Incarto è una nuova residenza artistica che conduce alla scoperta del secolare rapporto fra Colle di Val d’Elsa e la produzione della carta narrando la storia manifatturiera del territorio attraverso i linguaggi della nostra contemporaneità.
Realizzata a cura di Ljuba Ciaramella, in co-progettazione con Giacomo Baldini, direttore dei musei civici di Colle di Val d’Elsa, e l’artista Jonathan Colombo, questa prima edizione coinvolge anche l’artista Stefano Cavaliero e culmina con la performance Major Pant Pace, realizzata durante il mercato cittadino, in occasione della quale siamo entrati in dialogo con la curatrice.
Come nasce il progetto Incarto e come dialoga con il territorio?
Il progetto Incarto nasce durante una conversazione con il direttore dei musei civici di Colle di Val d’Elsa, Giacomo Baldini, e l’artista Jonathan Colombo. All’inizio volevamo proporre un progetto che coinvolgesse la cittadinanza ma non sapevamo ancora in che modo; poi Jonathan ci ha raccontato di una performance realizzata con Stefano Cavaliero, qualche anno prima, intitolata “103 volte”, che indagava i cortocircuiti del linguaggio attraverso la carta. Da questa suggestione è emerso il tema della carta, un elemento forte che si lega alla storia stessa di Colle di Val d’Elsa, attiva come produttrice cartaria dal Medioevo fino all’inizio degli anni Duemila (l’ultima cartiera ha chiuso intorno al 2013 e produceva carta da imballaggio).
Il rapporto con il territorio risiede quindi nel tema stesso: sebbene Colle sia stata una grande produttrice cartaria, questa memoria storica è rimasta sospesa nel tempo. Oggi molte di queste cartiere sono in stato di abbandono e gran parte della memoria orale rischia di andare perduta. È qui che si inserisce Incarto, una residenza che, attraverso la costruzione di un archivio di memorie e di comunità, vuole indagare la memoria storica della città per riattivarla grazie all’arte contemporanea.
In una contemporaneità sempre più lontana dal rito, scegli di sviluppare un progetto legato alla pratica della co-progettazione.
La co-progettazione nasce con il presupposto di creare un raccordo tra le varie associazioni del territorio e le istituzioni museali, così da creare una rete solida e un museo sempre più aperto ad attività e ricerca. Ho sempre pensato che il punto di partenza per la costruzione della residenza fosse il dialogo tra me, le istituzioni, il museo, gli artisti e la cittadinanza, che volevo fosse parte attiva del progetto e credo di essermi mossa sempre in questa direzione.
Ho sempre creduto che la residenza e l’arte fossero un ottimo modo per riparlare della carta a Colle, aprire nuovamente le porte della ricerca e coinvolgere chi attivamente ha contribuito non solo alla produzione ma alla conservazione della memoria. L’idea dell’archivio di comunità è quello che mi ha guidato nella raccolta delle testimonianze e nel dialogo istituzionale.
Questa prima edizione ha dato vita a un archivio di ricerca carico di testimonianze ed esperienze. Quali idee hai per il futuro di questo progetto?
L’idea dell’archivio è nata in concomitanza con lo sviluppo della ricerca, in quanto a mano a mano che la ricerca andava avanti è stata sempre più evidente la necessità di documentare i racconti, le storie e le memorie che le persone ci raccontavano. Inoltre, mi rendo conto che alcune di queste testimonianze sono preziosissime, come l’incontro con Enrico Belluomini, l’ultimo cartaio vivente della città, con cui abbiamo avuto un dialogo molto lungo e gentilmente ci ha portato a visitare la sua cartiera, Le Nove, che conserva ancora macchinari e vasche per la macerazione della carta. La cosa che ci ha più colpito è una parte intera di detriti di lavorazione della carta che durante la pestatura sono schizzati sulle pareti, stratificandosi nel tempo. Queste esperienze e questi incontri sono stati fondamentali per conoscere meglio questa memoria collettiva e mi hanno portato a pensare quanto sia importante che queste parole e queste immagini che ormai appartengono a un altro tempo siano ancora ascoltabili e visibili oggi. Quindi, oltre che a voler lanciare la prossima edizione attraverso una call pubblica, l’idea dell’archivio di comunità si fa sempre più solida anche grazie al lavoro fatto con Jonathan e Stefano con la performance di conclusione della residenza, Major Pant Pace, che risponde con ironia e poesia alla distruzione tecnologica dei libri rari da parte dell’IA e del progetto dell’azienda Anthropic. Ispirandosi alle antiche cartiere, i due artisti usano due macchine da scrivere collegate da un unico rotolo di carta: il primo digita estratti di libri, mentre il secondo sovrascrive un codice per nasconderli. In questo processo meccanico l’errore umano diventa inevitabile, inceppando il sistema e facendo riemergere frammenti di testo. La cancellazione digitale viene così sabotata da un nuovo, imprevedibile linguaggio che trasforma la carta in un potente strumento di espressione e memoria contemporanea.
