenando lo sdegno generale? Ma sì, certo. Lui. Lo stesso che tagliuzzava i bovini per il lungo per farci passeggiare tra i loro visceri come tra due quinte. Oppure che di quei bovini prendeva la testa, la spiccava dal resto (la spellava anche, a volte, ma non sempre) e poi stava lì come un bambino curioso a contare gli insetti che ci si posavano sopra. Ve lo ricordate? Ecco: dimenticatevelo.

Oggi Damien Hirst è un altro uomo. L’avevamo lasciato tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia. Era il 2017. E nonostante ai Giardini e all’Arsenale andasse in scena una Biennale insolitamente sensuale e colorata, Damien dominava la laguna con una personale kolossal, pensata come un ritrovamento archeologico e godibile come un parco di divertimenti. Oro, giada, marmi a profusione che nemmeno un cimitero, incrostazioni preziose e squisiti giochi concettuali lo incoronavano lì il più esibizionista tra gli artisti viventi.

Ma lui, sotto sotto, doveva essere già esausto. Dieci anni di lavoro indefesso, a gestire maestranze come un capocantiere, a progettare senza sosta, aspettando però a volte tempi infinitamente lunghi (anche due anni, racconta) per vedere un pensiero trasformarsi in realtà. Insomma, un’impresa tale da far stramazzare anche il nostro solido ragazzone borchiato.

 

Damien Hirst
Damien Hirst, Renewal Blossom, 2018. Photographed by Prudence Cuming Associates. ©Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2020.

 

 

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