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Duccio Trombadori

Sono diventato amico intimo di Gino De Dominicis a Venezia durante la Biennale del 1990. Non ci siamo più separati fino al giorno della sua morte. Quasi ogni giorno andavo a trovarlo nello studio dove operava e abitava nel cuore di Roma. La sera uscivamo assieme e tiravamo fino a tardi per trattorie e locali di cui era affezionato avventore.
Gino De Dominicis non amava i critici d’arte, li considerava figli di un dio minore capaci di fabbricare castelli di parole e perlopiù incapaci di plasmare le opere. Li teneva lontani dal suo mondo con poche eccezioni.
Accettò di pubblicare i suoi pensieri in forma di dialogo tra me e lui, dal titolo Promemoria di fine secolo, sul catalogo della XII Quadriennale d’Arte di Roma (“Ultime Generazioni”, editore De Luca, 1996). Quel colloquio sulla contemporaneità contiene quanto Gino De Dominicis aveva da dire in fatto d’arte e costituisce punto di riferimento per chi ne studia l’opera. Gino è morto a cinquantuno anni, fine novembre del 1998. Su Roma e nel mondo dell’arte si è spento un faro di cui si avverte ancora il vuoto.

 

gino de dominicis
La Tomba di De Dominicis realizzata dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2018 per Eternity, cimitero (con)temporaneo degli artisti, progetto nato da un’idea di Maurizio Cattelan e del direttore dell’Accademia Luciano Massari.

Dell’ amicizia con Gino De Dominicis e della nostra convergenza umana e morale vissuta nell’ ultimo decennio del Novecento ho offerto un resoconto con il libro De Dominicis amico pittore, Storia e cronistoria di un sodalizio, pubblicato dall’editore Maretti nel 2012. Da quel tempo non è cambiato nulla riguardo ai pensieri, ai problemi di
estetica e critica che l’amicizia e la frequentazione di Gino De Dominicis suscitarono allora in me, come non è cambiato nulla rispetto all’ influenza che egli ebbe sulle cronache e sulla situazione artistica italiana di quegli anni.
Per questo motivo rinvio chi lo desideri alla lettura del libro.
Sono più di venti anni che l’amico è mancato. La sua virtù originale consiste nell’avere saputo esprimere al meglio per varietà e accento visivo e con immediata semplicità una domanda che da sempre lo assillava e che ogni coscienza non chiara a sé stessa coltiva nell’ intimo: “che cosa c’entra la morte…?”. La risposta a questa domanda affiora e zampilla da tutto il frondoso albero della sua opera bizzarra e inquietante, fatta di pittura, testi scritti, improvvisazioni ambientali ed ingannevoli accorgimenti visivi.
Ho presente di fronte a me una nota fotografia scattata con il gruppo di artisti italiani partecipanti alla Biennale di Parigi, nel 1971: il giovane Gino ventiquattrenne vi compare mascherato sul volto, messo di lato, come uno sconosciuto ed estraneo spauracchio in mezzo al gruppo, e solleva un cartello dove campeggia la domanda cruciale – “che cosa c’entra la morte?” – che disarticola tutti i livelli comunicativi dell’immagine.
Spiazzare, mascherare, doppiare, sparire: ecco alcuni espedienti che ricorrono nella sua variabile e versatile tecnica espressiva, dal contenuto interno tuttavia ripetuto o suggerito in permanenza, quando velato e quando rivelato: “che cosa c’entra la morte…?”. Gino De Dominicis possedeva una formidabile capacità informativa e persuasiva che sorprendeva e toccava i precordi di noi esseri umani viventi. Il ‘sogno di una cosa’ di Marx (l’illuminazione della coscienza non chiara a sé stessa, non per mezzo di dogmi ma per mezzo della coscienza stessa) diventava per lui la domanda fondamentale di chiarimento sulla onnipresenza della morte, quella intrusa e non richiesta interruzione della vita che ne rivelava la precarietà.

 

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