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“Un atto politico, ribelle, collettivo”. In dialogo con Giulia Ronchi

Giulia Ronchi, New York - Courtesy Giulia Ronchi, ph credit Francesca Magnani
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Galeotta fu Cavalese e una conviviale conversazione fra le sale del suo Museo di Arte Contemporanea. Qui nacque l’idea di mettere in dialogo i lettori con Giulia Ronchi, importante voce del panorama culturale internazionale. Con il suo lavoro quotidiano alla direzione di exibart, e con l’impegno nelle tante attività in cui è coinvolta, Giulia percorre una coerente linea di pensiero attenta alle minoranze e aperta a una generosa volontà di divulgazione.


Sei nata a Pesaro e ti sei formata professionalmente a Milano. Quali pensi siano i passaggi chiave del tuo percorso lavorativo sia nell’ambito dell’editoria sia in quello della ricerca culturale?

In un percorso professionale così inconsueto, ogni incontro spalanca potenziali prospettive su scenari inaspettati. Ho lasciato nel 2010 la città in cui sono nata per trasferirmi a Milano, ancora oggi la mia casa, con il grande desiderio di studiare e raccontare l’arte contemporanea, al tempo quasi assente in provincia. Una scelta percepita da molti con scetticismo, quasi una follia. Eppure le cose hanno cominciato a prendere forma: le prime collaborazioni con i giornali di settore (paradossalmente il primo fu proprio exibart!), lo stage all’interno della redazione di Flash Art con Giancarlo Politi, i primi incarichi, le prime interviste, le prime trasferte, tutto ciò dava senso al pensare e al fare. Sono stati anni di scoperte e lavoro intenso, anche fuori dai confini di settore: per diverso tempo mi sono occupata di rubriche e articoli per le testate di Elle, Elle Decor, Marie Claire, Esquire, parlando di cultura e empowerment femminile a un pubblico generalista, di non addetti ai lavori. Imparare a cambiare il punto di vista e rivolgersi a disparati lettori è stata una lezione che ancora oggi porto con me. 

Sempre a Milano ti sei laureata con la tesi “Dagli anni Settanta al Web: quattro casi di riviste d’arte in Italia”. Quale pensi sia lo stato attuale dell’editoria nel mondo dell’arte e quali orizzonti vedi per il settore?

Occuparsi oggi di editoria d’arte significa avere una consapevolezza profonda della natura variegata della comunicazione. Il web ha aperto scenari inediti e ha reso questa professione molto più sfaccettata rispetto anche a soli vent’anni fa. La pluralità è all’ordine del giorno, e unisce la velocità della notizia, la necessità dell’approfondimento su temi di interesse generale, la facilità del clickbait da cui mettersi in guardia, le regole del linguaggio digitale, le meravigliose potenzialità della carta che persistono, la pervasività dei social, l’impatto delle immagini. E la lista potrebbe essere ancora lunga. Sono tutte regole non scritte del giornalismo culturale che si apprendono sul campo. Nella mia ricerca di laurea ho voluto analizzare lo storico passaggio dal cartaceo al web, ma oggi viviamo un tempo di compresenza in cui a contare è la definizione dell’identità. Penso che la sfida per le realtà future sarà quella di tenere insieme una diversità di linguaggi, dalla carta al video, tenendo insieme livelli qualitativi alti e presupposti di partenza.

Poco meno di tre anni fa diventavi direttrice responsabile di exibart. Presentandoti ai lettori, proponevi di rendere la testata un organismo trasversale e libero, consapevole di essere immersa in un momento storico fatto di transizioni e inquietudini. Oggi, quali obiettivi hai raggiunto e quale futuro immagini per exibart?

