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Chiara Canali

Giuliana Cuneaz appartiene a una generazione di artisti digitali, in Italia e all’estero, che negli ultimi decenni hanno contribuito a modificare drasticamente la cultura visuale del XX secolo, ben prima che si iniziasse a parlare di Crypto Arte ed NFT.

Potremmo considerarla una pioniera nell’utilizzo delle nuove tecnologie perché, fin dall’inizio del Duemila, con la sua ricerca espressiva sperimenta in tre filoni specifici: l’ideazione di immagini digitali, artificiali, sintetiche, statiche o in movimento; la creazione di animazione video in 3D per schermi al plasma o per video proiezioni; la modellazione di paesaggi e ambientazioni virtuali attraverso l’uso delle nanotecnologie.

Già in occasione di una mostra che le curai a Parma nel 2010, affermava: “All’interno di questi paesaggi ho inserito una serie di creature tratte dal mondo animale o vegetale che ho dipinto direttamente sullo schermo o sulle tele moltiplicando l’immagine come fosse un rituale zen.

 

 

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Giuliana Cuneaz con indosso un costume de I Cercatori di Luce.

 

Gli schermi dipinti sono stati per me una scorciatoia per arrivare senza troppi artifici a interagire direttamente con le immagini animate in 3D. L’immagine dipinta interagisce con quella simile realizzata in 3D. Se attraverso l’auto-replicazione, le nanotecnologie tendono ad abolire la diversità, io ho cercato di rianimare le differenze attraverso la replicazione del gesto pittorico”.

La combinazione di queste tre direzioni della sua ricerca sembra oggi prefigurare i tratti di una nuova esperienza estetica del paesaggio virtuale che parte da un sistema di convenzioni visive ancora magmatico e in continua evoluzione.

 

Giuliana Cuneaz ha creato un universo di paesaggi visionari, memorie ancestrali, riferimenti magici e mitologici. Frutto di sofisticatissime tecnologie in 3D, spaziando tra cinema, danza, performance e teatro. Un’avventura che rivoluziona il concetto stesso di opera d’arte

 

Punto di partenza e di arrivo di questa ridefinizione estetica è la videoinstallazione intitolata I Cercatori di Luce, opera filmica della durata di 30 minuti coprodotta da CISA in collaborazione con l’Accademia Kataklò, compagnia italiana di danza acrobatica e con NABA, Nuova Accademia di Belle Arti per la realizzazione dei costumi.L’opera è stata presentata in anteprima mondiale, a fine 2021, al PalaCinema di Locarno e successivamente, nel 2022, su una superficie di 200 metri nella Immersive Room del MEET Digital Culture Center – Fondazione Cariplo, il Centro Internazionale per l’Arte e la Cultura Digitale di Milano.

Questo lavoro costituisce per Giuliana Cuneaz una vera e propria summa artistica e sperimentale non solo per il carattere immersivo del lavoro in 3D, ma anche per il dispiegamento di tecniche che spaziano dalla performance al cinema, dalla danza al teatro.

 

Giuliana Cunéaz
Giuliana Cuneaz, un frame dall’opera filmica I Cercatori di Luce, 2021 (Aurora Talaico con i danzatori Kataklò).

 

Degne di nota le collaborazioni con professionisti quali l’attrice spagnola Angela Molina, celebre per le opere con Luis Buñuel, Pedro Almodóvar, Ridley Scott; l’ex prima ballerina della Scala Aida Accolla, che dopo molti anni è tornata alla danza; la modella Aurora Talarico, la più giovane a sfilare per Valentino.

Un ruolo di primo piano è poi affidato a Giulia Staccioli, regista, coreografa e fondatrice dell’Accademia Kataklò. Le musiche originali sono state realizzate da Paolo Tofani, celebre chitarrista e compositore che ha fatto parte degli Area.

Il film non è altro che un viaggio ancestrale e allegorico dall’oscurità delle tenebre ai bagliori della luce nel quale i ricercatori (attori reali che si muovono all’interno delle scene modellate in 3D dall’artista) si relazionano con il materiale luminoso, quale metafora di conoscenza e di benessere.

