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Alessandra Redaelli

Nell’Atelier del pittore di Gustave Courbet – dipinto monstre di tre metri e mezzo per sei dove l’artista racconta come in un romanzo le sue idee sull’arte – alle spalle dell’uomo che dipinge c’è una ragazza nuda che occhieggia il lavoro. Il drappo che tiene in mano fa solo finta di coprirne le grazie e l’osservatore paziente può gustarsi la curva del seno col capezzolo in vista, il fondoschiena generoso e anche un bello scorcio del pube.

La figura in questione non è l’eterea musa che si vorrebbe far credere, ma una femmina in carne e ossa che risponde al nome di Apollonie Sabatier, una delle donne più chiacchierate di Parigi, la punta di quel triumvirato composto dalle più influenti grandes horizontales (letteralmente: grandi orizzontali) del XIX secolo. Le grandi orizzontali non sono banali mantenute né tantomeno si possono definire prostitute. Sono donne sicuramente belle (ma non è una caratteristica essenziale), intelligenti, ma soprattutto dotate di una strategia seduttiva micidiale e di una fenomenale capacità di individuare un obiettivo e di centrarlo.

Nella Parigi dell’Ottocento è intorno a loro che girano il sesso, il potere, il denaro e naturalmente anche l’arte. Figlia illegittima, ma poi riconosciuta, di un ufficiale, battezzata Aglaé-Joséphine, a 15 anni la Sabatier ama gli ambienti bohémien e conduce una vita sessuale piuttosto libera, ma non si concede per denaro.

Quando la incontra, Alfred Mosselman – rampollo di una ricca famiglia belga e maggiore di lei di dodici anni – è colpito dalla sua intelligenza e dal suo buon gusto. Lei diventa la sua amante e la sua protetta, lui una sorta di Pigmalione: non solo si diverte a chiamare i sarti più estrosi di Parigi perché creino per lei abiti eccentrici, unici come opere d’arte, ma la osserva con orgoglio quando lei intrattiene con sagacia i suoi ospiti, che vanno da Charles Baudelaire a Théophile Gautier, da Théodore Rousseau a Théodore Chassérieu, da Eugène Delacroix a Hector Berlioz.

 

Grandes Horizontales
Auguste-Clésinger, Donna morsa da un serpente (Apollonie), 1847, marmo.

 

Certo, non si beve solo tè agli incontri in casa Mosselman – si dice che Baudelaire e Gautier andassero pazzi per delle gelatine a base di hashish che si trovavano solo lì – e capita anche che qualcuno chieda alla bella Apollonie di posare nuda, ma Alfred è un uomo di mondo e non si scompone. È così che nel 1847 Apollonie diventa la protagonista del primo orgasmo femminile mai presentato a un Salon.

Niente di pornografico, intendiamoci, ma la torsione del corpo e l’espressione estatica impressi da Jean-Baptiste Auguste Clésinger in quel marmo levigato (e tuttavia sensualissimo: basta guardare la piccola piega del fianco per sentire la consistenza della carne; non per niente si dice che sia stato consumato a furia di essere palpato) non la- sciano dubbi. Per Apollonie si tratta di qualche maldicenza che lei, da vera signora, scuote via come un granello di polvere finito sul cappellino, divertendosi a raccontare la sensazione dell’olio e poi del gesso sulla pelle al momento della realizzazione del calco; per l’artista è un balzo epocale di carriera.

Verrà ritratta anche da Louis Gustave Ricard, la bella Apollonie, così come da Jean Louis Ernest Meissonier, in entrambi i casi come una dama borghese quale alla fine era diventata. Nei quattordici anni di convivenza con Mosselman, la donna si rivela più pudica e fedele della media delle signore della Parigi dell’epoca; ha solo una piccola défaillance quando uno sconosciuto poeta incomincia a farle una corte serrata inviandole meravigliose poesie, facendola cuocere a fuoco lento, incuriosendola e provocandola senza pietà per poi dare alle stampe le stesse poesie in un capolavoro (I fiori del male) e così svelarsi per l’amico di sempre: quel Charles Baudelaire che la guardava da lontano, nelle sere di chiacchiere, con l’espressione adorante di un Labrador. Apollonie è vinta: commossa, stuzzicata e lusingata gli si concede. Per poi ricevere una lettera in cui lui dichiara che oramai ai suoi occhi lei non è più una dea, ma una donna come tutte le al- tre, e dunque arrivederci e grazie.