In questi anni ho visto exibart evolversi e sprigionare le sue potenzialità. Il cartaceo si è “alzato” (anche fisicamente) con una brossura e un restyling grafico, acquisendo il peso e l’impatto che merita; i social hanno visto diversi accorgimenti che li hanno resi più coinvolgenti e ragionati, soprattutto sul canale Instagram, oggi vetrina di tante notizie; nella stessa direzione è andata la newsletter che i lettori ricevono quotidianamente nella propria casella mail; la recente apertura del canale TikTok e la partnership con Grandi Stazioni hanno reso la presenza di exibart sempre più diffusa, dallo schermo dello smartphone a quello della banchina su cui si aspetta il treno. Abbiamo poi avviato la serie di video interviste Fuori Tema interrogando personaggi oltre i confini delle arti visive. Il lavoro sul sito web procede quotidiano e incessante per raccontare il mondo dell’arte e della cultura con attenzione e sensibilità. Importanti investimenti economici, di tempo e lavoro hanno permesso di andare verso una struttura sempre più articolata e consapevole. Sono i risultati di un percorso che mi sembra lungo e allo stesso tempo breve. Mi ripeto spesso che spero di essere sempre all’inizio di un cammino, conservando l’entusiasmo degli inizi e guardando verso un orizzonte di nuove visioni.

Nel tuo ambito di ricerca culturale e professionale appare fondamentale l’impegno per la difesa dei diritti e una coraggiosa discussione sui temi di più stringente attualità. Come sviluppi queste tematiche all’interno del tuo quotidiano ambito di lavoro?

Da lungo tempo coltivo un interesse, anche di studi privati, su tematiche femministe e LGBTQIA+. Ciò che mi interessa è la rivendicazione di voci minoritarie che spesso non trovano ascolto nella narrazione ufficiale. Nell’arco di pochi anni questi temi hanno riscontrato fortune alterne: quando ne scrivevo prima dello scoppio del movimento #metoo, erano ancora relegati a un pubblico specifico; dopo il 2018 hanno trovato una consapevolezza sempre più diffusa tra ricerche artistiche e manifestazioni culturali, per poi ripiombare qualche anno dopo in un clima di ostilità diffuso. Il dibattito si è polarizzato e i toni sono inaspriti. E in questo hanno un ruolo anche i social, in cui non è raro trovare espressioni violente e livorose. Ai diritti civili oggi si aggiunge anche la necessità di trattare questioni in cui la geopolitica entra a gamba tesa: dagli effetti trumpiani sul sistema della cultura americano alle iniziative a sostegno della Palestina, tutto concorre alla lotta contro la repressione del dissenso. E va raccontato. 

Il mondo dell’arte è un universo complesso, apparentemente elitario. In che modo è possibile raggiungere, e sensibilizzare, il grande pubblico?

Il mondo dell’arte racchiude un’infinità di situazioni, dall’istituzione all’artist-run space, dal museo della metropoli alla realtà sperimentale del piccolo borgo di provincia. Pur nella grande diversità tutti sono portatori di storie umane, avventure professionali e vicende intellettuali. Raccontare tale complessità è la grande sfida, che necessita di occhi e menti attenti e diffusi. Negli ultimi anni si sono ampliate notevolmente le fila dei collaboratori esterni che hanno deciso di collaborare con noi; differenti tra loro per generazione, provenienza geografica e interessi, sanno raccontare mostre e accadimenti culturali del territorio con sguardo autoriale e autorevole. Questo ci permette di pubblicare con costanza punti di vista personali ed esperienziali con un taglio chiaro e di alta qualità: oltre alle tante evoluzioni citate prima, penso che questo sia un punto di partenza essenziale per coinvolgere anche nuovi lettori.

Il calendario della stagione autunnale entra nel vivo: puoi consigliare una mostra da non perdere e un artista da seguire con attenzione?

Il calendario artistico che apre la nuova stagione è intenso e vivace. Per una drammatica coincidenza, le due più importanti manifestazioni, La Biennale Arte di Venezia e la Quadriennale di Roma, esporranno mostre frutto del lavoro di curatori che non sono più tra noi, ma che hanno lasciato, in modi diversi, eredità importanti in cui potremo immergerci tra l’ultima parte del 2025 e la prima del 2026. Restando sul versante italiano, la Quadriennale promette un’edizione densa di artisti, emergenti e non, che negli ultimi anni hanno espresso istanze di cui la narrazione contemporanea necessita. Suggerirei di andare a cercare lì.


Immagine di copertina: Giulia Ronchi, New York – Courtesy Giulia Ronchi, ph credit Francesca Magnani


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