In questo contesto rimane infatti fondamentale l’attitudine umanista e rinascimentale dell’artista che anima i suoi paesaggi con la presenza umana; i paesaggi sono lo sfondo, il riverbero e il collante delle figure umane che li attraversano e che indossano, come una seconda pelle, magnifici abiti-scultura, dalla struttura organica e biomorfa.

Nel viaggio de I Cercatori di Luce Giuliana Cuneaz sostituisce il paesaggio reale con un paesaggio nanomolecolare, simulato, creato ex novo mediante gli strumenti tecnologici: uno spazio virtuale che ha caratteri di verosimiglianza con quello reale, ma che vive in simbiosi con le funzionalità e le qualità offerte dai mezzi digitali.

La grafica di queste immagini digitali, stupefacenti e ricche di dettagli microscopici, nasce da un accurato studio condotto sulle forme della natura, in particolare quelle vegetali, attraverso gli strumenti delle nanotecnologie.

 

 

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Giuliana Cuneaz, un frame dall’opera filmica I Cercatori di Luce, 2021 (Paola Corti).

 

Come già in progetti precedenti quali Nanomushroom, Neither Snow Nor meteor Showers e Matter Waves Unseen, la ricerca dell’autrice parte dall’osservazione al microscopio ottico delle forme della natura, dalle particelle invisibili dei fondali marini e del substrato vegetale agli elementi atomici e subatomici dei paesaggi interplanetari, che si unisce a un processo di astrazione, trasfigurazione e ricomposizione fisica di diagrammi e si conclude con la fase di renderizzazione attraverso complessi programmi di Computer Image.

L’approccio di Giuliana Cuneaz non è però di tipo documentaristico o estetico, ma formale, perché intende sfruttare le potenzialità della nanotecnologia come strumento per proporre inediti punti di vista e nuove interpretazioni del mondo. La Nanoarte di Giuliana Cuneaz gioca sul paradosso estetico di esporre figure, forme, profili e sagome di mondi invisibili, ma non per questo inesistenti o irreali.

Gli spazi o le immagini digitali creati da Giuliana Cuneaz non sono né semplice registrazione fotografica né pura computergrafica, bensì un ibrido digitale perfetto, quindi qualcosa di realmente nuovo. Ma l’immagine digitale è molto di più e molto altro.

L’immagine digitale, come quella ideata da Giuliana Cuneaz, viene usata per creare paesaggi inediti, che possono prendere a modello non solo il reale, ma anche le immagini fantastiche o astratte create nei secoli dalle arti, le immagini dell’inconscio fissate dalla pittura e dal cinema, il repertorio visivo del reale e del fantastico creato o riciclato negli ultimi decenni, cioè tutto il repertorio visivo conosciuto.

 

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Un frame dall’opera filmica I Cercatori di Luce, 2021 (Danzatori di Kataklò).

 

Creare un’immagine digitale significa quindi, per Giuliana Cuneaz, studiare il funzionamento del reale in relazione alle nostre nuove modalità percettive, riscoprendo sotto nuova luce due antiche sfide: la conoscenza della storia dell’arte e della natura del paesaggio e la ridefinizione di una nuova estetica 3D debitrice del rapporto con la matematica e la scienza, la fisica e la tecnologia.

Il computer, seppure attraverso il calcolo matematico e la mediazione di software e hardware, permette, in un certo senso, di “disegnare” e “dipingere” i paesaggi stessi. Nei paesaggi in 3D di questo immenso universo nanotecnologico si mescolano echi di oscurità gotica, archetipi di silenzio metafisico, utopie di grandezza romantica, attitudini al fotorealismo contemplativo, con aspetti atomici e molecolari.

 

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Giuliana Cuneaz, un frame dall’opera filmica I Cercatori di Luce, 2021 (Alice Tagliaferri).

 

I paesaggi in 3D forgiati ne I Cercatori di Luce sono universi digitali che si collocano in un territorio misto di attenzione scientifica e bellezza estetica, producendo immagini fantastiche del micro e macrocosmo, paesaggi di stalattiti e stalagmiti, paesaggi di cellule e molecole, paesaggi atomici e subatomici; o ancora paesaggi dai gelidi esotismi, paesaggi dagli orizzonti frastagliati, paesaggi dalle aurore sintetiche.

 

 

 

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