In quest’ottica vorrei che la residenza, oltre che a ospitare artisti per lavorare sul territorio, fosse il contenitore metodologico e lo strumento operativo sul campo che si configura come un laboratorio d’innesco in cui gli artisti invitati sono intesi come catalizzatori capaci di trasformare la memoria in un oggetto vivente.

Come si sviluppa la tua pratica curatoriale e quali credi siano oggi gli ambiti di ricerca che più incidono sul nostro futuro?
Sono sempre stata affascinata dai progetti per la comunità, soprattutto da quelli che lasciano una traccia nel territorio o che coinvolgono la memoria collettiva della cittadinanza. Non ho pensato specificamente a una singola pratica, ma ho seguito il mio sentire, lasciandomi guidare anche da ciò che emergeva durante i tre mesi di residenza. Naturalmente ho dei riferimenti: penso al lavoro del drammaturgo Giuliano Scabia e al progetto Gorilla Quadrumano, che ha coinvolto i cittadini dell’alta Emilia attraverso la rappresentazione e il recupero di racconti popolari. Scabia e il suo gruppo di studenti di Drammaturgia 2 del Dams di Bologna hanno dapprima recuperato i racconti popolari che si tramandavano nel “teatro di stalla” (una tradizione ormai in disuso) per poi studiarli e rappresentarli in vari paesi emiliani. Tutto questo lavoro è stato un processo di costruzione collettiva tra il gruppo e gli abitanti, a cui è stato chiesto di partecipare attivamente sia come uditori sia come costruttori. Questo esempio mi ha guidato e ispirato nel costruire qualcosa che potesse coinvolgere la città e i cittadini, recuperando una memoria che si stava spegnendo per attualizzarla attraverso le pratiche artistiche.
Cosa credi abbia prodotto questa Edizione Zero del progetto?
L’Edizione Zero ha dimostrato come la pratica curatoriale e la produzione artistica site-specific possano attivare dinamiche di rigenerazione urbana e inclusione sociale, configurando laboratori temporanei di co-creazione e dialogo con la comunità locale. Ho sempre cercato di lavorare a stretto contatto con le realtà che avevamo coinvolto e allontanando l’idea che la curatela fosse solo un’attività lineare di selezione artistica o indirizzamento all’opera finale.
Ho cercato di agire in modo generativo ed ecosistemico, coordinando la produzione di nuova conoscenza attraverso la co-scrittura e la risignificazione della memoria collettiva. Questo però non sarebbe stato possibile senza le collaborazioni e la partecipazione del Comune, di Giacomo e quindi dei musei, degli studiosi, delle persone coinvolte, delle associazioni e degli artisti.
La relazione con chi abita i luoghi e li conosce in prospettiva storica è una cosa importante all’interno della progettazione di una residenza?
Penso che sia la cosa più importante, anche perché senza la comunità non esisterebbe l’archivio di testimonianze su cui stiamo lavorando. In fondo, l’arte ha bisogno di essere vista per esistere, soprattutto se parla della storia di un territorio; non ho mai pensato a questo progetto come a un’astronave che atterra in un luogo, lo analizza, lo elabora e se ne vola via. Al contrario, vorrei creare laboratori permanenti sulla carta dedicati alle scuole oltre che far dialogare gli artisti con le persone e gli storici locali. Il mio desiderio è che il Museo di San Pietro faccia da connettore: non un contenitore vuoto, ma un organo vivo e attivo per tutti. Stiamo lavorando proprio in questa direzione, sperando che tutto ciò possa concretizzarsi e lasciare qualcosa che la cittadinanza stessa possa poi portare avanti in autonomia.
Che tipo di memoria genera il progetto Incanto?