 

Cora Pearl (1836 – 1886), amante di alcuni degli uomini più potenti della sua epoca.

 

Meno specchiata e decisamente più disinibita è Esther Pauline Lachmann – diventata poi famosa come la Marchesa di Païva – la seconda sul podio delle grandi orizzontali parigine. Figlia di poveri ebrei polacchi emigrati in Russia, più un “tipo” che una bellezza (solo i francesi potevano coniare una definizione geniale come belle laide, qualcosa come “bruttina sexy”), Blanche – questo il nome che si sceglie – inanella con una regolarità impressionan- te matrimoni, abbandoni del tetto coniugale (e di bambini), ricchezze sconfinate – altrui – da dilapidare, suicidi di amanti, nuovi amanti da spennare, periodi intermedi di bassa prostituzione per sopravvivere e nuovi momenti di gloria coronati da appartamenti sontuosi e collier di diamanti a tre giri appartenuti all’imperatrice Eugenia (è questo il regalo di nozze del terzo marito, il conte prussiano Guido Henckel von Donnersmarck, che la sposa nel 1871 quando lei ha 52 anni e lui 41; collier che la marchesa sarà costretta purtroppo a vendere in uno dei suoi perio- di no).

Nonostante questi alti e bassi, Blanche riesce a lasciare il segno nella storia dell’arte, non solo per il ritratto fattole da Théodore Chassériau nella sua Ninfa dormiente (con quel dettaglio ad alto tasso erotico dei peli sotto le ascelle), ma soprattutto per essere stata a sua volta una mecenatessa generosissima, quando nel 1855 acquista un terreno a Parigi e decide di farci costruire un palazzo che faccia impallidire quelli dei nobili lì intorno. A quello che passerà alla storia come l’Hotel Païva (a tutt’oggi visitabile al 25 degli Champs Elysées come l’ultimo hotel privato del Secondo Impero rimasto intatto) lavoreranno i grandi artisti dell’epoca, dall’architetto Pierre Mauguin al pittore Paul Baudry, fino allo scultore Jules Dalou, da cui la marchesa si farà ritrarre per il suo salotto come una baccante.

E poi c’è l’inglese Cora Pearl – vero nome Emma Elizabeth Crouch – la più estrosa, geniale e spudorata tra le grandi seduttrici del suo tempo.
Cora è una trasformista e una performer, molto prima che questo ruolo sia codificato: si tinge i capelli di un giallo canarino acceso oppure di rosa shocking, aggiunge ingredienti misteriosi alla cipria per darle riflessi lunari, mette trucco iridescente sulle ciglia e si colora i capezzoli (tinge anche il proprio cane, perché faccia pendant con l’acconciatura, ma questa non è una cosa carina). Si prostitui- sce per bisogno, all’inizio, ma poi comincia a individuare amanti estremamente funzionali alle sue esigenze. Dai proprietari di teatri che appaghino le sue velleità di attrice a duchi e principi che lusinghino la sua avidità.

Nonostante sia poco meno che analfabeta e abbia una voce roca non proprio gradevole, alcuni degli uomini più potenti dell’epoca vogliono solo lei: dal Principe d’Orange – erede al trono d’Olanda – al potente Duca di Rivoli, dal Duca di Morny – personaggio centrale nel II Impero – al cugino dell’imperatore Luigi Napoleone, quel Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte – detto Plon Plon – che ha la faccia di un Cicciobello attempato ma anche un sacco di soldi e per anni la pretende in esclusiva.

Tra i suoi amanti eccellenti figura anche Khalil Bey, il diplomatico turco che commissionò a Courbet L’Origine del Mondo. Ma qui l’artista è lei, che incanta il mondo maschile parigino non solo per la sua strabiliante abilità sotto le lenzuola, che la rende leggendaria, ma anche per le sue performance erotiche, come quella che organizzava solo per pochi eletti al Café Anglais, facendosi servire – come un piatto da chef stellato – nuda e guarnita su un vassoio d’argento.

 

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