È una domanda fondamentale che ci siamo posti anche noi. Il nostro obiettivo è restituire alla collettività una memoria dimenticata, cogliendone però le diverse sfumature: l’odore, il rumore, i ricordi personali e le ricerche di settore si riferiscono a un unico tema – la produzione cartaria – ma attraverso infinite declinazioni. Pensiamo alla carta come supporto che tramanda la storia attraverso la scrittura, ma anche come materia viva per creare opere, maschere e oggetti. L’insieme di queste interconnessioni si rivela un antidoto efficace contro una narrazione unica e monolitica; un risultato che il linguaggio artistico contribuisce a rendere ancora più tangibile. Sento che questo tipo di lavoro mi spinge sempre di più a guardare forme di storia che non rientrano nelle narrazioni ufficiali, quindi private, non classificabili, andate perdute ma che sopravvivono nelle architetture delle cartiere ancora visibili, nella memoria dei pochi che le hanno viste attive o negli storici che continuano a fare ricerca incarnandosi nella pratica artistica. Il mio intento non è quello di costruire una verità più oggettiva, ma creare una relazione tra l’oggettività della storia e l’esperienza soggettiva; in questo l’arte è in medium perfetto: propone un’esperienza soggettiva e personale che elabori e trasformi l’oggettività della storia.

Restando nel contesto della soggettività, ripenso alla testimonianza di Enrico Belluomini
L’incontro con Enrico è stato intenso e molto istruttivo. Ci ha personalmente portato nella sua cartiera, ormai in disuso, e ci ha mostrato tutti i vari processi produttivi. I macchinari che lui usava sono ancora per la maggior parte lì; si sentiva ancora il suono dell’acqua, che scorre sotto e che muoveva la ruota che attiva i macchinari tutt’oggi ancora nella posizione originaria. Il nostro incontro è stato interamente documentato perché ci siamo resi conto dell’importanza che aveva per noi ma anche per la comunità stessa. Enrico è stato molto gentile e si percepiva la sua grande passione per questo lavoro, nonostante fosse stato molto duro e faticoso. La sua storia è la storia di tante generazioni di persone che a Colle hanno prodotto e mandato avanti questa tradizione; lui è ancora vivo per raccontarcela e non potevamo non avere a cuore la sua testimonianza. Sicuramente lo rincontreremo, così come anche i fratelli che abbiamo conosciuto durante la presentazione al Museo San Pietro per la fine della residenza. Vorremmo anche cercare di mettere insieme materiali fotografici e documenti che appartengono a Enrico e alla sua famiglia, con l’obiettivo di renderli accessibili a tutti e poter essere attivati dagli artisti in residenza.
Spostiamoci a Jonathan Colombo e Stefano Cavaliero: come si sono relazionati con il territorio?
Jonathan e Stefano sono stati fondamentali per costruire l’Edizione Zero. Insieme siamo andati a conoscere gli storici locali, in biblioteca a consultare ricerche e archivi storici, a vedere le cartiere, a parlare con le persone e le attività della città. Abbiamo studiato insieme ed esplorato un campo anche per me nuovo. È stato un cammino condiviso ed è stato essenziale per gettare le basi per ciò che sarà la residenza futura.
Torniamo a Colle di Val d’Elsa, in che modo ha caratterizzato la residenza e il tuo lavoro?
Molte cartiere oggi abbandonate, come La Buca, Le Vene, Il Moro e Le Nove, hanno ancora al loro interno macchinari e vasche, oltre all’impianto idrico. Penso che attraverso la residenza si possano aprire spiragli su storie che sono state dimenticate, per poter ritornare a parlare delle cartiere e della carta, tenendo presente come mai oggi questo tema sia così attuale e come la ricerca artistica possa riattualizzarlo a favore dell’identità del territorio.
Colle è la città dove sono cresciuta, ma non ero mai entrata in una cartiera, ne avevo mai parlato con qualcuno che avesse memoria della loro attività. Da questa esperienza ho sicuramente capito meglio dove vorrei continuare a volgere il mio sguardo, in quali direzioni portare avanti un discorso artistico che guarda alla comunità. Non ho mai pensato alla curatela come qualcosa di fisso, unificante e distaccato, quanto invece a qualcosa che sia mobile, molteplice e che unisca. Io in primis ho avuto l’esigenza di essere partecipe a tutte le fasi del processo, non solo alla realizzazione dell’opera finale e questo mi fa pensare che la mia idea di curatela sia quella di riuscire ad unire la parte organizzativa di un progetto con la voglia di entrare sempre più dentro alla storia di un luogo attraverso il medium artistico.
Incarto – Residenza artistica (Edizione Zero)
a cura di Ljuba Ciaramella
con gli artisti Jonathan Colombo e Stefano Cavaliero
Colle di Val d’Elsa, 2026
Immagine di copertina: Ljuba Ciaramella – Courtesy Ljuba Ciaramella
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